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Enrico Sbriglia: a Padova ci sono scandali perché qui si indaga. Nelle altre carceri c''è omertà e copertura

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È un problema antico che, quasi fosse un fiume carsico, torna a galla ogni qualvolta le inchieste della magistratura svelano come un carcere sia permeabile: dall'interno quanto dall'esterno. E anche oggi, con la retata nei confronti di 169 boss e affiliati della Ndrangheta a descrivere il passaggio facile e continuo delle informazioni dentro e fuori le celle del penitenziario di via Due Palazzi, la sicurezza dell'istituto di Padova si riprende la scena.

"Non è da pensare che quanto succede a Padova non capiti da altre parti – ammette il provveditore alle carceri del Triveneto Enrico Sbriglia. Anzi io rovescerei l'ottica. Se a Padova abbiamo questi scandali è perché c'è chi denuncia e c'è una magistratura che indaga a fondo con l'unico obiettivo di portare la giustizia sopra tutto. Cosa dobbiamo pensare allora? Che dove non esistono scandali c'è il Paradiso terrestre e siano regioni o paesi ameni? No, piuttosto c'è omertà e copertura".

Ben venga, quindi, a sentire il responsabile degli istituti penitenziari di Veneto, Trentino e del Friuli Venezia Giulia, che nelle inchieste si sottolineino simili episodi, colpa di "cittadini che vivono per frodare le istituzioni e uomini delle istituzioni che non rispettano il loro ruolo tradendo la fiducia di tutti e della divisa che indossano". La mente, senza che Sbriglia lo dica, corre veloce all'inchiesta esplosa nel luglio 2014 quando l'indagine del pm Sergio Dini aveva svelato un giro di compravendite di schede telefoniche e di droga all'interno del quinto piano della Casa di reclusione, trasformato in un bazar da detenuti potenti e guardie carcerarie conniventi.

"Quell'indagine è da ringraziare – continua il provveditore, è l'esempio che il sistema funziona e che se si ha coraggio di andare a fondo si può arrivare a risultati. I problemi di Padova – spiega ancora – sono i problemi di sempre: la nostra è una continua lotta contro il male, non possiamo mai deporre l'attenzione e nemmeno possiamo pensare che nel futuro nascano solo persone leali verso tutto e tutti. La sicurezza non è una pianta che esplode ma dev'essere ogni giorno curata". Al centro della discussione quindi il sistema di reclusione, che il provveditore del Triveneto difende a spada tratta.

"Il nostro ordinamento penitenziario è ancora basato su principi che parrebbero antichi ma in realtà sono sempre più attuali e moderni. Per come la vedo io è meglio un sospettato di reato libero che un innocente imprigionato". Rimane però la troppa facilità con cui i malavitosi fanno filtrare i propri messaggi all'esterno continuando – di fatto – reggere le cosche di cui sono i boss.

"Il sistema non sarà mai perfetto ma perfettibile: se dovessimo ragionare in termini opposti, blindando tutto, per qualche tempo ci sentiremmo più sicuri e affrancati ma l'effetto durerebbe poco – conclude Sbriglia. La soluzione è di perseguire ricostruendo la filiera di responsabilità e inganno di quanti, tradendo la fiducia, abbiano consentito di fare strame e dileggio di principi che devono rimanere irrinunciabili. Se scegliessimo una sicurezza che prevede la blindatura a tutti i livelli, sarebbe una sicurezza a caro prezzo".

Il Gazzettino

Colloqui disinvolti nel carcere di Padova: ai boss veniva consentito anche di incontrare persone sotto inchiesta del proprio clan

 

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