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Carceri, la riforma rischia di slittare a dopo il voto. Troppe pene alternative

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A rallentare la riforma i rilievi di deputati e senatori e l’imminente scadenza elettorale. L’ultimo parere – positivo seppure con qualche distinguo e raccomandazione – arriverà domani dal Consiglio Superiore della Magistratura, ma potrebbe risultare inutile. Perché giunta in vista del traguardo, la riforma dell’ordinamento penitenziario che riscrive le regole della detenzione a oltre 40 anni dalla precedente, potrebbe arenarsi e finire nel nulla.
Era (ma il ministro della Giustizia Andrea Orlando continua a dire “è”) uno dei punti qualificanti dei governi Renzi e Gentiloni. Il Guardasigilli era arrivato a ipotizzare di stralciare questa materia dalla più ampia riforma del processo penale per essere sicuro di portarla a casa quando si temeva che tutto finisse su un binario morto. Invece le nuove norme processuali sono legge, quelle sul carcere ancora no.
In realtà il governo ha fatto la sua parte, scrivendo i decreti delegati che – nella sostanza – allargano un po’ le maglie della concessione di benefici restringendo l’area delle preclusioni automatiche. Un modo per avvicinare la detenzione a quanto prevede la Costituzione, con il recupero dei reclusi.
Fermo restando, come prevede espressamente la legge delega, il mantenimento del “doppio binario” con il divieto per i reati di mafia, terrorismo e altre categorie ritenute particolarmente gravi, la riforma prevede una più ampia possibilità di ottenere forme di detenzione alternative, permessi-premio e ulteriori collegamenti con la realtà esterna. Sempre senza automatismi, lasciando ogni decisione al magistrato di sorveglianza.
Sul presupposto che un “carcere chiuso” produce più recidiva, maggiore propensione a tornare a delinquere e minore sicurezza, rispetto a un regime che metta il detenuto alla prova anche mentre sconta la pena. Poi però, approvato il testo, sono cominciati i problemi.
A parte il Garante nazionale dei diritti dei detenuti, che ha espresso “soddisfazione per il maggiore accesso alle misure alternative, la semplificazione di molte procedure e l’introduzione di percorsi di giustizia riparativa”, o i movimenti della galassia radicale che da sempre si battono quasi solitudine per un carcere conforme al dettato costituzionale, altre gruppi hanno preso posizioni opposte.
Per esempio l’Associazione vittime del dovere, che contesta i presupposti statistici sulla recidiva. E i rappresentanti delle istituzioni ascoltati dalle commissioni Giustizia di Camera e Senato hanno espresso alcune critiche e preoccupazioni: dal procuratore nazionale antimafia al direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, passando per magistrati considerati esperti della materia. Rilievi che deputati e senatori hanno in gran parte fatto propri, suggerendo modifiche che sostanzialmente tendono a una parziale marcia indietro sulla concessione dei benefici, riallargando il campo delle preclusioni e reintroducendo meccanismi di con- frollo e gradi di giudizio che erano stati ridotti o aboliti.
Pareri favorevoli ma condizionati alla parziale riscrittura dei decreti, quindi. Ora la palla è tornata al governo, che se non accetta tutte le condizioni poste dal Parlamento deve rispedire il testo alle Camere, che hanno altri dieci giorni per nuove valutazioni. Accadrà tutto questo prima delle elezioni del 4 marzo?
Molto improbabile, quasi impossibile; per motivi di tempo e perché in campagna elettorale c’è chi è pronto alla propaganda contro il Pd e il suo Gli ostacoli A rallentare la riforma ¡ rilievi di deputati e senatori e l’imminente scadenza elettorale “decreto salva-ladri” (espressione del leader leghista Salvini).
E dopo il voto, il governo potrà dare attuazione alla riforma? Tecnicamente sì, almeno fino all’insediamento del nuovo Parlamento, ma si aprirebbe una questione di opportunità, soprattutto se Pd e alleati uscissero sconfitti dalle urne. Ecco perché, al di là delle intenzioni del ministro Orlando e delle speranze di quanti considerano la riforma una conquista di civiltà, il carcere rischia di rimanere fermo a quarant’anni fa.

 

fonte il Corriere della Sera

 

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