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Detenuti o in misura alternativa al lavoro nei Tribunali. Sappe: non sarebbe meglio impiegarli in altri lavori?

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Fa discutere la convenzione che è stata sottoscritta ieri mattina, nel tribunale di Pescara, per la realizzazione di un progetto di recupero e di reinserimento sociale di persone detenute o sottoposte a misure alternative e di messa alla prova. L’intesa, siglata tra tribunale di Pescara, ufficio di sorveglianza, casa circondariale e ministero della Giustizia, prevede il coinvolgimento di dieci persone che provvederanno alla risistemazione degli archivi del tribunale e ed alla scannerizzazione degli atti.

Perplesso il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, per voce del Segretario Generale Donato Capece: “Mi sembra assurdo che dei detenuti possano avere accesso a dati sensibili come gli atti giudiziari. Avrei preferito che al posto loro venissero coinvolti altre persone, incensurate ed in difficoltà trovare una occupazione, come ad esempio gli orfani delle vittime della criminalità. Quella siglata ieri a Pescara, dunque, mi sembra più una manovra elettorale di fine legislatura che non una iniziativa per la rieducazione trattamentale dei detenuti”.

Capece si chiede perché il Sottosegretario alla Giustizia Federica Chiavaroli, che ha siglato il protocollo di Pescara, non si sia concretamente mai impegnata per favorire il potenziamento del lavoro durante la detenzione. E rilancia: “Si potrebbe, ad esempio, introdurre il principio dell’obbligatorietà del lavoro per i detenuti – per tutti i detenuti! – con la previsione di destinare parte della retribuzione al pagamento delle spese per il mantenimento in carcere – pasti, letto, acqua, luce, uso del televisore –, un’altra “quota parte” a un Fondo dello Stato cui potranno accedere le vittime della criminalità e il resto della paga lasciarlo nella disponibilità del detenuto e della sua famiglia. Si dovrà prevedere, laddove possibile, il rilascio di certificazioni ‘anonime’ (che non specifichino, insomma, il luogo in cui siano state conseguite…) che attestino l’acquisizione e il possesso di una qualifica professionale lavorativa, da poter poi ‘spendere’ una volta in libertà. E penso che il lavoro dei detenuti potrebbe essere determinate anche per quel che concerne il recupero del patrimonio ambientale del nostro Belpaese, impiegandoli nella pulizia degli alvei dei fiumi, delle spiagge, dei sentieri, dei boschi… Ministero della Giustizia e Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria hanno voglia di ragionare su questo?

agenpress.it

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