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Boss mafiosi nella stessa cella e a colloqui con le loro famiglie nello stesso momento: così impartivano ordini dal carcere di Padova

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Tra il 2014 e il 2015 nel carcere di Padova è recluso il boss Salvatore Giglio. E da lì continua a impartire ordini e direttive ai suoi familiari e agli uomini della cosca. Lo fa durante i colloqui, usando frasi in codice e gesticolando.

I controlli

Non è sempre facile anche perché, dopo che nel luglio del 2014 alcune guardie sono state arrestate per aver fatto entrare droga al Due Palazzi, «i controlli sono diventanti più minuziosi», spiega il capo. Anche la moglie se ne lamenta, dice che «non volevano far entrare nemmeno le melanzane che gli ha portato». E Giglio annuisce: «È successo un casino», ogni volta che si muovono vengono sottoposti a perquisizione «prima e dopo i colloqui». Ispezioni frequenti, quindi. Anche se dall’ordinanza del gip di Catanzaro emerge che «il direttore del carcere gli regala un colloquio (oltre a quelli previsti, ndr) da eseguirsi in palestra, luogo in cui i detenuti giocano a calcio».

«Con farina e acqua si fanno i soldi»

I messaggi filtrano dal carcere per raggiungere gli affiliati. È sempre Giglio ad avere le idee chiare su come impegnare il denaro della cosca: «Con farina e acqua si fanno i soldi». E la moglie, guardando il figlio (presente anche lui al colloquio) dice: «C’è assai guadagno, capì». E quando gli chiedono se devono farlo a Strongoli (Crotone), il boss risponde secco: «Qua!», intendendo nelle zone del Padovano. Per l’accusa, «fa capire che a Padova devono iniziare e inserirsi nel mercato della panificazione» che in Calabria è già controllato, di fatto, dalla mafia e suggerisce «di interessarsi e vedere se riesce a trovare qualche forno che si vende».

La «mente» della cosca

Di «rilievo» viene anche definito il colloquio del 29 gennaio 2015 tra il boss, la moglie e il figlio Vincenzo, che nell’ordinanza viene definito «la mente imprenditoriale della cosca». Emergono piccoli problemi con l’affiliato a un altro clan che rifiutava la restituzione di una somma di denaro, e Salvatore Giglio risolve la questione rivolgendosi al boss di Cirò Superiore, Giuseppe Farao, pure lui detenuto a Padova, «affinché mandi a dire all’affiliato di cambiare atteggiamento e comunque non farli andare nelle zone del Padovano in quanto “loro zona” (inteso del clan degli strongolesi). Farao gli risponde «che mo’ che vanno da lui, glielo dice che quando vengono a Padova si devono comportare bene». E Giglio ribatte «che se non ci vengono proprio a Padova, è meglio».

La sinergia

Per il gip Giulio De Gregorio, «il colloquio mostra la particolare sinergia fra l’articolazione strongolese e la locale di ‘ndrangheta cirotana. Soprattutto mostra la vera e propria edizione di una stabile compenetrazione degli accoscati strongolesi nel territorio padovano» al punto che un pezzo da novanta come Giglio «si preoccupa di evitare problematiche ai suoi affiliati nella conduzione delle loro attività nel nord Italia».

Il Nord

Non c’è solo il Padovano nelle mire della ‘ndrangheta. Più in generale, il giudice osserva che «l’attività di polizia giudiziaria rivelava la presenza di un presidio di sodali insediato al Nord, sempre pronti ad adoperarsi per le esigenze, anche semplicemente logistiche, di esponenti di vertice (della cosca, ndr)».

La pizzeria di Trissino

Tra i 169 arrestati, c’è Gaetano Aloe che gestiva una pizzeria a Trissino, chiusa poche settimane fa in seguito a un’interdittiva dell’Antimafia. Ora si scopre che il 18 febbraio 2016 proprio nel Vicentino si presentò Pino Sestito il super-boss di Cirò «con ogni probabilità per gestire investimenti che la cosca aveva in quei territori». Uno dei dipendenti di Aloe, attende fuori dal ristorante che i due finiscano di cenare, e quando riceve la telefonata del padre sembra eccitatissimo: «Oggi … è arrivato il boss di Cirò … il boss di Cirò … proprio il vero … sì … Pino Sestito… è venuto qua non so perché, ora infatti sono a cena fuori…».

Il riciclaggio di materie plastiche

Nelle carte dell’accusa, compare (in modo marginale) anche la figura della compagna di Gaetano Aloe, la vicentina Erika Lovato, che non rientra nell’elenco delle persone arrestate. Per il gip, da alcune intercettazioni emerge l’interesse della cosca di Cirò a «ingerirsi nel redditizio settore imprenditoriale del riciclaggio delle materie plastiche». Vengono trascritte le parole del boss Giuseppe Spagnolo (pure lui imparentato con la famiglia Aloe e arrestato), secondo il quale «gli introiti avrebbero dovuto essere divisi in parti eguali con una donna, la quale avrebbe dovuto assumere il controllo di una delle nuove società in fase di costituzione». Si tratta, secondo gli inquirenti, proprio di Erika Lovato. «Praticamente la plastica la danno a me – spiega Spagnolo – la vanno a scaricare nell’azienda nostra… e poi si fa al 50 per cento … il 50 io e il 50 lei».

L’errore

Il messaggio è chiaro: gli affari si fanno insieme e tutti devono guadagnarci qualcosa. Con una regola, però: nei clan mafiosi è vietato sbagliare. E infatti, quando il pregiudicato con il quale il boss sta parlando gli chiede notizie sul comportamento di Gaetano Aloe, Spagnolo replica che non avrebbe tollerato alcun passo falso: «Sono tre anni che non ha fatto neanche un errore … Il primo che farà ne pagherà tutto!».

corrieredelveneto.corriere.it

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