Ottobre 2017
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Arrestati due Poliziotti penitenziari alla Dozza e altri due indagati: detenuti del carcere di Bologna controllati dalla ''ndrangheta e dai casalesi

Polizia Penitenziaria - Arrestati due Poliziotti penitenziari alla Dozza e altri due indagati: detenuti del carcere di Bologna controllati dalla ''ndrangheta e dai casalesi


Notizia del 12/11/2017 - BOLOGNA
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La cosca di 'ndrangheta spadroneggiava anche alla Dozza dove ordinava pestaggi, stabiliva gerarchie e regole. E si serviva dei Casalesi per lanciare avvertimenti. Una parola fuori posto e scattava la spedizione, come accaduto a un detenuto pestato per una risposta sgradita a Gianluigi Sarcone, ritenuto ai vertici del clan Grande Aracri.

Lui e Sergio Bolognino, altro presunto esponente del clan, sono stati raggiunti da un'ordinanza per violenza privata aggravata dal metodo mafioso. Accuse che condividono con due napoletani ritenuti affiliati alla camorra. L'inchiesta della Dda e del Ros ha portato alla luce presunti illeciti di due agenti, ai domiciliari per spaccio, altri due indagati. "Entravano telefonini e tablet".

Uno sgarro si lava col sangue, in carcere come nel proprio territorio di riferimento. Basta una minima mancanza di rispetto per scatenare la furia del boss. La legge del clan vale perfino dietro le sbarre, un'appendice dove replicare gerarchie criminali e rapporti di forza.

A Gianluigi Sarcone, fratello di Nicolino, presunto capobastone della cosca Grande Aracri, il rispetto si doveva solo per la caratura criminale e il cognome che porta. Lo sapevano bene i detenuti napoletani affiliati ai Casalesi con i quali per alcuni mesi del 2015, dopo la retata di Amelia, Sarcone e Sergio Bolognino, fratello di Michele, altro presunto vertice della cosca sotto processo come Sarcone per associazione mafiosa a Reggio Emilia, hanno condiviso la detenzione alla Dozza.

I napoletani portavano a Sarcone il rispetto che si deve a un capo riconosciuto di 'ndrangheta. Una questione di gerarchie e supremazia. Per questo quando uno "spesino", un detenuto campano addetto alla distribuzione dei viveri, ha osato rispondere male al cutrese, è partita la spedizione punitiva. Un pestaggio in una cella della sezione alta sicurezza ordinato per l'accusa da Sarcone e Bolognino ed eseguito da due detenuti legati alla camorra, Mario Temperato e Enrico Palummo, zio e nipote, in carcere per estorsioni aggravate dal metodo mafioso nei confronti di un operaio e di un medico. "Dovevano dargli una lezione, hanno mandato uno a fare da palo. Io ero poco lontano, sono entrati in cella e hanno picchiato il ragazzo - ha messo a verbale davanti alla Dda il collaboratore Giuseppe Giglio. Del resto Sarcone era considerato dai detenuti calabresi, ma anche napoletani, il punto di riferimento in carcere per la sua autorità criminale e non solo perché fratello del boss Nicolino". Un monito per assoggettare e intimorire chi non era allineato. E, infatti, il detenuto pestato si è ben guardato dal denunciare i fatti: "Sono caduto", si è limitato a dire in infermeria.

Sono state le dichiarazioni del primo pentito di Aemilia il motore del nuovo filone d'inchiesta "Reticolo" sulla cosca egemone in Emilia, che ieri ha portato all'ordinanza di custodia cautelare per 7 persone: 4 in carcere, 3 ai domiciliari. Il provvedimento ha raggiunto Sarcone e Bolognino in carcere a Reggio Emilia, mentre Palummo e Maiorano sono stati fermati in Campania dove erano in sorveglianza speciale.

I pm antimafia Marco Mescolini e Beatrice Ronchi, che hanno coordinato le indagini del Ros dei carabinieri trovando riscontri alle dichiarazioni di Giglio, accusano i primi due di essere mandanti del pestaggio eseguito dai napoletani. Rispondono tutti di violenza privata e lesioni aggravate dal metodo mafioso. Alla Dozza c'erano le regole ma erano quelle del clan. Ne sa qualcosa un detenuto cutrese ripreso dai napoletani per aver fatto la doccia nudo. Una circostanza puntualmente riferita a Sarcone affinché provvedesse. Alla Dozza, si passava da lui perfino per decidere il lavorante di sezione. Gerarchie che si manifestavano anche durante i pasti con Sarcone che sedeva sempre a capotavola.

Partendo dalle rivelazioni di Giglio, che ha parlato del coinvolgimento di guardie penitenziarie attraverso le quali i Casalesi beneficiavano di favori (telefoni, alcol e droga), l'inchiesta ha illuminato presunte condotte illecite di 4 agenti. Due, Fabrizio Lazzari e Loris Maiorano, sono finiti ai domiciliari per detenzione ai fini di spaccio, altri due sono indagati.

Droga che per l'accusa veniva smerciata fuori ma veniva anche fatta entrare in carcere. A Lazzari i pm contestavano pure l'omessa denuncia del pestaggio con l'aggravante di aver agevolato il clan, ma il gip non l'ha riconosciuta. Ai domiciliari per spaccio è finito anche Abderrazak Lachad, in contatto con gli agenti, e un altro marocchino ha avuto il divieto di dimora. Ci sono altri cinque indagati per reati di droga.

Per il giudice Alberto Ziroldi le condotte di Sarcone, Bolognino e dei napoletani "s'inquadrano in un disegno quotidiano di rafforzamento della propria capacità e direzioni criminali e quindi come espressione della esistenza e forza dell'associazione di stampo mafioso, anche in ambito carcerario, luogo elettivo per la difesa e affermazione sia nei confronti di altre organizzazioni dell'associazione di appartenenza, sia nei riguardi di chiunque intenda disconoscerne la supremazia". Tra napoletani e calabresi c'erano rapporti tutt'altro che conflittuali, tanto che un camorrista chiese a un cutrese per la cresima del figlio un rito dal forte valore simbolico nella grammatica 'ndranghetista.

Corriere della Sera

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