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Carcere di Monza: i rapporti con la ''ndrangheta li teneva un Agente penitenziario, intercettato nelle indagini sul Comune di Seregno

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L’ergastolano Giovanni Lamamora e l’agente della Polizia Penitenziaria Nicola Melina erano nello stesso carcere, quello di Monza. Melina era amico dell’affiliato alla ’ndrangheta Fortunato Calabrò. In realtà, era più di un’amicizia: il primo era stato il testimone di nozze del secondo.

Il 9 settembre 2015 Lamarmora aveva bisogno di comunicare con Calabrò. Come fare? Melina aveva telefonato a Calabrò ripetendo che doveva vederlo per «dargli un’ambasciata».

Melina: «Passa!».

Calabrò: «Che è successo?».

Melina: «Passa!».

Calabrò: «Vedo quando mi sbrigo».

Melina: «Ascolta… quando vuoi… pure ora puoi venire! Vieni qua!!!».

La frenesia dell’agente conferma il quadro emerso dalle indagini. Sudditanza, devozione senza scrupoli di coscienza e un minimo d’orgoglio.

Sono le trascrizioni delle intercettazioni che hanno portato all'arresto del Sindaco di Seregno.

«Con tutti ’sti ignoranti è il tuo pane». Ancor prima delle «ammissioni» in diretta (incontri e telefonate sotto intercettazione) del 64enne imprenditore Antonino Lugarà, era la moglie Giuseppina Linati a certificarne l’aderenza al circuito delinquenziale. Erano le sue frasi lapidarie, ugualmente ascoltate dai carabinieri, piene di disprezzo e rassegnazione, a confermare il ruolo del marito nel «sistema» di Seregno. «Dominus» qual era del Comune di 45mila abitanti, Lugarà accresceva il proprio impero viaggiando su un triplo binario: la gestione di fatto della vita politica, con al guinzaglio quel sindaco Edoardo Mazza definito dai pm uno «zerbino»; il controllo di segreti e dati sensibili, con il pubblico ufficiale della Procura di Monza, il traditore Giuseppe Carello, che s’affannava a esaudire le richieste di verifiche di Lugarà; infine, ma fondamentale nell’espansione dell’imprenditore, i legami con i «padrini».

Nella notte tra il 24 e 25 dicembre 2015, dei ladri avevano svaligiatol’appartamento della figlia Annalisa, al 63 di via Foinera, a Seregno. Lugarà, informato dei fatti, anziché chiamare come un normale cittadino le forze dell’ordine, aveva chiesto aiuto ai boss, i quali avevano avviato un’indagine (senza peraltro cogliere risultati). Quella era l’abitudine dell’imprenditore. Due mesi prima, il 22 ottobre, Lugarà aveva sollecitato un intervento dei fratelli Carmelo e Silvio Callimaci: aveva venduto due cavalli al cittadino francese Olivier Proksa, con casa a Sant Remy La Vanne, tra Parigi e Reims, ma l’acquirente rimandava il pagamento. Una telefonata della coppia di fratelli — uomini che fungono da «cerniera» con le cosche — aveva risolto il problema. I soldi erano arrivati.

Raffaele Faiella è un ex finanziere. Era stato lui, nel 2015, a produrre un fuoco di sbarramento contro la nomina di Stefano Gatti, prestanome di Lugarà in cinque società, incompetente e impresentabile eppure eletto, approdato in consiglio comunale e ormai vicino alla conquista di una commissione. Il sindaco corrotto e l’imprenditore trafficone aveva scelto quella strategica dell’Urbanistica, dopo aver accarezzato l’idea della Cultura. Faiella era stato coordinatore della Lista Civica alle elezioni comunali. Aveva compiuto accertamenti e proprio la contiguità di Gatti con Lugarà l’aveva spinto a battersi per bloccare la nomina. Impresa che gli era riuscita. Dice al CorriereFaiella: «Da allora sono uscito dalla politica. Basta. Amo Seregno, vivo qui. Ma indietro non ci torno più».

milano.corriere.it

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