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A Regina Coeli troppi clienti abituali: intervista a Giovanni Passaro Vice Segretario del Sappe

Polizia Penitenziaria - A Regina Coeli troppi clienti abituali: intervista a Giovanni Passaro Vice Segretario del Sappe


Notizia del 29/05/2016 - ROMA
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Lui, Giovanni Passaro, vicesegretario regionale del sindacato Sappe, è un Poliziotto penitenziario. I famosi tre scalini di Regina Coeli li sale e li scende da un quarto di secolo e conosce ogni scritta e ogni crepa sui muri dell’istituto penitenziario nel cuore di Trastevere. La memoria storica, vivente, della galera dei romani.

È d’accordo col piano del Governo di vendere tre carceri?

«L’idea di spostare le carceri in periferia significa escluderle dalla società, considerandole alla stregua di contenitori di rifiuti umani da allontanare. Oltretutto un’ubicazione centrale permette una maggiore e più agevole presenza di avvocati, magistrati, politici e rappresentanti della comunità esterna che ogni giorno frequentano le strutture».

Quanti detenuti sono rinchiusi a Regina Coeli?

«Novecentodieci circa, ma il numero è variabile trattandosi di una casa circondariale. Ogni persona arrestata e in attesa di giudizio passa di qui, prima dell’eventuale trasferimento in un’altra struttura».

Si parla di sovraffollamento.

«Il problema c’è, ovvio. In una cella convivono in media tre persone. I soldi per fare i corsi, per insegnare a tutti un mestiere provando a reintegrarli nel tessuto sociale, mancano».

Una leggenda metropolitana narra che le carceri siano sature per la sempre maggiore presenza di stranieri. E' così?

«Altrochè. Il 58% dei detenuti non è italiano: romeni per lo più, ma anche albanesi, nordafricani. Ma alla fine a Regina Coeli ci sono sempre le stesse facce».

"Clienti" abituali?

«Più che altro "affezionati". D’altronde, ironia a parte, il problema più grande quando si parla di sistema penitenziario è la recidiva. Fatta eccezione per i criminali incalliti, chi delinque il più delle volte lo fa per mancanza di alternative reali. L’italiano cresciuto ai margini, senza possibilità lavorative, senza appoggi, che si inventa rapinatore o scippatore per sfamare la famiglia o per comprarsi la dose, se tossicodipendente. Poi c’è lo straniero, arrivato da poco e abbandonato a se stesso che sceglie di rubare per tirar su qualche soldo facile».

Recentemente sono evase due persone, due detenuti si sono suicidati a distanza di poco tempo e voi agenti penitenziari avete subito aggressioni. Qual è l’intoppo?

«Per prima cosa la scelta scellerata di lasciar libere le celle 10,12 ore al giorno, lasciando l’intero corridoio a uso e consumo dei detenuti. Noi poliziotti siamo sempre meno, in servizio nelle sezioni detentive siamo 130. Oltretutto non possiamo stare sul piano, i controlli sono difficili e chi sta commettendo qualcosa di illecito può sempre avvalersi di un palo. Il libero arbitrio li porta a imbrattare le celle, a sporcare i muri. Il fatto che in carcere finiscano sempre più stranieri rende anche complicato per noi relazionarci con loro. Negli ultimi tempi siamo stati aggrediti più volte. Due mesi fa un mio collega si è preso un pugno sul naso. Quanto ai suicidi non ne vedo tantissimi. Quando l’assassino del gioielliere di Prati si impiccò ero di turno io, lo ricordo bene. Ma ora abbiamo un livello di accoglienza che viene applicato proprio in relazione a questo rischio».

In che senso?

«Si lavora diversamente a seconda che la sorveglianza sia grandissima, a vista o a rischio. Nel primo caso è la stessa direzione o il personale medico a provvedere, nel secondo un poliziotto viene messo di guardia davanti alla cella del detenuto h24, nell’ultimo e più grave il letto e il tavolino sono fissati a terra, sulle sbarre viene messo del plexiglass per evitare atti di autolesionismo e le lenzuola sono di carta».

Cos’è che non funziona a Regina Coeli?

«Facciamo prima a dire cosa funziona. Il problema fondamentale è l’aspetto economico. Ogni anno il budget per la manutenzione ordinaria viene ridotto. Alcune opere vengono realizzate dai detenuti, utilizzando le loro esperienze lavorative. Ma se un lavandino si rompe per tre volte di fila e va sostituito, i soldi non bastano. Tra l’altro, come detto prima, non tutti sono assicurati per lavorare ed è un cane che si morde la coda. I poliziotti in servizio sono sempre meno. Se i detenuti volessero davvero evadere, potrebbero farlo dalla porta principale».

Ricorda qualche detenuto "vip"?

«Ero di turno quando arrivò Fabrizio Corona. Era al solito arrogante, spocchioso, ma imparò presto che i comportamenti che aveva fuori in carcere doveva evitarli. Un po’ come successe a "Batman", Franco Fiorito. Pretendeva di non dividere la cella con altri: quando gli feci notare che Regina Coeli non era un albergo e che avrebbe dovuto liberare la branda accanto alla sua, minacciò di denunciarmi. Poi Priebke, ma in quel caso si trattò di una detenzione in isolamento, protetta».

L’oggetto più strano trovato durante una perquisizione?

«Una macchinetta per i tatuaggi».

 

Silvia Mancinelli - Il Tempo

 

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