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L’isola di Pianosa: detenuti nel mare protetto

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L’isola di Pianosa fu abitata sin dall'epoca preistorica, il nome si riferì, sin dall'Antichità classica, alla sua morfologia pianeggiante: Planasia, dall'aggettivo latino planus (piatto).

Durante il Medioevo, il nome dell'isola si trasformò in Planosa.

Le prime notizie documentate che riguardano Pianosa risalgono all'epoca del secondo triumvirato, (Antonio, Lepido e Ottaviano, 43-34 a.C.), quando Sesto Pompeo invase la maggior parte delle isole italiane, allora importanti per la produzione di grano, impedendo i rifornimenti alla terraferma.

L’isola è stata colonia penale agricola fin dai tempi dell’Unità d’Italia e poi carcere di massima sicurezza che ospitava brigatisti e mafiosi occupando l’intera superficie pianosina.

Nel 1856 venne istituita dal Granducato di Toscana "la colonia penale agricola della Pianosa" e furono inviati sull'isola i condannati "al carcere, alla casa di forza, ed all'ergastolo a tempo", tutti destinati ad occuparsi dei lavori nei campi.

Nel 1861, al momento della proclamazione dell'unità d'Italia, il totale dei reclusi ammontava a 149.

L'anno seguente fu terminato un edificio capace di ospitare 350 detenuti, ma nel 1872 si preferì dividere l'isola in diversi centri di produzione agricola detti poderi dislocando così i reclusi in piccole comunità. Attorno al 1880 il carcere sull'isola ospitava ben 960 reclusi.

Il territorio isolano era quindi diviso in due realtà separate da un grande muro in cemento armato: la zona carceraria, con le diramazioni e i terreni coltivati dai detenuti e la più piccola porzione del paese, nucleo abitato dal personale del carcere e di quanti svolgevano servizi per la comunità. 

A partire dal 1884, nella Casa Penale di Pianosa vennero trasferiti dalle carceri di tutta Italia i detenuti ammalati di tubercolosi, che si unirono così ad altri già presenti sull'isola, rimanendovi fino al 1965.

Il trattamento dei detenuti tubercolosi avveniva in tre strutture: Preventorio (attuale Centrale) dove venivano accolti i supposti malati per le prime visite; il Sanatorio (ex Podere del Cardon, attuale Agrippa) un ospedale ben attrezzato per la cura delle malattie polmonari; il Convalescenziario (Podere del Marchese) dove i detenuti guariti trascorrevano un periodo di convalescenza.

Durante il periodo fascista il carcere continuò la sua opera, dal 1931 al 1935 "ospite" della diramazione del Sembolello nel 1932 anche il futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini, incarcerato per motivi politici. In quegli anni a Pianosa abitavano circa 60 famiglie, forse è il momento di maggior presenza di civili a Pianosa.

Negli anni ’80 si comincia a prospettare l’ipotesi di chiusura del carcere e la restituzione di Pianosa alle competenti autorità civili. In seguito all’emergenza dettata dagli attentati ai magistrati Falcone e Borsellino, il Governo, su impulso del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, decide la immediata riapertura del carcere di massima sicurezza sull’isola e la rimanente popolazione dell'isola venne evacuata, relegandovi prima detenuti per reati di tipo terroristico ed in seguito pericolosi esponenti delle mafie condannati al 41 bis . 

Questa nuova situazione trasforma Pianosa in una fortezza, inaccessibile a tutti, con la sezione Agrippa a sua volta separata dal resto dell’isola; Pianosa viene vigilata giorno e notte da Agenti di Custodia, Carabinieri, Polizia di Stato, vengono istituiti rigidissimi divieti di sorvolo e di navigazione nelle acque circostanti.

L’emergenza si protrae fino al luglio 1997, quando l’ultimo detenuto per mafia viene trasferito dall’isola ad altre sedi di reclusione sul continente, e per il carcere di Pianosa si ricomincia a parlare di chiusura. Una chiusura quasi definitiva nell’agosto del 1998, non essendo rimaste sull’isola che poche forze dell’ordine con compiti di vigilanza e di guardia alle strutture.

Il 5 novembre 2009, l'allora Ministro  Angelino Alfano, annunciò l'intenzione di riattivare pienamente il supercarcere, ma il giorno successivo, l'allora Ministro dell'ambiente Stefania Prestigiacomo annunciò che, contrariamente alle dichiarazioni del collega, il carcere non sarebbe stato riaperto. Le attività dell'istituto sono cessate definitivamente nel 2011. 

Attualmente l'isola di Pianosa riveste un estremo interesse geo-ambientale per il fatto di essere stata soggetta per un lungo periodo di tempo ad un forzato isolamento che ha preservato l'isola dall'impatto antropico, a differenza di quanto avvenuto, invece, nelle altre isole dell'Arcipelago. 

Il muro, voluto dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, taglia l'isola in due: la zona del centro abitato e l'area penitenziaria.

Oggi l’isola è quasi completamente disabitata, fatto salvo per ventitré detenuti circa in regime di art. 21 O.P. provenienti dalla Casa di reclusione di Porto Azzurro che sull'isola ha mantenuto un presidio per fare un po’ di manutenzione e coltivare un orto biologico.   Un'isola che, malgrado un passato di isolamento e un presente controverso, è sinonimo di libertà.  

I detenuti hanno scontato parte della loro pena e grazie alla buona condotta possono concludere il percorso detentivo partecipando a questo innovativo progetto di rieducazione.

Si occupano di lavori di manutenzione nel piccolo hotel “Milena” di sole 11 camere doppie e una singola e della ristorazione nell'unico bar-ristorante, gestiti da una cooperativa sociale. Il resto sono case vuote (occupate provvisoriamente nei periodo estivi dal personale di Polizia Penitenziaria che trascorre qualche giorno di relax con la propria famiglia), decrepite e pericolanti.

Il momento difficile è paradossalmente arrivato dopo la chiusura del carcere: le strutture sono state abbandonate, e molte lo sono ancora oggi.

Le competenze sono ripartite tra Ministero della Cultura, dell'Ambiente, della Giustizia e del Patrimonio; poi, vi è la custodia affidata al parco e le aspettative di riconoscimento degli usi civici da parte del Comune.

Tutto questo ha impedito e impedisce di fatto qualunque opera di ristrutturazione necessaria, come la costruzione di un nuovo impianto fognario. Insomma, tanta magnificenza assorta da altrettanta burocrazia.

Ma come è possibile che un'isola che ha sacrificato tanti servitori dello Stato, sottratti alla vita comune, e la speranza di migliaia di persone (tra gli ospiti "diversamente illustri" Agrippa Postumo, il nipote di Augusto, primo – forse – grande esiliato nell'isola, Sandro Pertini e Renato Curcio) si lasci andare!

Inoltre, dal 1999, a seguito della chiusura del carcere, l'isola è stata aperta al turismo. È il Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano, sul cui perimetro ricade l'isola, che regola l'affluenza turistica con visite guidate.

Altra presenza degna di nota è l’Associazione per la difesa dell’isola di Pianosa, una Onlus di cittadini elbani, è tutto ciò che resta per rallentare la clessidra della storia che sbriciola i ricordi, ogni estate allestisce sull’isola una preziosa mostra fotografica con ingresso libero, i proventi raccolti con la vendita di gadget e altro sono utilizzati per recuperare un pezzo alla volta questo patrimonio di tutti. 

Pianosa è insomma un paradiso perfettamente conservato e quindi unico nel suo genere.

 

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