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Colloqui disinvolti nel carcere di Padova: ai boss veniva consentito anche di incontrare persone sotto inchiesta del proprio clan

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Arresti in Veneto, le carte dell'inchiesta Il giudice: incontri allarmanti al penitenziario. C'era qualcosa che non funzionava nel sistema detentivo della città del Santo. Anzi, di "allarmante", come scrive il giudice nelle carte dell'inchiesta "Stige", l'indagine che ha scoperchiato la rete della 'Ndrangheta in Veneto e ha portato all'arresto di cinque persone, tra le quali il presidente del Mogliano calcio.

A finire nel mirino dei magistrati anche il ruolo dei boss nel carcere di Padova. In particolare i loro colloqui "disinvolti" con gli affiliati e gli "ordini" che impartivano dal carcere. "I colloqui presso il carcere di Padova avvenivano in modo per cosi dire "disinvolto", si legge nell'ordinanza con la quale il gip di Catanzaro, Giulio De Gregorio, martedì ha disposto l'arresto di 169 persone collegate alla 'ndrangheta, cinque residenti in Veneto, tra le quali il presidente del Mogliano Calcio, Marco Gaiba.

Che qualcosa non funzionasse nel sistema detentivo della città del Santo, lo si era capito già a partire dal 2014, quando al Due Palazzi furono arrestate diverse guardie accusate di aver lasciato entrare droga e telefonini destinati ai detenuti. Ora si scopre che, dall'interno del carcere, i boss erano nelle condizioni di continuare a gestire i traffici illeciti, impartire ordini all'esterno, perfino di incontrare affiliati. A dimostrarlo ci sono ore di intercettazioni e di filmati ripresi dalle telecamere di sorveglianza installate all'interno della struttura.

Ad attirare l'interesse della procura calabrese, erano in particolare due detenuti: Giuseppe Farao, il capoclan 71enne dei Farao-Marincola, e Salvatore Giglio, il boss di Strongoli. Il pm di Catanzaro, nella sua richiesta di arresto, spiega che molte intercettazioni sono avvenute nel corso degli incontri tra i due mafiosi e i loro congiunti e sottolinea "l'allarmante coincidenza temporale in cui tali colloqui sono stati registrati, nel senso che, spesse volte, i colloqui sono stati svolti dai capicosca all'interno della medesima sala, in contemporanea con i familiari di entrambi".

In pratica i due boss si accordavano per ricevere le visite alla stessa ora, trasformandole quindi in una sorta di "summit" tra esponenti delle cosche. Una situazione "allarmante in sé – scrive il magistrato – rispetto alle potenzialità nocive dello scambio di informazioni, realmente avvenuto, tra detenuti e familiari". Addirittura, mogli e figli viaggiavano assieme dalla Calabria e il loro soggiorno padovano veniva curato (e offerto) dagli uomini del clan.

Per chiarire la portata del problema, è durante quei colloqui con i parenti – in buona parte avvenuti tra il 2011 e il 2014 – che Salvatore Giglio ha ordinato di "iniziare a inserirsi nel mercato della panificazione a Padova", sulla falsa riga di quanto già avviene in Calabria. Ed è parlando tra loro, che uno dei due capiclan dice che in Veneto "c'è il ben di dio" e che quindi è in questo territorio che occorre investire il denaro dei traffici illeciti.

Gli esponenti delle due famiglie, si ritrovano quindi nel carcere padovano a discutere di affari: dalle riprese video – osserva ancora il pm – si intuisce "come la sala colloqui d Padova sia composta da tavoli e banchi del tutto adiacenti", consentendo quindi ai familiari del Giglio e a quelli del Farao di sedere gli uni accanto agli altri innescando situazioni paradossali, come quando "Giglio, girandosi di spalle, interviene nel colloquio dei familiari del capocosca cirotano" e subito dopo Farao "gesticolando fa notare che ci sono le microspie".

Ancora più evidente: "Il 31 gennaio 2013, Farao riceveva la moglie e nello stesso tempo, da una postazione vicina, Giglio incontrava i suoi. Farao affrontava, come sempre, temi di interesse della cosca fino a soffermarsi su una questione che vedeva coinvolto Giglio". E quest'ultimo interveniva lamentando il fatto che affiliati ai Cirò "intendevano ingerirsi nell'estorsione perpetrata dalla 'ndrina strongolese in danno di una impresa che eseguiva un appalto (…) Farao consegnava allora alla moglie un messaggio da veicolare ai reggenti della cosca: "Tu gli dici: si devono fare gli affari loro"". Insomma, i colloqui che avvenivano nel carcere di Padova si trasformavano nell'occasione per scambiare consigli, favori, ordini. E l'obiettivo è evidente: il gip sottolinea che "ogni colloquio è permeato dalla rivendicazione, da parte di Farao di continuare a comandare seppure dalla prigione".

Le stranezze non si fermano qui. Ai boss veniva consentito "inspiegabilmente" di incontrare anche persone sotto inchiesta. "Particolare rilevanza – scrive il pm – assume la figura di Barucca (Antonio, che viveva a Vigonza e che per l'accusa sarebbe un uomo di fiducia della cosca nel Padovano, ndr) – perché inspiegabilmente allo stato, diverse sono state le occasioni in cui si è recato a colloquio in carcere da Giglio".

E poi ci sono alcune frasi pronunciate dal boss, dalle quali si intuisce che "il direttore del carcere gli regala un colloquio (oltre a quelli già previsti, ndr) da eseguirsi in palestra, luogo in cui i detenuti giocano a calcio". Infine, se anche quegli incontri "allargati" non fossero bastati a chiarire i rapporti tra clan, i due boss avevano tutto il tempo di parlarne a quattrocchi: "Si ricordi – annota il pm – che Giuseppe Farao è detenuto presso il carcere di Padova nella stessa cella del Giglio".

Corriere del Veneto

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