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Ma chi siamo?

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“Non so se questa mail finirà nella posta indesiderata e sarà cestinata insieme a tante offerte pubblicitarie… spero ardentemente di no.”

Inizia così una email che è arrivata in Redazione con la quale una collega di Torino si propone per “contribuire alla stesura di qualche articolo”.

Alla nostra richiesta di farci conoscere quale argomento avrebbe voluto trattare la collega ha delineato “ …la condizione degli agenti, le loro difficoltà, le condizioni di lavoro, i rapporti coi detenuti”.

Detto, fatto… da questo mese Chiara Sonia Amodeo curerà questa Rubrica della quale in questo primo articolo introduce i contenuti.

GBDB

 

a quotidianità e le esperienze degli agenti di Polizia Penitenziaria, per conoscere e riconoscerci, in una rubrica dedicata a questo Corpo, seppur poco conosciuto, unico e speciale.

«Mi scusi, possiamo lasciarla qui la macchina? Non rischiamo mica di prendere la multa?»

«Signora, veramente non sono un vigile urbano… comunque può lasciarla tranquillamente lì l’auto. Arrivederci.»

«Non era un vigile, visto? Te l’avevo detto che aveva una divisa diversa! Che figuraccia!»

«Che strano! Ma allora chi era? Una guardia giurata? Boh!»

Cari colleghi, quante volte siete stati protagonisti di questi quesiti? Quanto spesso percorrendo la strada di casa in divisa, avete ascoltato bisbigli dubbiosi sul chi foste?

Sicuramente molte, anzi troppe, perché è da troppo tempo che indossiamo la nostra uniforme senza essere riconosciuti.

Neanche al telegiornale riescono a chiamarci correttamente! Però alla parata del 2 giugno, in occasione della Festa della Repubblica, quando sfiliamo con tutte le altre forze armate allora sì!

“Ed ora ecco che vediamo sfilare… le guardie carcerarie!”

Come? Ho sentito bene?

No vabbè… ci rinuncio! Se neanche la RAI sa definirci nel modo corretto di certo non posso pretendere che lo faccia la signora del quarto piano!

Eh già! Non ci si arrabbia nemmeno più, ci si fa il callo, anzi la si prende sul ridere e ci si diverte ad indovinare il prossimo “titolo” che ci verrà affibbiato; che sia da parte del panettiere, dei giornali o dei parenti. Infatti a chi non è capitato durante il battesimo del cuginetto di essere presentati con queste parole: «Eccola! E’ lei la nipote di cui ti parlavo, quella che lavora in carcere, la… come si dice… l’agente di custodia, ecco!».

«Zio, sono un’agente di Polizia Penitenziaria, sono trent’anni che non ci sono più gli agenti di custodia!»

«Eh vabbè! Che sarà mai! Ora badi ai titoli? Tanto è sempre quello che fai, no?»

Certo! Facciamo sempre QUELLO!

Ma cos’è QUELLO? Non si ha una idea chiara di cosa sia il nostro lavoro.

Perché il carcere è una dimensione ALTRA rispetto al mondo esterno, una mondo parallelo del quale si conosce l’esistenza e del quale si può solo immaginare la vita di chi ci lavora.

E non parlo del fatto che per noi la domenica come giorno di riposo esiste solo una volta al mese.

Non parlo del fatto che se quest’anno abbiamo lavorato a capodanno l’anno prossimo non trascorreremo il Natale con la nostra famiglia.

Non parlo del fatto che se stasera vediamo C’è posta per te, non lo potremo fare anche sabato prossimo perché saremo in servizio.

E nemmeno parlo del fatto di come sia dura spiegare ai nostri figli che stanotte mamma non ci sarà a casa perché deve lavorare.

Parlo di quello che significa fare il nostro mestiere; passare la maggior parte della nostra vita a stretto contatto con i detenuti, in un luogo che è stato definito anche dall’ex capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Giancarlo Caselli, una “discarica sociale”, un grande contenitore in cui raccogliere (e rimuovere) problematiche sociali che altrove non trovano adeguate risposte.

Parlo di come ci rapportiamo ai detenuti, di come dobbiamo essere oltre che attenti “controllori” anche educatori, psicologi…

Sì ci improvvisiamo un po’ tutto pur di svolgere con dignità e soddisfazione il nostro lavoro e terminare il turno in modo che il collega che ci darà il cambio trovi meno problematiche possibili. Parlo di come questo lavoro ci cambia nell’animo, di come impariamo a vedere con distacco le condizioni umane più penose, di come ci “induriamo” reprimendo la nostra sensibilità per non cadere nella tristezza e nel disfattismo. Parlo di come organizziamo le nostre vite, con impegni, figli, hobby e doveri domestici nonostante i turni che ci confondono e non ci permettono di realizzare, a volte, neanche in che periodo dell’anno ci troviamo.

Noi, la Polizia Penitenziaria, siamo tutto questo e molto di più.

Questa infatti è solo un’introduzione; ad una rubrica che vuole spiegare a chi, facendo riferimento a film e serie tv, sa poco di noi o che comunque ha un’immagine distorta di ciò che siamo.

Non siamo corrotti, non siamo sciatti, non siamo perdenti. Siamo uomini e donne che hanno indosso una divisa che calziamo con onore anche se in strada non viene riconosciuta.

Ed è per questo che anche noi a volte ci chiediamo: Ma chi siamo?

Questo sarà il mio compito, o almeno il mio intento: restituire dignità al nostro Corpo, far conoscere la nostra Arma in tutte le sue sfaccettature strappando un sorriso ai miei colleghi e facendo aprire gli occhi a chi ancora ci confonde con gli addetti alla sicurezza di qualche banca.

Descrivere la realtà del carcere in modo da renderla più comprensibile, in modo da schiudere i suoi cancelli ai lettori e chissà forse un giorno riceveremo la soddisfazione di essere riconosciuti e chiamati nel modo esatto e con la stima e il rispetto che ci meritiamo.

 

Mi chiamo Chiara Sonia Amodeo, sono nata a Foligno nel luglio dell'89 ma ho vissuto fin da subito a Roma dove, nel 2011 ho conseguito la laurea triennale in Lettere Moderne.

Poco dopo sono diventata una volontaria in ferma prefissata per un anno (VFP1); esperienza che mi ha permesso di partecipare al concorso per Agenti della Polizia Penitenziaria, al termine del quale ho scelto, come destinazione, Torino dove vivo da 4 anni con mio marito e il nostro bambino.

Tra qualche settimana discuterò la mia tesi in Giurisprudenza e poi chissà in quale altra attività mi cimenterò.

Io sono sempre pronta: ad imparare e a mettermi alla prova. D’altronde, si sa, gli esami non finiscono mai!

 

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