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Una riforma necessaria: dalla sentenza Torreggiani ad oggi

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Sono passati quasi cinque anni da quando, l’8 gennaio 2013, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia sul caso Torreggiani e degli altri sei ricorrenti per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ponendo l’attenzione sul sovraffollamento carcerario del nostro Paese, definito espressamente come “problema sistemico risultante da un malfunzionamento cronico proprio del sistema penitenziario italiano”.

Da allora sono stati compiuti molti passi in avanti, anche grazie ad alcuni interventi, prevalentemente di carattere eccezionale ed emergenziale, che hanno fornito una prima risposta concreta e hanno portato la popolazione carceraria a ridursi drasticamente, avvicinando la soglia di equilibrio con la capienza regolamentare delle strutture penitenziarie del Paese.

Questi provvedimenti hanno prodotto un significativo miglioramento delle condizioni di vita all’interno dei penitenziari, ma non hanno risolto in modo strutturale e definitivo il problema del sovraffollamento che richiede, in tal senso, una riforma di più ampio respiro, che non si limiti ad affrontare la difficoltà nell’immediatezza, ma vada a determinare indirizzi di prospettiva capaci di garantire le condizioni essenziali dello Stato di diritto.

Non può accettarsi, infatti, che lo Stato, nell’eseguire una sentenza di condanna a pena detentiva, possa negare ad un cittadino i suoi diritti fondamentali, dovendo adeguare la risposta di giustizia ad un sistema di reclusione basato sul rispetto della dignità umana. Al tempo stesso, vale la pena ribadire che la necessità di intervenire sul sistema dell’esecuzione penale non può e non deve essere in alcun modo interpretato come un arretramento sulla certezza della pena, ma piuttosto, come necessità di perseguire con maggiore concretezza l’obiettivo fondamentale della rieducazione e del reinserimento dei detenuti nella società. Proprio a partire dalla sentenza della Corte EDU si è messo in moto un confronto serio e costruttivo che ha visto, già a partire dagli Stati Generali sull’Esecuzione Penale, un fermento di idee e di proposte di modifica della legge sull’ordinamento penitenziario, che ha visto partecipare tante energie appartenenti a molti diversi mondi e ha finalmente posto l’attenzione, anche dell’opinione pubblica, su un tema, quello della detenzione, ancora oggi guardato con eccessiva diffidenza e pregiudizio.

Questo percorso, iniziato nel 2015, ha portato, nell’arco di due anni, ad approvare una legge delega di riforma dell’Ordinamento penitenziario che, proprio in queste settimane, dovrebbe concludere il suo iter con l’approvazione definitiva dei decreti legislativi da parte del Governo.

Nel mese di ottobre, peraltro, anche il Parlamento europeo, approvando una risoluzione sul tema delle carceri, ha sollecitato gli Stati membri ad intervenire per migliorare le condizioni di vita all’interno delle strutture, anche attraverso maggiori stanziamenti per la ristrutturazione e l’ammodernamento delle strutture penitenziarie che, in molti Paesi, non sono adeguate ad un modello di detenzione moderno e coerente con il rispetto dei diritti umani. In questa occasione, le istituzioni europee hanno, peraltro, ricordato come il tema del sovraffollamento delle carceri coinvolga direttamente almeno quindici Stati membri, tra i quali figura anche l’Italia, ribadendo la raccomandazione di adottare tutte le misure necessarie a superare questa grave problematica. Fatte queste premesse, risulta facile comprendere come sia necessario stringere i tempi per portare a compimento un percorso di riforma che darebbe una risposta organica ad una problematica di grande rilievo, sulla quale anche le istituzioni europee hanno posto l’attenzione.

Non si deve dimenticare, infatti, che le carceri rappresentano il luogo ideale per la propaganda dei terroristi che trovano, in ambienti di disagio e di alienazione sociale, un terreno fertile per tramandare odio e disprezzo verso i valori fondamentali di qualsiasi società democratica e liberale.

La riforma, quindi, arriva in un momento cruciale per l’intera società, perché permette di sviluppare le politiche di contrasto e prevenzione al fenomeno jihadista già a partire dal carcere, attraverso un maggiore controllo dei soggetti maggiormente a rischio. La necessità di approvare la riforma dell’Ordinamento penitenziario, però, non deve essere letta solo nell’ottica del detenuto, al quale certamente si deve garantire il rispetto della propria dignità umana e la possibilità di condurre un percorso di rieducazione in un ambiente adeguato, ma anche avendo riguardo della difficile posizione del personale della Polizia Penitenziaria e dei tanti operatori, educatori e volontari che, in questi anni, hanno operato all’interno delle strutture con grande responsabilità, coraggio e professionalità.

Se è vero, infatti, come teorizzava il filosofo illuminista francese Voltaire, che “il grado di civiltà di una Nazione si misura dallo stato delle sue carceri”, dobbiamo dare atto a questi eroi silenziosi del loro importante lavoro al servizio della comunità, grazie al quale è stata gestita una vera e propria emergenza che speriamo possa essere definitivamente superata con la riforma in approvazione.

 

 

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