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Direttore del Carcere di Bergamo Porcino va in pensione:I miei 40 anni con i detenuti

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Dietro l’apparente durezza, c’è un uomo che nella sua vita ha dovuto confrontarsi ogni giorno con ogni genere di detenuto, dal ladro di polli al mafioso. Difficile non pensare a una tempra dal polso fermo.Anno 1979. Un 26enne fresco di laurea arriva dal profondo Sud per prendere servizio come vicedirettore del supercarcere di Novara. Due episodi, due istituti di pena, un solo nome. Quello di un giovane dottore in Giurisprudenza, calabrese di Reggio, Antonino Porcino. È lui il dirigente della blindatissima casa circondariale piemontese che qualche anno più tardi giungerà a Bergamo e traghetterà quel modo obsoleto di concepire il sistema penitenziario verso un modello meno crudo e più umano. Il direttore Porcino si avvia a fine mese al meritato riposo dopo 40 anni vissuti nell’amministrazione penitenziaria, al vertice delle carceri di mezza Italia, per 33 anni a Bergamo.

Un paio d’anni prima a Bergamo fu detenuto Enzo Tortora…

«Quando arrivai, Tortora era già ai domiciliari da metà gennaio 1984. Non l’ho visto. Per questioni procedurali firmai la documentazione quando fu messo in libertà».

La sezione Alta sicurezza, il 4 bis, è stata sempre affollata?

«Ospitava gente del crimine organizzato, come i capi storici dell’anonima sequestri sarda…»

Annino Mele?

«Anche. Con lui i rapporti sono sempre stati un po’ spigolosi, del resto era sottoposto a isolamento diurno».

 

Lei ha prestato servizio anche a Opera, dove era detenuto Totò Riina. Lo ha mai incontrato?

«Sì. Una volta accompagnai da lui il cardinale Tettamanzi».

Vi siete mai parlati?

«Il cardinale di Milano aveva chiesto l’incontro con Riina e lo accompagnai nella cella. Ci fu uno scambio di battute, i saluti, come sta ecc. Notai che sul tavolo della cella c’era un quotidiano sportivo, allora d’istinto chiesi a Riina: “lei tifa Palermo”, lui mi rispose: “no io sono di tifo milanista”. Ho avuto la sensazione che volesse interpretare la mia domanda a modo suo, per altri intenti, come un messaggio in codice e che magari la sua risposta potesse arrivare all’esterno. Difficile entrare in quella mente».

Fonte:ecodibergamo.it

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