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Un suicidio al mese nell''indifferenza

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Nonostante da queste pagine della rivista abbiamo sollevato in tempi non sospetti il fenomeno dei suicidi in carcere da parte di appartenenti alla Polizia Penitenziaria, del malessere serpeggiante tra i  colleghi, del rischio bournout, delle centinaia di appartenenti che accusano quasi a fine carriera uno stato d’ansia che li spinge alla riforma per motivi sanitari, (vedi articolo precedente sulle CMO) ebbene, la nostra Amministrazione ha solo prodotto sterili circolari d’intenti che restano sulla carta ma che di concreto ancora nulla si è realizzato per venire incontro, concretamente, ai quei colleghi che vivono male la propria vita, la propria esperienza professionale.

Stiamo ancora attoniti per la notizia della povera collega Sissy di qualche giorno fa (suicidio – omicidio?) non sappiamo, brancoliamo nel buio … che l’ennesimo suicidio di un appartenente alla Polizia Penitenziaria a Perugia ci fa cadere in una profonda prostrazione; questo ulteriore suicidio non può più essere archiviato come facente parte di una fredda statistica, ovvero la consapevolezza che dal 2000 ad oggi si sono suicidati oltre 100 appartenenti al Corpo, 1 direttore, 1 dirigente generale, che danno una media impressionante di 10 suicidi all’anno.

Adesso basta. Non possiamo più leggere freddi comunicati nei quali si esprime cordoglio, cercando la causa del suicidio altrove, purché non emerga il nesso tra il lavoro e il rischio suicidario; facendo capire all’opinione pubblica che comunque l’ambiente carcerario non influisce minimamente sulla psiche, e che i problemi erano solo personali o familiari.

Troppo comodo. Specie in un periodo come questo, di crisi mondiale, dove alle nostre piccole crisi familiari e problemi economici più o meno grandi si aggiunge la consapevolezza di essere abbandonati, in balia del proprio destino all’interno delle carceri “Aperte” volute da una sentenza Torreggiani alla quale la politica non si è opposta ricevendo supinamente ordini dall’Europa e rendendo le carceri un colabrodo dove i detenuti la fanno da padroni;  talvolta, alla lontananza dagli affetti familiari, ai  cattivi rapporti con colleghi e superiori,  un ambiente ostile all’interno delle sezioni, non fanno altro che aumentare quella sensazione di malessere, che può portare al gesto estremo.

Certo, queste sono delle supposizioni. Non è detto che il collega si trovasse in una delle situazioni descritte, ma resta il fatto che il carcere, l’ambiente carcerario, la durezza del lavoro, il logorio psicologico cui siamo sottoposti, amplificano i problemi; non aiutano di certo a risolverli né tantomeno a lenirli.

Più che dichiarazioni d’intenti, si dovrebbe iniziare a fare un serio monitoraggio all’interno delle carceri per segnalare (con le attenzioni del caso) tutti quei casi a rischio che potrebbero dar luogo a gesti inconsulti cercando di aiutare seriamente (non a chiacchere) gli agenti in difficoltà.

Mi fermo qui per il momento; attonito nel commentare l’ennesima tragedia che colpisce un intero Corpo di Polizia abbandonato a se stesso, nell’indifferenza totale di chi è tutto proteso invece a trovare soluzioni concrete per il sovraffollamento e per migliorare le condizioni di vivibilità dei detenuti magari installando nei passeggi dei soffioni doccia al fine di lenire il caldo ai poveri detenuti nelle giornate estive.

Ancora un suicidio nella Polizia Penitenziaria: collega quarantaduenne si spara in caserma a Perugia

 

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