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Record di sequestri di telefonini nelle carceri italiane. Aumento del 58 per cento nel 2017

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Nascosti nelle intercapedini delle celle, dentro i bagni o dietro i termosifoni dei corridoi. Con dei casi limite: a Bergamo gli agenti hanno denunciato di aver ritrovato un cellulare perfino in un pacco di brioche destinato a un detenuto. Il fenomeno dei telefonini arrivati illegalmente in carcere continua ad allarmare i sindacati di polizia. Un allarme che sembra trovare fondamento nei dati forniti a La Stampa dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia.  

In tutto il 2017 è di 337 il numero totale di cellulari e sim ritrovati nei 190 istituti italiani. Quasi due per ogni carcere. Con un aumento del 58,22 per cento rispetto al 2016 (quando i cellulari e/o sim rinvenuti furono 213). Un fenomeno che emerge negli stessi giorni in cui, in Francia, il presidente Macron dà il via libera a quella che Le Monde ha definito una «véritable révolution» (una «vera rivoluzione»): la legge per installare i telefoni fissi nelle 50 mila celle delle 178 prigioni del Paese.  

La révolution  

«Anche i francesi hanno registrato negli ultimi anni un boom di sequestri di cellulari nelle loro carceri», sottolinea il garante nazionale per i detenuti Mauro Palma commentando l’iniziativa d’oltralpe. E chiarisce: «Guardando a questo fenomeno, però, occorre fare una distinzione: da un lato c’è chi vuole comunicare con l’esterno per continuare a delinquere, dall’altro chi vuole tutelare i propri affetti famigliari». Per garantire la sicurezza, la nuova normativa francese prevede che ogni detenuto potrà telefonare a un massimo di quattro numeri, intestati ad altrettanti destinatari, dopo l’identificazione degli stessi e il via libera dell’autorità. L’iniziativa, promossa dalla ministra della Giustizia francese Nicole Belloubet, vuole «favorire il mantenimento delle relazioni familiari considerate un fattore essenziale per il reinserimento ed evitare una delle principali fonti di tensioni all’interno delle carceri: il traffico di telefoni cellulari». 

La normativa italiana  

L’Italia intanto resta ferma a un regolamento di esecuzione datato 1976 (e poi rivisto nel 2000, 18 anni fa): ogni detenuto di media sicurezza ha a disposizione dieci minuti di telefonata a settimana verso un singolo destinatario. Nel testo della riforma dell’ordinamento penitenziario, da oggi all’esame delle Camere, è stata respinta la richiesta di allungare a 20 minuti il colloquio telefonico. «Una bocciatura senza senso e anti-storica», commenta Rita Bernardini, l’ex deputata radicale che ha già annunciato di voler riprendere l’iniziativa non violenta dello sciopero della fame proprio per la «totale assenza nei decreti delle norme sull’affettività in carcere». 

Le associazioni  

«Dieci minuti sono una mostruosità: non ci sono giustificazioni né tecniche né di sicurezza per rimanere fermi a questa legge anacronistica», rincara Alessio Scandurra che guida l’Osservatorio sulle carceri di Antigone, l’associazione per la tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale. «A meno che l’autorità non disponga diversamente – spiega ancora Scandurra – tutti i detenuti hanno il diritto di scrivere lettere a chi vogliono e la loro corrispondenza, in entrata e in uscita, è segreta. Per quale ragione allora, nel 2018, dobbiamo limitare così tanto le chiamate a casa?». Ma non è solo una questione di telefoni. Nelle 78 visite ai penitenziari effettuate da Antigone nel corso del 2017 è emerso che non sempre i colloqui con i famigliari sono facili e garantiti: «Spesso sono ammessi solo al mattino e in alcuni istituti neppure nel weekend. Così – conclude – si tranciano i legami essenziali dei detenuti». 

lastampa.it

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