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Le osservazioni del Procuratore Aggiunto di Catania Sebastiano Ardita alla riforma dell''ordinamento penitenziario

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RIFLESSIONI DEL PROCURATORE AGGIUNTO DI CATANIA SEBASTIANO ARDITA SUL DECRETO LEGISLATIVO DI RIFORMA DEL SISTEMA PENITENZIARIO

Avendo letto il nuovo decreto legislativo di riforma penitenziaria vi trasmetto qualche considerazione a caldo su alcuni aspetti più evidenti.

L’estensione dei benefici ai detenuti di mafia

Il nuovo decreto fa saltare il divieto del 4bis per i condannati di mafia in relazione a diverse ipotesi.

La prima riguarda la concessione della detenzione domiciliare per le ipotesi delle lettere a) e b) del comma 1 dell’art. 47ter. In altri termini per le donne incinte o con prole fino a dieci anni ( o con figli disabili), ovvero per il padre quando la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata.

Tale opportunità viene innanzitutto riconosciuta ( mentre fino a ieri era negata) alle donne capo-mafia o esponenti di spicco della c.o. che siano anche madri. 

Inoltre i detenuti di mafia uomini, con pena fino a 4 anni vedrebbero la concreta possibilità di essere ammessi al beneficio qualora abbiano prole sotto i dieci anni o affetta da disabilità e la madre sia morta o assolutamente impossibilitata ad occuparsene. In primo luogo occorre prendere atto della evidente linea di tendenza legislativa ad affidare i figli a genitori (uomini o donne) inseriti di associazioni mafiose, mentre esiste un vasto movimento di pensiero che vorrebbe ritenere tale appartenenza un elemento per escludere il ruolo di responsabilità genitoriale (ricordo per tutte la recentissima delibera sul punto della VI commissione del CSM approvata dal plenum lo scorso ottobre). La norma pone anche seri problemi di ordine pubblico, nella misura in cui consente ad esponenti di mafia, anche pericolosi, di ottenere la possibilità di uscita dal carcere al determinarsi di condizioni impeditive del ruolo della madre. Si tratta di una norma che sembra pensata da chi ha una idea molto teorica del trattamento penitenziario e che inoltre poco o nulla conosce delle dinamiche della criminalità mafiosa anche rispetto alla dimensione familiare.

Analogamente nel nuovo comma 1bis dello stesso 47ter – che disciplina la possibilità di concessione della detenzione al posto dell’affidamento nei casi in cui vi sia “pericolo di commissione di altri reati” epperò la detenzione domiciliare possa “essere idonea al recupero sociale” – sparisce il divieto per i condannati di mafia (art. 4bis o.p.). Posto che la relazione non chiarisce sul punto specifico, sembrerebbe che si sia ritenuta questa una norma speciale rispetto al 4bis e pertanto anche qui ci si trovi di fronte ad una disposizione che al proprio interno contempla già una possibilità di valutazione della pericolosità individuale ( pericolo di commissione di altri reati) effettiva o presunta ex art. 4bis, in ogni caso superabile. In tal senso sembrerebbe voler propendere la relazione laddove – nel commentare il medesimo articolo – letteralmente recita Inoltre, nei limiti della pena residua da espiare, la concessione dei benefici penitenziari è estesa indiscriminatamente anche ai condannati per i reati di cui all'articolo 4-bis co.l (delitti efferati commessi grazie a forme associazionistiche di stampo mafioso o delitti a scopo terroristico).

Il 4bis occorre ricordarlo è la norma di sbarramento ai benefici penitenziari, e unicamente in virtù di quel regime preclusivo può operare lo sbarramento normativo anche per i detenuti inseriti nel circuito speciale di detenzione dell’art. 41bis. Anche se si tratta di una possibilità soltanto teorica, in concreto l’istanza del detenuto 41bis, per gli istituti “sdoganati” dalla nuova legge, dovrà dunque essere presa in esame ed eventualmente rigettata con adeguata motivazione.

La rinuncia agli automatismi

Si registra poi un generalizzato superamento degli “automatismi” nella concessione di benefici a soggetti recidivi, delinquenti abituali e appartenenti alla categoria del 4bis non mafiosi, e – come abbiamo visto – anche per mafiosi pur se pure in misura non generalizzata . Quanto meno per le modalità con cui è stata concepito, questo intervento non può essere salutato esattamente come una conquista di civiltà. Mi spiego meglio. E’ possibile ragionare sul superamento di automatismi che non prevedano eccezioni. Ma una cosa è costruire una ipotesi come eccezionale e rendere possibile un beneficio per chi abbia effettivamente intrapreso un percorso che smentisce altri gravi comportamenti precedenti; altra cosa è aprire indiscriminatamente a tutti i soggetti più pericolosi la strada della richiesta di benefici, mettendo un serial killer nella condizione di valorizzare elementi di trattamento irrilevanti ( “ho fatto un corso di ippoterapia, ho partecipato a una recita a teatro”) per chiedere di riacquistare la libertà. Questo – per la mia esperienza, se può valere qualcosa – aprirebbe la strada allo strumentale utilizzo del trattamento, che è il principale nemico della rieducazione.

La moltiplicazione del contenzioso

Da questa premessa è chiaro comprendere che non mi preoccupo del pericolo che la nuova legge possa aprire la strada alla concessione indiscriminata di benefici a soggetti pericolosi – perché conosco la serietà e lo scrupolo dei magistrati di sorveglianza – ; mi preoccupa invece il moltiplicarsi di istanze che ne conseguiranno e l’obbligo di dover specificamente motivare i dinieghi anche per soggetti che hanno un curriculum improponibile . Un estraneo alla realtà penitenziaria si chiederà quale sia il problema: più grave è il curriculum più facile la motivazione. Ma non è esattamente così. Anche nelle materie in cui permangono automatismi i magistrati di sorveglianza sono stati attaccati ( basti ricordare quanto è accaduto di recente ai magistrati di sorveglianza di Roma). Figuriamoci quel che accadrà in futuro. Avremo magistrati sommersi da istanze di misure alternative che non possono mai essere concesse, ai quali chiederemo di dovere argomentare ogni volta per quale ragione chi ha fatto venti omicidi, dopo una passeggiata a cavallo nello spazio verde del carcere, non può ottenere una misura alternativa. Alla centesima istanza rigettata cominceranno gli attacchi e le sovraesposizioni. Ci sarà anche l’effetto stanchezza, con cui fare i conti. La giustizia burocratica può produrre effetti deviati..

Quindi ancora una volta chi saluta questa riforma come una battaglia di civiltà dimentica che sarà una partita giocata sulla pelle della giustizia e dei suoi operatori. Non è attraverso norme che moltiplicano il contenzioso che si ottiene una pena più giusta. Semmai la si otterrebbe intervenendo sulla serietà dei percorsi di trattamento penitenziario , che sono l’unico possibile lasciapassare per le misure alternative. Ma su questo non mi dilungo perché dovremmo affrontare nel dettaglio il tema specialistico della gestione delle carceri.

Altre disposizioni alquanto problematiche

Esistono poi una serie di disposizioni che complicano la gestione penitenziaria e mettono in crisi il sistema dell’espiazione finendo ancora una volta con l’impattare sul lavoro del magistrato di sorveglianza .

Una tra tutte, quella che prevede l’obbligo di stilare un verbale  ogni volta che si procede ad una perquisizione, dimenticando che il carcere è un luogo frequentato per definizione da persone pericolose nel quale la sicurezza può essere compromessa in ogni momento dall’utilizzo di armi o strumenti atti a offendere. La bonifica mediante perquisizione deve avvenire di regola dal passaggio dei detenuti da un ambiente all’altro, specie quando nel nuovo ambiente vi siano estranei, altri detenuti o soggetti istituzionali. Una operazione da compiere centinaia, se non migliaia di volte al giorno per ogni istituto. Si deve ad esempio sempre perquisire un detenuto prima che incontri un magistrato, prima che incontri i parenti, prima che incontri il direttore o la comunità esterna. Se non fosse stato così le centinaia di casi di aggressione che ricordo sarebbero trasformate in tragedie. In base al nuovo testo si vorrebbe perciò costringere la Polizia Penitenziaria a redigere un verbale per ogni perquisizione che spesso coincide con lo spostamento dei detenuti da un ambiente all’altro. Chi ha scritto questa norma o non conosce il carcere o vuole porre l’amministrazione penitenziaria – e quanti sono chiamati a verificarne l’operato, magistrati compresi – nell’alternativa tra una perenne irregolarità ed il precipitare delle condizioni di sicurezza.

Va peraltro ricordato che tali nuove disposizioni divengono una miscela esplosiva se legate al nuovo regime aperto delle camere detentive. Questo regime era stato Introdotto nel 2011 – dopo un lungo e attento studio e con precise regole per garantire ai detenuti non pericolosi maggiori spazi di vita interna. Ma poi, con un tratto di penna, è stato aperto a tutti anche a soggetti pericolosi. Senza evidenziare rapporti di causa ed effetto, mi limito a dire che detenuti ammessi a quel regime a Viterbo sono stati protagonisti di una violenta lite con coltelli che ha causato il ferimento grave di alcuni di essi e di altri estranei alla lite, compresi agenti. Inoltre i casi di ferimenti di agenti in servizio sono sensibilmente aumentati.

 

Voglio anticipare quanti diranno che nella riforma ci sono anche cose buone. E’ chiaro che c’è ci sono norme “manifesto” sulla civiltà della pena che vanno pienamente condivise; qualche disposizione – poche in verità – che semplifica i procedimenti e qualche altra ancora ispirata a diffondere e favorire le attività di reinserimento ( ma sono norme la cui attuazione non può mai dipendere dal solo fatto che siano scritte su una legge, come sanno bene coloro che conoscono i carcere; il discorso sarebbe lungo). Resta il fatto che il danno prodotto dall’aumento del contenzioso , la apertura di credito (gratuita e generalizzata) ai criminali pericolosi, ed il livello di burocratizzazione che induce il nuovo testo oscurano anche le cose buone.

Quindi cari colleghi, capisco che questa materia è resa ostica dalla normazione e dalla difficoltà di conoscenza del mondo penitenziario, ma credo che siamo di fonte alla ennesima riforma dannosa e propagandistica che dovrebbe essere oggetto di una riflessione comune su dove va la giustizia; su cosa fa il nostro mondo associativo per semplificare il lavoro dei singoli e rendere più concrete ed efficaci le risposte; sul senso di una pena svuotata di regole e contenuti ed affidata alla gestione seriale dei reclami che renderà molto più burocratica faticosa e pericolosa la funzione di chi è chiamato a pretendere che essa sia una cosa seria. Insomma una riforma sulla pelle dei magistrati.

Ricordiamoci la lezione del nostro recente passato. Mentre cresceva una domanda di giustizia senza senso né direzione e cominciavano a fioccare i primi disciplinari per i ritardi alcuni di noi denunciarono subito il pericolo, altri invece lanciavano la sfida di professionalità basata sui numeri, astenendosi dal criticare il Legislatore sulle regole del nostro sistema di Giustizia. Il leit-motiv rimane lo stesso. Evitiamo di salutare come riforme portatrici di civiltà, quelle concepite ancora una volta sulla pelle degli operatori della giustizia. Facciamo una riflessione serena, non ideologica, ma non accettiamo ogni cambiamento.  

Sebastiano Ardita

 

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