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L’importanza dell’attività di polizia all’interno delle carceri italiane

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Abbiamo più volte scritto in questi mesi della deriva in cui stanno scivolando l’amministrazione penitenziaria e il Corpo di Polizia Penitenziaria, e quindi le carceri, a causa di scelte politico/amministrative sbagliate. Purtroppo, le scelte di politica penitenziaria e della sicurezza delle carceri, che coinvolgono inevitabilmente la sicurezza nazionale, in questi ultimi tempi, vengono fatte da persone che hanno una visione non adeguata, rispetto alle esigenze del Paese.

Si tratta, spesso, di amministratori e politici che hanno una visione esclusivamente ideologica del governo di certi fenomeni.

Sono quelli che ritengono che tutti i delinquenti possono essere recuperati, che non serve imporre le regole, ma piuttosto bisogna stimolare un processo di auto responsabilizzazione che li porterà, nel tempo, a cambiare vita. Persone che ritengono che l’unica funzione del carcere debba essere quella rieducativa.

Niente di più sbagliato, ovviamente, perché il carcere deve assolvere sia a funzioni di sicurezza sociale, sia di rieducazione.

Chi conosce un po’ di storia della criminalità in Italia non può non condividere tale asserzione.

Basta ricordare la storia di uno dei peggiori criminali italiani: Raffaele Cutolo, il quale, entrato giovanissimo in carcere per un omicidio commesso per futili motivi, dal carcere riesce a fondare ed organizzare la nuova camorra organizzata che, si dice, solo all’interno delle carceri contasse circa duemila affiliati.

Quelli erano gli anni in cui i boss mafiosi in carcere avevano la possibilità di comunicare con l’esterno in ogni modo. Esercitavano il loro potere e la loro influenza anche dal carcere, da dove continuavano a comandare e gestire le organizzazioni criminali. Le carceri non erano organizzate per contrastare il fenomeno e tantomeno lo erano gli Agenti di Custodia, un Corpo glorioso, che ha pagato anche tributi di sangue nella lotta al terrorismo, ma che non aveva alcuna connotazione di Forza di polizia, se non le qualifiche che la legge riconosceva agli appartenenti. Era un Corpo che si dedicava prevalentemente alla custodia.

Col tempo, soprattutto dopo le stragi di mafia, l’organizzazione del Corpo è iniziata a mutare e si è incominciato a comprendere quanto fosse importante avere una polizia altamente professionale anche nel carcere, per potere raccogliere informazioni, analizzarle, veicolarle nel modo corretto ed isolare i mafiosi, per evitare che continuassero ad avere contatti con l’esterno. C’è voluto ancora del tempo, comunque, perché una certa organizzazione diventasse strutturale e consolidata.

Sono nati il NIC, Nucleo Investigativo Centrale e il GOM, Gruppo Operativo Mobile che ha assunto una connotazione più strutturale e definita rispetto allo SCOPP (Servizio Centrale Operativo Polizia Penitenziaria) e all’UGAP (Ufficio per la garanzia penitenziaria).

Il Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti, parlando al convegno organizzato in occasione del decennale del NIC, ha sostanzialmente affermato che proprio negli anni in cui lui ed i suoi colleghi indagavano sulla nuova camorra organizzata si erano resi conto che il sistema carcerario aveva troppe falle e consentiva ai boss, a Raffaele Cutolo in particolare, visto che si indagava sulla sua organizzazione, di potersi muovere e comunicare liberamente.

La Polizia Penitenziaria, allora Agenti di Custodia, non aveva un’organizzazione adeguata e coesa come ce l’ha oggi, ha affermato Roberti. In buona sostanza, se allora ci fosse stata una Polizia Penitenziaria organizzata come oggi e partecipe nella lotta alla criminalità, la nuova camorra organizzata non sarebbe nata.

Il sistema di quell’epoca, purtroppo, non vedeva negli agenti di custodia, diventati poi Polizia Penitenziaria, una forza di polizia utile nella lotta alla criminalità organizzata.

Era sostanzialmente l’organizzazione che mancava, a causa di una miopia istituzionale che voleva un Corpo di soli custodi. Il Procuratore ha sottolineato l’importanza del contributo fornito dal NIC nella raccolta dati e nell’analisi degli stessi.

Il sottosegretario Ferri ha evidenziato come il NIC rappresenti un osservatorio privilegiato delle dinamiche dei fenomeni criminali, del terrorismo interno ed internazionale, della radicalizzazione e del proselitismo in carcere. Ha aggiunto che la rapidità e l’efficacia dell’azione dimostrano la validità della scelta di istituire un servizio centrale di polizia giudiziaria che ha raggiunto, in questi anni, un elevato livello di specializzazione e ha avviato una serie di misure di controllo e iniziative mirate, in collaborazione con il CASA, Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo e con la Procura nazionale antimafia e antiterrorismo. Un’attività che continua a rivelarsi fonte inesauribile di informazioni e che consente di acquisire elementi investigativi non alla portata di altre Forze di polizia.

Le parole del Sottosegretario hanno trovato piena adesione con quelle espresse dal vice direttore dell’AISI e dal vice direttore della polizia centrale di prevenzione, nonché nei dati forniti dal comandante del Nucleo, il Commissario coordinatore Augusto Zaccariello, il quale ha riferito che dalla sua costituzione, avvenuta dieci anni fa, il NIC ha effettuato 111 arresti, catturato 35 evasi e 16 latitanti.

Ha effettuato sequestri di beni mobili e immobili per un valore di 15 milioni di euro. Ha ricevuto 750 deleghe e svolge una intensa attività di analisi dei fenomeni di criminalità organizzata nazionale e transnazionale, nonché del fenomeno della radicalizzazione in carcere: in dieci anni sono state analizzate 4500 segnalazioni provenienti dalle carceri, alcune delle quali hanno consentito di dare esecuzione a provvedimenti di espulsione.

All’attività del NIC si deve aggiungere quella del GOM, i cui uomini gestiscono circa 700 detenuti sottoposti al regime del 41 bis in diverse carceri italiane. 

Ciò che non riescono a capire alcune persone è che questi servizi qualificano non solo il Corpo di Polizia Penitenziaria, ma tutta l’amministrazione e rendono un servizio fondamentale alla società in termini di sicurezza pubblica.

Certo, il carcere non è solo questo, è anche l’organizzazione di Milano Bollate, Sant’Angelo dei Lombardi e qualche altra struttura simile; strutture, queste ultime, che bisogna sicuramente incrementare, per facilitare il reinserimento laddove è possibile.

Noi di questo siamo convinti e lo sosteniamo con forza, sono gli altri, però, che non sono convinti della necessità di avere strutture che facciano anche sicurezza, per il bene del nostro Paese.

Sono quelli che si affannano in iniziative tese a destabilizzare e limitare l’efficienza di queste strutture.

 

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