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Evasione ospedale di Milano: Le indagini del N.I.C.seguono varie piste

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Non voglio morire in carcere». Una frase che Mohamed Ben Borhane Ayari, il detenuto tunisino ad alto rischio radicalizzazione evaso dal Fatebenefratelli, ripeteva spesso. Aveva accumulato condanne definitive per circa 30 anni legate allo spaccio di droga, e il fine pena era previsto nel 2032. Nella notte tra giovedì e venerdì ha detto di aver ingerito una lametta da barba, è stato trasferito sotto scorta da Opera all’ospedale milanese e da lì è fuggito. Le indagini del Nucleo investigativo centrale della Polizia Penitenziaria, coordinate dal capo del pool anti-terrorismo Alberto Nobili e dal pm Ilaria Perinu, stannoseguendo diverse piste.

L’uomo, in Italia da circa 15 anni, non avrebbe appoggi a Milano: i suoi legami sono tra Marche ed Emilia Romagna dove vivevano anche i due fratelli, attualmente in carcere. Non è escluso, però, che possa aver trovato rifugio in Lombardia, magari con l’aiuto di persone conosciute a Opera, dove si trovava da meno di un anno. L’altra ipotesi è quella di una difficile fuga verso il Centro Italia, senza soldi e documenti. Per questo sono stati posti sotto sorveglianza la ex moglie italiana e la figlia, nell’entroterra di Fermo. Mohamed Ayari, infatti, aveva pessimi rapporti con la donna e si teme che possa farle del male, come era già accaduto in passato. Era stato arrestato, tra l’altro, per aver cercato di rapire la bambina. Ma non è da escludere neppure una fuga verso l’estero. 

Un detenuto pericoloso anche per il percorso di avvicinamento all’islam radicale, che aveva creato diversi problemi nei penitenziari. Aveva già cercato di impiccarsi in cella e nel marzo scorso, durante un’udienza a Bologna, aveva ingerito una lametta. Alcuni giorni fa era stato ricoverato una prima volta al Fatebenefratelli, perché aveva detto di aver inghiottito una lametta. Forse stava già progettando l’evasione, e ha architettato la messinscena per fare un sopralluogo. Intanto il Dipartimento amministrazione penitenziaria ha aperto un’inchiesta interna. «Lavoriamo in stretto raccordo con la Procura – spiega il provveditore Luigi Pagano – abbiamo consegnato gli atti relativi al detenuto, gli accertamenti sono in corso».

 

Fonte:ilgiorno.it

 
 
 
 
 

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