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Profilo criminologico del primo terrorista minorenne maschio nato, vissuto e residente in Italia

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Riprendendo la tematica già svolta nel mio articolo “La partecipazione dei minorenni al fenomeno del terrorismo” di questa Rivista, nel numero 234  del 2015 , mi preme sottolineare il caso del quindicenne nato e sempre vissuto in Italia da genitori algerini, abitante a Udine, già radicalizzato nel messaggio terroristico, nonostante la sua giovanissima età e di cui hanno ampiamente e ripetutamente parlato i mass media in questi giorni.

Da quanto ci è stato comunicato , soprattutto dai telegiornali delle varie reti televisive fra il 6 e l'8 aprile 2018, la polizia postale e l'antiterrorismo inseguivano da oltre un anno l'attività  di un soggetto che pubblicizzava su internet i farneticanti proclami del cosiddetto stato islamico (Isis), traducendoli dall'arabo in italiano e inneggiando alla sua lotta terroristica criminale.

Costui era molto attivo non solo nell'attività di apologia  ma, assai più concretamente, s'informava via internet su come costruire delle bombe  e sulla possibilità di prevenire i controlli di sicurezza indossando una cintura esplosiva.

L'attività investigativa giungeva ad intercettare  alcuni suoi messaggi sui “social” in cui comunicava a circa  duecento “simpatizzanti” che lo seguivano in rete la sua volontà di fare quanto prima  un attentato esplosivo nel liceo da lui frequentato.

A questo punto la polizia interveniva identificandolo e denunciandolo, senza arrestarlo, alla procura per i minorenni di Trieste per associazione con finalità di terrorismo (art. 270 bis cod. pen) che, tramite il relativo tribunale, faceva eseguire un provvedimento giurisdizionale di affidamento ad un Imam della  moschea di Udine (provvedimento legale che rientra nelle “prescrizioni” a contenuto discrezionale che un tribunale per i minorenni può sempre irrogare ad un minorenne denunciato a piede libero ) al fine di realizzare un “retto” studio del Corano  per il suo  recupero.

Così facendo si attuava per la seconda volta in Italia, sempre secondo le informazioni giornalistiche, un provvedimento già realizzato nel 2017 dal tribunale di Bari per un adulto di 43 anni che, diversamente dal caso del minorenne, era stato  arrestato, sempre per associazione con finalità di terrorismo (ai sensi dell'art. 270 bis del codice penale) che, durante la detenzione, era stato autorizzato a ricevere in carcere un Imam per il suo recupero in base ad una corretta interpretazione del Corano contraria alla violenza, all'odio e al terrorismo.

Questi i fatti, come risulterebbero dalla comunicazione dei mass media, che mi inducono ad una serie di riflessioni criminologiche.

Premetto che come magistrato minorile sono stato sempre fautore  della massima garanzia per un imputato minorenne alla sua libertà personale, ritenendo la detenzione minorile una “extrema ratio” applicabile solo in casi di gravissima pericolosità sociale del ragazzo, valutando il rischio carcerario per i minori di “educazioni criminali” maturate all’interno della reclusione, già sottolineato da Cesare Lombroso nella quinta edizione del 1897 del suo famoso libro “L’uomo delinquente”.

In questo caso, però, sono rimasto assai sorpreso della mancata considerazione da parte delle autorità competenti della particolare situazione di concretissimo rischio per la collettività se questi  non fosse stato tempestivamente identificato e bloccato dalla denuncia sia pur a

piede libero.

Mi sembra, invero, di tutta evidenza che mentre il minorenne nomade che borseggia il portafogli al  turista nelle nostre città viene normalmente arrestato, per un reato di gran lunga più grave e pericolosissimo per la salute pubblica, quale quello precitato e  previsto nell'art. 270 bis cod. pen. (che prevede la pena da sette a quindici anni di detenzione per l'organizzatore e quella da cinque a dieci anni per il mero partecipante) , non si sia ritenuto  di procedere alla irrogazione della misura cautelare detentiva nei confronti del ragazzo in questione.

Del resto non si poteva nemmeno sostenere, a sua parziale giustificazione, il fatto che si fosse trattato quasi di un istantaneo scherzo macabro e isolato nel tempo, dovuto alla giovanissima età del soggetto, in quanto come si è appreso sempre dalle notizie giornalistiche, la polizia seguiva da oltre un anno tutta la rete di circa duecento persone, cui attivamente partecipava il minorenne, con una dimostrazione oggettiva di una completa e pericolosissima radicalizzazione nel fenomeno terroristico da parte di questo ultimo per un lungo e continuo periodo (da oltre un anno, come già detto).

Il pensare che un giovane così formatosi profondamente in una pseudo etica dell'odio e della violenza terroristica possa recuperarsi con due incontri settimanali, in stato di libertà, con l'Imam della sua città mi pare veramente  inquietante per l'assoluta sottovalutazione del fenomeno in questione .

Che poi, sempre secondo le notizie di stampa, il giovane abbia ripreso a frequentare il suo liceo come se nulla fosse accaduto, anche grazie alla mantenuta segretezza del suo comportamento criminale, da parte delle autorità di polizia, nei confronti dei compagni e dei professori, mi sembra un altro dato oggettivo che ha dell'incredibile.

E' bensì vero che personalmente ho seguito, come magistrato di sorveglianza minorile, il positivo percorso riabilitativo del minore sedicenne Hassan Atab (militante dell'organizzazione per la liberazione della Palestina – OLP- di Yasser Arafat), che in concorso con altri tre terroristi adulti lanciò una bomba a mano contro gli uffici della British Airwais in via Bissolati a Roma il 26 settembre 1985, cagionando la morte di una persona e il ferimento di altri quattordici inermi innocenti, (di cui do conto ampiamente nel mio precitato articolo “La partecipazione dei minorenni al fenomeno del terrorismo” ) , ma tale percorso di recupero, della durata di vari anni, venne effettuato all'interno dell'istituzione carceraria, a  seguito della condanna detentiva irrogata dal tribunale per i minori di Roma  nei suoi confronti.

La mancanza poi dell'arresto immediato del quindicenne in questione induce ad una ulteriore questione circa il contagio emulativo che concretamente l'attività criminale del predetto rischia di indurre in altri giovanissimi.

Invero la comunicazione percepita da questo bruttissimo fatto è quella che il minorenne può fare tranquillamente il terrorista in Italia avendo praticamente l'assoluta impunità delle sue terribili azioni  (se si eccettua la presunta rieducazione presso un Imam)  proprio in quanto soggetto infradiciottenne.

E allora perché non provarci quasi fosse un gioco purtroppo assai macabro ma senza alcun rischio ?

Si comprende benissimo la pericolosità oggettiva di siffatto modo di percepire e amplificare le notizie soprattutto in rete  in cui corre, lungo il filo incontrollabile dei “social”, il proselitismo terroristico che attrae tanti giovanissimi “ciatto formati” nelle sue spire, come ha evidenziato con estrema chiarezza la giornalista francese Anna Erelle  nel suo libro-inchiesta  “Nella testa di una jihadista” ed. Tea-Tre60, 2015. Invero, in un certo senso,  i “social” e i diversi siti della rete sono diventati , di fatto, gli Imam più ascoltati dai giovani che, mediante la propaganda reperita in internet, vengono reclutati alla guerra santa contro gli infedeli (denominata jihad) .

In particolare quella contenuta nei vari video web di 140 secondi (cosiddetti mujatweet), in cui si pubblicizza la vita di ogni giorno all'interno dello stato islamico, mediante la visione di bimbi sorridenti che giocano all'interno di famiglie serene e apparentemente  normali: quale inquietante falso storico !

Nel suo libro precitato Erelle sottolinea le motivazioni che spingono alcuni cittadini europei, anche minori,  sovente di origine islamica, a unirsi alla  organizzazione terroristica -militare dell'Isis .

In particolare ella rileva che, in molti casi non sia soltanto la fede musulmana a spingerli ad unirsi all'esercito dello stato islamico, ma che essi si aggregano per aderire ad una inquietante “moda”,  espressione di una libertà vuota e di reazione alla triste quotidianità. Insomma sarebbe quasi un gioco crudele – perché fatto sulla vita di persone innocenti – che spingerebbe tanti a lasciare il loro paese europeo  di nascita e ad unirsi, a fine di addestramento sia per combattere nelle zone “calde” dell'Africa, ovvero per prepararsi a fare i terroristi a casa propria, magari come “lupi solitari .

In questo  tali soggetti, deboli e non integrati completamente nella cultura occidentale nonostante la loro lunga permanenza in Europa, sono per così dire  aiutati dalle immagini  di una incredibile crudeltà delle esecuzioni capitali (mediante sgozzamento o il rogo degli infedeli) che continuamente girano su internet.

La visione di bambini di 10-12 anni che eseguono lo sgozzamento del condannato per decisione dell'Isis (minori che parrebbero non essere stati  costretti, ma sicuramente assai “indottrinati” alla partecipazione di un così crudele “gioco perverso”) costituisce una inquietante crudeltà che simboleggia in pratica il regime di terrore propugnato dallo stato islamico e che si attua, soprattutto, verso le bambine e le donne costrette a vivere in un regime “medioevale”.

Tale visione ripetuta e amplificata dai farneticanti proclami terroristici dello stato islamico crea la già ricordata possibilità di emulazione da parte di menti fragili  e divise fra due civiltà, come già ricordava il sociologo americano Robert Park (1864-1944), l'iniziatore della Scuola di Chicago, che nel suo articolo “Human migration and the marginal man”, in American Journal of Sociology del 1928 , pagg. 206-207, analizzava la figura dell'uomo marginale (“marginal man”) come : “nuovo tipo di personalità, che si potrebbe definire un ibrido culturale, un tipo di uomo che vive all'interno di una vita culturale e della tradizione di due popoli diversi e ad essa partecipa intimamente, che non arriva mai a rompere, anche quando gli è possibile, con il proprio passato e con la propria tradizione e che non è mai completamente accettato a causa dei pregiudizi razziali , nella nuova società in cui egli cerca di trovare un posto. Egli è l'uomo che vive sul confine di due culture e di due società, che non si sono mai fuse e interpenetrate.”

Un profilo criminologico del ragazzo di Udine improntato quindi ad una personalità sicuramente scissa psicologicamente fra le due diverse culture – italiana e algerina (propria dei suoi genitori), ma anche imbevuta dal sogno di poter fare l'eroe della sua fede – e che eroe !!! – illuminato dalla promessa , scritta nel Corano, di un premio, dopo la morte, del paradiso sessuale, costituito da tante fanciulle vergini in attesa di incoronarlo tale, congiungendosi carnalmente con lui.

Nessun ideale pseudo sociologico ma il tentativo di affermare la supremazia di una cultura, arroccata su concezioni fuori dal tempo, antidemocratiche, illiberali e senza alcun rispetto per i diritti inviolabili dell'uomo , in gravissima contraddizione con  quella tradizionalmente occidentale di segno fortunatamente opposto , pur se talora con gravi carenze di ordine politico e sociale.

In questa presunta “supremazia” le vere vittime innocenti sono i minori addestrati alla guerra e alla violenza terroristica, sfruttati da delinquenti adulti  privi di qualsiasi umanità; bambini indotti con sottili  manipolazioni psicologiche ad accettare il terribile “gioco della guerra” (che di gioco non ha certamente nulla !) in nome di Allah, attraverso una trasmissione culturale per apprendimento di modelli negativi, soprattutto all'interno di micro-gruppi dominati da figure di spicco di criminali dotati di un solido carisma negativo, teoria già  studiata da Edwin H. Sutherland e da lui denominata delle “associazioni differenziali” nel suo libro “Principles of Criminology”, Philadelphia, Lippincott, 1947.

Se così è stato, pur con la riserva di non conoscere direttamente gli atti di indagine e giudiziari ma, ripeto, solo notizie giornalistiche che possono essere alle volte errate o esagerate  il cosiddetto noto problema delle “fake news” ) – tanto che nell'articolo di Gianluca Modolo per la Repubblica dell'8 aprile 2018 si riferisce che il procuratore della Repubblica di Trieste Leonardo Tamborrini nega che vi sia mai stata una volontà da parte del quindicenne di Udine di voler compiere un attentato alla sua scuola e che non vi è alcun imam affidatario, ma solo una squadra di psicologi che l'avrebbe preso in carico per recuperarlo, scollegandolo dal fenomeno della cyberjihad ,e riportandolo ad un vissuto maggiormente consono alla sua giovanissima età – mi viene di concludere che per il minore in questione si sia trattato di una vittimizzazione inconscia da parte di cattivi maestri che purtroppo incombono sui nostri giovani, utilizzando soprattutto i “social”  come metodo di diffusione e di amplificazione delle loro aberranti concezioni.

 

 

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