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Recidiva e misure alternative, i conti non tornano: statistiche sbandierate senza dati reali

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Reazioni forsennate sulla carta stampata e sul web all'articolo del Fatto Quotidiano di sabato scorso sui rapporti tra pene alternative e recidiva. Tutto nasce dalla riforma penitenziaria approvata il 16 marzo dal governo Gentiloni: ha al centro l'ampliamento delle misure alternative al carcere.

Criticata da una parte dell'Antimafia (a partire dal procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho), per la preoccupazione che le nuove norme finiscano – nella realtà, anche se la forma lo esclude – per indebolire il carcere duro per i mafiosi regolato dall'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario.

E avversato da una parte del mondo politico (soprattutto Lega e M5S), che lo giudica inadeguato a risolvere i problemi del carcere italiano. La Lega non esita a definirlo una misura "svuota carceri". In questo clima di dibattito e di contrasti, il Fatto, dopo alcuni articoli che nel tempo hanno raccontato i contenuti della riforma e del dibattito, ha proposto sabato l'intervista a un ricercatore, il professor Roberto Russo, che smentisce quella che ritiene la fake news su cui si regge il sostegno ideologico alla riforma penitenziaria: l'esistenza di statistiche e dati scientifici che proverebbero la correlazione tra diffusione delle pene alternative e calo della recidiva.

Che cosa dicono, infatti, i fan della riforma? Che esistono dati certi per provare che chi sconta la pena in cella torna a delinquere tre volte di più di chi è invece ammesso alle pene alternative. Ebbene: queste statistiche non esistono. Esistono studi realizzati in altri Paesi europei. Esistono analisi fatte anche in Italia. Ma le sbandierate statistiche che provano scientificamente che meno carcere sia uguale a meno recidiva non ci sono: sarà anche vero, ma non è provato. Apriti cielo. Gli attacchi al Fatto, colpevole di aver dato voce a uno studioso che ha detto che il re è nudo, si sono saldati con la denigrazione del ricercatore intervistato, nella peggior tradizione di chi per indebolire un'idea cerca di screditare chi la propone.

Eppure è così: le statistiche inoppugnabili citate con tanto di numeri e percentuali non esistono. Esiste uno studio molto citato (e poco letto), Le misure alternative alla detenzione tra reinserimento sociale e abbattimento della recidiva, scritto da Fabrizio Leonardi nel 2007 e pubblicato sulla rivista Rassegna penitenziaria e criminologica.

Prende in esame 8.817 soggetti, casualmente scelti su 11.336 persone ammesse al beneficio dell'affidamento in prova al servizio sociale che nel 1998 hanno concluso il loro percorso. Di questi, a settembre 2005 solo 1.677 "sono risultati recidivi": il 19 per cento. Peccato però che come "recidivi" siano stati considerati solamente coloro i quali sono stati entro il settembre 2005 di nuovo condannati in via definitiva.

Conteggiati dunque soltanto quelli che, usciti dal carcere nel 1998, hanno commesso un nuovo reato, sono stati individuati (cosa non scontata vista l'alta percentuale dei crimini impuniti) e poi processati in primo grado, appello ed eventualmente anche Cassazione, con sentenza definitiva emessa entro il settembre 2005.

Altri, sul Corriere della Sera, hanno fatto riferimento a studi condotti nel carcere di Bollate. Saranno certamente significativi, ma sono altro da statistiche attendibili: sarebbe come pretendere di ricavare dati scientificamente generali sulla longevità degli italiani esaminando solamente il paese in Italia dove la vita media è più lunga, o cercare dati sulla ricchezza nazionale solo nella regione più ricca del Paese.

È prevedibilmente vero che un detenuto si incattivisca di più a stare in un carcere dove lo rinchiudono con altri otto in una cella di due metri quadri, lo maltrattano e lo affamano, piuttosto che in un istituto dove siano riconosciuti la sua dignità umana e i suoi diritti, e dove gli sia data la possibilità di lavorare, di studiare, di preparare un'alternativa alla sua vita precedente. È prevedibilmente vero che in futuro delinquisca di meno chi ha la possibilità di fare un percorso meno afflittivo di quello di stare chiuso in carcere.

Ma questo ce lo dicono studi sociologici e analisi delle esperienze virtuose (come Bollate), oltre che il buonsenso: non statistiche certe che (per ora) non esistono, eppure sono sbandierate come prova provata da chi mette le proprie convinzioni ideologiche prima della realtà dei fatti, per sostenere una riforma che, confezionata dopo le sanzioni dell'Unione europea per il sovraffollamento delle carceri italiane, ha preferito la (più facile) de-carcerazione alla (più complessa) riqualificazione dei percorsi di vita dei detenuti.

Fonte:Il Fatto Quotidiano

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