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Braccialetto elettronico: gli sprechi e le Leggi in attesa del nuovo contratto da decine di milioni di euro


Polizia Penitenziaria - Braccialetto elettronico: gli sprechi e le Leggi in attesa del nuovo contratto da decine di milioni di euro

Notizia del 06/04/2016

in Attualita

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Scritto da: Redazione

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Duemila braccialetti in funzione e una lista d’attesa di 400 persone. Gli strumenti di controllo per chi è stato assegnato agli arresti domiciliari in sostituzione della custodia cautelare in carcere non bastano. Il fabbisogno è, però, ben maggiore di quello che evidenziano i numeri dei soggetti in attesa. Tant’è che è prossima a partire una gara - il ministero dell’Interno attende solo il via libera dell’Economia - per la fornitura di diverse migliaia di strumenti di controllo. Una cifra che potrebbe sfiorare i 10mila braccialetti.

Braccialetti elettronici finiti. Erano solo 2000, nuova gara non prima del 2015

Nel frattempo, i 400 soggetti "in fila" sono appesi alla sentenza delle Sezioni unite della Cassazione, prevista per fine mese. La Suprema corte dovrà sciogliere il contrasto giurisprudenziale e stabilire se, anche in mancanza del braccialetto, il soggetto può comunque beneficiare dei domiciliari o deve invece rimanere in carcere.

Arresti domiciliari subordinati alla disponibilità del braccialetto elettronico: deciderà la Cassazione a Sezioni unite

Il braccialetto può essere utilizzato anche quando i domiciliari vengono concessi in alternativa alla detenzione. In questo caso però, all’opposto di quanto previsto per la custodia cautelare, il controllo elettronico non è la regola ma spetta al giudice decidere se farlo scattare e motivare il perché. E questo spiega come mai la prossima gara punti a mettere in circolazione svariate migliaia di dispositivi.

Braccialetto elettronico e domiciliari: anche la Cassazione non sa più cosa inventarsi per aiutare il Governo

Una storia travagliata - L’intervento della Cassazione è la conseguenza di una vicenda che in 15 anni non è riuscita a trovare una sua dimensione e si trascina tra costi rilevanti (stigmatizzati dalla Corte dei conti), strumenti insufficienti e secondo alcuni obsoleti, gestione del sistema affidato a Telecom (affidamento senza gara dichiarato in un primo tempo inefficace dal Tar Lazio, ma poi confermato dal Consiglio di Stato, dopo un passaggio alla Corte di giustizia Ue).

Un sistema che ha mostrato ancora di più la corda dopo che nel 2014 il legislatore ha ammesso il braccialetto come strumento di controllo "ordinario" per i domiciliari assegnati in alternativa alla custodia cautelare, chiedendo al giudice di motivarne il mancato utilizzo. È soprattutto da quel momento che i 2mila braccialetti previsti dalla convenzione si sono rivelati insufficienti. Ma anche prima non è che la questione avesse marciato senza intoppi e i problemi non sono mancati.

Sentenza Cassazione: scarcerazione anche se sono finiti i braccialetti elettronici

Di contro, le spese sono sempre state rilevanti: circa 10 milioni l’anno fino al 2011 per 400 dispositivi, mentre per i 2mila previsti dalla convenzione con Telecom relativa al periodo 2012-2018 (il costo giornaliero è di 12 euro per dispositivo) e la gestione della piattaforma elettronica e dei servizi collegati - Telecom ha creato un centro nazionale di assistenza tecnica - la spesa rientrava in un appalto da 521,5 milioni bocciato dal Tar.

Costo di un braccialetto elettronico al giorno: 5 euro negli USA, 7 in Germania, 115 in Italia

Le critiche degli operatori - "Sono passati ormai quindici anni dall’introduzione del braccialetto elettronico, ma gli attuali 2mila dispositivi non consentono assolutamente di sollevare le Forze di polizia dall’attività di controllo di chi è ai domiciliari", dichiara Domenico Pianese, segretario generale aggiunto del Coisp, il sindacato indipendente di polizia.

"Ci sono commissariati - continua Pianese - con decine di persone ai domiciliari e magari una sola volante cui è demandato anche il controllo del territorio. Tant’è che, purtroppo, i casi di reati commessi da persone ai domiciliari sono molto numerosi".

Il braccialetto non serve infatti solo a scongiurare il pericolo di fuga ma anche a garantire l’effettiva permanenza nell’abitazione e quindi a evitare il verificarsi di reati in cui è necessario uscire di casa. Il problema però non è solo numerico ma anche tecnologico. "Sarebbe necessario avere la possibilità di controllare anche gli spostamenti che vengono autorizzati dal magistrato e, soprattutto, semplificare l’attuale sistema di attivazione e disattivazione dello strumento quando il soggetto deve uscire da casa", afferma Pianese.

"Attualmente, i giudici, di fronte all’indisponibilità dei braccialetti seguono strade diverse, alcuni lasciano il soggetto in carcere mentre altri danno comunque i domiciliari", dice Riccardo Polidoro, responsabile dell'osservatorio carceri dell’Unione camere penali. L’Unione ha più volte denunciato e promosso iniziative contro la mancata concessione dei domiciliari a causa dell’indisponibilità dei mezzi di controllo elettronico.

La cronistoria dal debutto fino a oggi: le tappe fondamentali del braccialetto elettronico

Braccialetto elettronico per i detenuti: un tormentone che dura da un decennio

2000 - L’impiego dei braccialetti elettronici viene introdotto dal Dl 341/2000. Il 2 febbraio 2001 il decreto Interno-Giustizia detta le regole tecniche e, come scrive la Corte dei conti nella delibera 11/2012, parte una fase sperimentale con la stipula di contratti di noleggio con cinque società (Telecom per la componente rete e Finsiel per quella applicativa), nelle Province di Milano, Torino, Roma, Napoli e Catania, con 375 dispositivi.

2003 - Il ministero dell’Interno firma a febbraio una convenzione con Telecom Spa (integrata a novembre da un atto aggiuntivo) che prende in considerazione l’intero territorio nazionale: prevede l’installazione e l’assistenza per 400 dispositivi elettronici di controllo, la predisposizione infrastrutturale e la gestione operativa della piattaforma tecnologica.

2011 - Il 31 dicembre scade la convenzione Telecom, che viene rinnovata per 2mila braccialetti, senza gara pubblica, per altri sette anni, con scadenza al 31 dicembre 2018. L’accordo a trattativa diretta riguarda la fornitura di 2.000 braccialetti elettronici e fa parte di un appalto dall’importo complessivo di 521,5 milioni di euro (come riporta il Dossier del servizio studi del Senato relativo all’atto n. 1288).

2012 - A maggio, su ricorso di Fastweb, il Tar Lazio (sentenza 4997/2012) dichiara inefficace la convenzione per mancanza della gara. Nel settembre dello stesso anno, la Corte dei conti con la delibera n. 11 ricapitola i costi sostenuti durante il biennio sperimentale e il successivo contratto con Telecom: costi che, scrivono i magistrati contabili, hanno superato i dieci milioni annui.

2013 - Su ricorso di Telecom contro la sentenza del Tar Lazio del maggio 2012, il Consiglio di Stato emette un’ordinanza per porre due questioni pregiudiziali alla Corte di giustizia Ue. La quale esamina la questione e non riscontrando violazioni alla normativa comunitaria, rimette la decisione sull’efficacia della convezione al giudice nazionale. Nel febbraio 2015 il Consiglio di Stato respinge la domanda di inefficacia, con la sentenza 540.

2014 - La legge 10/2014 di conversione del decreto legge 146/2013 modifica di nuovo l’articolo 275-bis del codice di procedura penale e dispone che il ricorso allo strumento elettronico sia la regola, salvo i casi in cui il magistrato non lo "ritenga necessario". La modifica incrementa l’utilizzo del braccialetto e le richieste superano l’offerta dei 2mila braccialetti forniti.

2016 - Il ministero dell’Interno indirà a breve un bando di gara per la fornitura di diverse migliaia di braccialetti: dalle prime stime potrebbe trattarsi di 10mila dispositivi. Nel frattempo, però, l’insufficienza degli attuali braccialetti ha creato il problema dell’applicabilità o meno dei domiciliari nel caso di indisponibilità, con sentenze di segno opposto e ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

di Antonello Cherchi e Bianca Lucia Mazzei - Il Sole 24 Ore, 4 aprile 2016

 

Braccialetto elettronico. Intoppo da superare per carceri meno affollate

È un po’ una macchia nera su un abito di cui il ministero della Giustizia inizia a essere soddisfatto. Perché questa amministrazione molto ha scommesso sulle misure alternative al carcere, mettendo in campo una pluralità di interventi con l’obiettivo di ridurre il numero delle presenze in carcere. Per ragioni di ovvia civiltà e per altrettanto scontati motivi di opportunità politica. Dove l’invivibilità delle nostre carceri ha negli ultimi anni moltiplicato le prese di posizione in Europa di forte censura al nostro sistema detentivo. Interventi da ultimo culminati nel gennaio 2013 con la sentenza Torreggiani della Corte europea dei diritti dell’uomo che giudicava le condizioni dei detenuti una violazione degli standard minimi di vivibilità che provoca una situazione di vita degradante.

Un tema caro al ministro della Giustizia Andrea Orlando, tanto da indurlo a convocare gli Stati generali dell’esecuzione penale, sui quali si è da pochi giorni conclusa la consultazione telematica. Attenzione che ha prodotto i primi risultati. Su tutti i piani. La forbice tra capienza delle carceri e presenze si sta gradualmente riducendo, sino a fare ritenere possibile un suo annullamento entro i prossimi mesi. Gli ultimi dati infatti segnalano 52.846 presenze a fronte di 49.504 posti disponibili sulla base degli standard di abitabilità degli immobili civili.

E sul piano politico è stato chiuso il fascicolo del Consiglio d’Europa che aveva messo l’Italia nelle scomode vesti di "osservato speciale". La popolazione carceraria italiana ha avuto un calo record del 17,8%, e questa diminuzione è la più grande registrata nei 47 Paesi monitorati.

E allora la situazione paradossale dei braccialetti elettronici, ora documentata dall’inchiesta del Sole 24 Ore del lunedì, chiama in causa direttamente il Governo. Troppo ampio lo scarto tra disponibilità degli strumenti e effettive necessità. Evidente l’esiguità del budget a disposizione, che chiama in causa direttamente la distribuzione delle risorse tra le tante voci di spesa e va a confliggere con un assetto normativo che estende i casi di ricorso al braccialetto, facendone prassi abituale nel caso il giudice ritenga di disporre gli arresti domiciliari.

Contraddizione tanto più stridente se solo si tiene conto che la diffusione dei braccialetti permetterebbe un recupero di risorse significative da parte delle Forze dell’Ordine, oggi troppo spesso costrette a una teoria di controlli assai dispersiva.

I nodi sul piano giuridico potranno essere sciolti dalla ormai prossima pronuncia delle Sezioni unite, ma resteranno ancora di attualità quelli sul numero di apparecchi disponibili, in attesa almeno di una gara per ora solo annunciata.

di Giovanni Negri - Il Sole 24 Ore, 4 aprile 2016

 

Braccialetto elettronico: misura alternativa al carcere, finalmente ascoltate le richieste del Sappe

 

Braccialetto elettronico: Striscia la Notizia, il sindacato di Polizia Penitenziaria e lo spreco dei braccialetti

 

 


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Commenti Commenti dei lettori

n. 3


Gli antichi romani avrebbero esclamato, "condotte licenziose".

Di  anonimo  (inviato il 07/04/2016 @ 09:51:13)


n. 2


Il dott. Cantone si è espresso con parole che fanno capire tutto.
Sanità: terreno per scorribande.
Finalmente l'uomo giusto al posto giusto.
E nella Giustizia?
Tutto perfetto direte! Può essere....
Mi vien da ridere eh eh eh eh.
Zio Raffaele, fatti un giro nelle isole maggiori e relativi Grandi lavori degli ultimi 6/7 anni.
Per il braccialetto e costi di gestione solo due parole.
UNA "PORCATA"
.....che diverrà legenda.



Di  Galerius  (inviato il 07/04/2016 @ 09:42:59)


n. 1


Infatti i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Si organizzano ugualmente per spacciare dall'interno della propria abitazione mettendo sotto scacco le forze di polizia di ogni luogo della nazione. In particolar modo della Campania, sicilia, Lazio, Calabria ecc.
Ben vengano le misure alternative, annessi i domiciliari....ma per favore non prendiamoci in giro. Negli ultimi 6 mesi hanno fatto ritorno in istituto più del 50% di questi mantenuti, parassiti.....alla faccia di questa politica che non vuol sentire I VERI ADDETTI AI LAVORI, CIOÈ NOI MEDESIMI POLIZIOTTI PENITENZIARI.
La cosa buffa è che hanno pure capito che oramai in galera SI STA TROOOOPPO BENE.
Oggi Renzi era a Nisida....avesse parlato un TG nazionale che uno di quei due politici al suo fianco era il Ministro della Giustizia!.....minc.....
Peccato per chi resta guagliö........
W LA POLIZIA PENITENZIARIA E TUTTI COLORO CHE ANCORA OGGI CREDONO ANCORA NEL PROPRIO DURO MESTIERE

Di  Qualche mese all'alba  (inviato il 06/04/2016 @ 21:14:06)




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