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Un nuovo Parlamento, un nuovo Governo, vecchie priorità

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Mentre scrivo queste righe, il nuovo Parlamento si è insediato da qualche giorno e a breve inizieranno le consultazioni per la realizzazione di un nuovo Governo per il Paese. La situazione politica mi sembra molto incerta, e non so quali saranno gli scenari che si realizzeranno.

Quel che mi sembra di poter affermare è che sono rimasti sul tavolo priorità importanti per il Corpo di Polizia Penitenziaria, il sistema carcere e l’intero Comparto Sicurezza.

Partendo da qui, dalla specificità del Comparto Sicurezza e Difesa, mi auguro che i componenti del nuovo Parlamento dedichino ai temi della sicurezza sociale l’attenzione che tutti, più o meno, gli hanno riservato ed hanno promesso in campagna elettorale.

Attenzione che vuol dire rispetto ma anche, soprattutto, investimenti umani e finanziari tali da rendere i Corpi di Polizia dello Stato, e la Polizia Penitenziaria tra essi, sempre pronti alla prevenzione ed alla repressione del crimine, anche sul fronte del terrorismo internazionale.

Ma Parlamento e Governo dovranno dedicare la loro attenzione anche al sistema penitenziario.

La situazione delle carceri si è notevolmente aggravata, anche per l’assoluta inerzia dell’Amministrazione Penitenziaria rispetto a provvedimenti che garantiscano l’ordine e la sicurezza interna delle carceri.

I dati ci confermano che le aggressioni, i ferimenti, le colluttazioni – che spessissimo vedono soccombere anche gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, sempre più contusi e feriti da una parte di popolazione detenuta prepotente e destabilizzante – sono sintomo di una situazione allarmante, per risolvere la quale servono provvedimenti di tutela per gli Agenti e di sicurezza per le strutture carcerarie e certo non leggi che allarghino le maglie della sicurezza penitenziaria.

Aumentano gli episodi violenti all’interno delle carceri italiane: e con il regime penitenziario ‘aperto’ e la vigilanza dinamica, ossia con controlli ridotti della Polizia Penitenziaria, la situazione si è ulteriormente aggravata.

I numeri riferiti agli eventi critici avvenuti tra le sbarre nell’intero anno 2017 sono inquietanti: 9.510 atti di autolesionismo (rispetto a quelli dell’anno 2016, già numerosi: 8.586), 1.135 tentati suicidi (nel 2016 furono 1.011), 7.446 colluttazioni (che erano 6.552 l’anno prima) e 1.175 ferimenti (949 nel 2016).

E la cosa grave è che questi numeri si sono concretizzati proprio quando sempre più carceri hanno introdotto la vigilanza dinamica ed il regime penitenziario ‘aperto’, ossia con i detenuti più ore al giorno liberi di girare per le sezioni detentive con controlli sporadici ed occasionali della Polizia Penitenziaria.

Lasciare le celle aperte più di 8 ore al giorno senza far fare nulla ai detenuti – lavorare, studiare, essere impegnati in una qualsiasi attività – è controproducente perché lascia i detenuti nell’apatia: non riconoscerlo vuol dire essere demagoghi ed ipocriti.

E la proposta è allora quella di sospendere la vigilanza dinamica: sono infatti state smantellate le politiche di sicurezza delle carceri preferendo una vigilanza dinamica e il regime penitenziario aperto, con detenuti fuori dalle celle per almeno 8 ore al giorno con controlli sporadici e occasionali. Per non parlare dei detenuti di 25 anni che incomprensibilmente continuano a stare ristretti in carceri minorili. E se non accadono più tragedie di quelle che già avvengono è solamente grazie agli eroici poliziotti penitenziari, a cui deve sempre andare il nostro ringraziamento.

Un esempio su tutti: negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 18mila tentati suicidi ed impedito che quasi 133mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze.

Avere carceri meno affollate e più moderne non vuol certo dire aprire sempre di più le porte delle celle, come ha previsto la scellerata riforma penitenziaria (ancora in itinere) che si è tentato di imporre alla fine della scorsa legislatura, a Parlamento chiuso ed a Governo delegittimato e depotenziato dall’esito elettorale.

Ecco, vorremmo che la politica, nel suo insieme, tenga bene a mente queste priorità per risolvere le quali sarebbe auspicabile ci si avvalesse non solamente di “esperti” che il carcere lo hanno conosciuto sui libri (o perché vi sono stati come ospiti…) ma anche della collaborazione di coloro che rappresentano le donne e gli uomini appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, che quotidianamente tastano con mano le criticità e le priorità del sistema carcere.

 

 

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