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Provveditore Triveneto Enrico Sbriglia: Il modello Padova è un modello meraviglioso

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Parla il provveditore: "Quando ai detenuti viene data la possibilità di imparare un lavoro, non c'è reiterazione". "Voglio essere generoso per non correre il rischio di sbagliarmi. In Triveneto la recidiva arriva a picchi massimi del dodici per cento". Firmato Enrico Sbriglia, provveditore delle carceri del Triveneto.

E se recidiva sta per una reiterazione del reato da parte di chi ha passato del tempo rinchiuso in una cella, allora l'equazione (basilare) è presto fatta: le carceri del Veneto, del Trentino e del Friuli Venezia Giulia funzionano. Bene. Dove funzionare – nell'ottica del provveditore – vuol dire "puntare alla rieducazione e a far cambiare vita al detenuto".

Insomma, a sentire Sbriglia, arrivato in Trivento quando c'era da sbrogliare l'intricata matassa del quinto piano della casa di reclusione di via Due Palazzi – trasformata in un bazar dove gli agenti della penitenziaria facevano affari con i galeotti più pericolosi, quella del colonello Oreste Liporace, comandante provinciale dei carabinieri di Padova, sembra più una sparata che un'affermazione su base scientifica.

"Sia chiaro, io non sono nessuno", mette le mani avanti Sbriglia. Che poi, però, carica a testa bassa: "La mia esperienza trentennale mi fa dire che lì dove il sistema penitenziario offre possibilità di reinserimento, ovvero dà una reale chance di imparare un lavoro che poi passa rendere competitivo un reinserimento nel mercato dell'impiego, i tassi di recidiva non solo calano, ma crollano in maniera vertiginosa".

Il problema si ha quando i detenuti, d'altro canto, restano in carcere senza fare nulla "quasi a perdere le loro giornate. È lì – puntualizza il rappresentante del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria – che si alzano i rischi di una nuova reiterazione del reato. In alcuni istituti penitenziari i detenuti lavorano ma senza imparare nulla, solo come impiego del tempo alternativo alla noia. Se quindi il valore del lavoro non è considerato come tale nemmeno dallo stesso Stato, è normale che una volta usciti potranno fare altri reati".

L'esempio di Padova – Un rischio che le carceri del Triveneto non corrono, con Padova in testa e per anni a fare da modello nella battaglia per il reinserimento e il recupero dei carcerati. "Il modello Padova è un modello meraviglioso, ogni volta riesco ad osservarlo da vicino e continua a stupirmi – continua Sbriglia, nel ricordare gli esperimenti della redazione di Ristretti Orizzonti e della Cooperativa Giotto.

Mi sento di dire che Padova e il suo carcere sono la negazione dei luoghi comuni, ma non c'è solo la città del Santo. Anche a Belluno, Treviso, Venezia vivono esperienze di alto valore. Il Triveneto, che spesso è indicato come una società dove i valori liberali sono mitigati da senso pragmatico, abbiamo esperienza che il lavoro è colonna spinale della giornata del carcerato". Per Sbriglia è proprio questo il punto focale.

"La partita si gioca nella concreta possibilità di offrire una chance. C'è chi si chiede come sia possibile pensare di offrire un'altra possibilità a chi ha fatto del male. A loro rispondo che vogliamo fare? La nostra costituzione dice così. O la si applica o corriamo il rischio di dire banalità".

In sostegno della posizione del provveditore del Triveneto anche i dati ufficiali del Dap secondo cui quando viene affrontata in maniera precisa e rispettosa delle norme l'intera esperienza della giustizia – a cominciare dal processo per finire con le varie forme detentive – il settanta per cento dei detenuti non torna a delinquere. Con i dati che migliorano di tanto quando l'utilizzo della pena attraverso le misure alternative è più ampia. E chi passa per il carcere, se non è attuata la giusta esecuzione penale, peggiora la propria situazione una volta uscito.

 

Detenzione a fini educativi: a Padova benefici per tutti, di Nicola Munaro

 

Per tutti è il "modello Padova". Un carcere "che funziona, con un bassissimo tasso di recidiva e che è da ammirare" per usare le parole del provveditore agli istituti penitenziari del Triveneto Enrico Sbriglia, dove a fare la parte del leone nell'elenco delle eccellenze sono le due cooperative Ristretti Orizzonti e Giotto.

Realtà lontana dalle parole usate dal colonnello dei carabinieri Oreste Liporace nel lanciare l'allarme su otto ladri ora in cella ma presto liberi di tornare a scorrazzare. "L'unico commento che mi sento di fare alle affermazioni del colonnello è che in ventisette anni di attività ho visto che quando si rispetta sempre la legge nella sua interezza, dal processo all'esecuzione penale, i benefici che ne escono sono sia per la società civile sia per i protagonisti del reato. Tanto per le vittime, dunque, quanto per i carnefici" spiega Nicola Boscoletto, presidente della Cooperativa Giotto. Quella, per intenderci, dei pandori e di una pasticceria tra le più rinomate d'Italia.

"Se vengono seguite le regole gli effetti della detenzione sono sempre positivi – continua Boscoletto. Credo che il rispetto vero della Costituzione e della legge porta con sé il rispetto delle persone singole e delle comunità. La detenzione, in Italia, è ai fini rieducativi e funziona. Se si mette in discussione questo allora bisognerebbe cambiare le leggi, che prima però vanno applicate".

Una reazione che arriva da chi il carcere lo vive ogni giorno e vede entrare nel corso di un anno circa settemila studenti delle scuole superiori, chiamati a confrontarsi con le realtà e le storie dei detenuti. A portare avanti il progetto – così come la rivista del carcere – è la cooperativa Ristretti Orizzonti, fondata e diretta da Ornella Favero.

"Più che parlare della recidiva di chi esce, io direi che in carcere a Padova noi facciamo prevenzione – precisa, in maniera piccata, Ornella Favero. Obbligando i detenuti ad affrontare le loro storie e raccontarle ad altri ragazzi li obblighiamo ad avere una visione molto critica verso se stessi". Il beneficio, poi, è anche dei ragazzi stessi.

"I giovani che si trovano di fronte a una persona che racconta il proprio dramma con la droga partendo dal "smetto quando voglio", che è quello che tutti si dicono – continua Favero – e poi si trova sempre più invischiato in reati, fa cambiare la vita agli stessi ragazzi".

Pure sul pericolo di recidiva Favero ha una propria visione delle cose. "Il carcere però non serve a niente se i problemi non vengono affrontati con percorsi seri. È dimostrato che di fronte a un percorso in carcere serio, c'è un abbassamento della recidiva".

Il Gazzettino

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