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Che succede nelle carceri minorili (che non sono più solo per minorenni) ?


Polizia Penitenziaria - Che succede nelle carceri minorili (che non sono più solo per minorenni) ?

Notizia del 22/09/2016

in L''Editoriale

(Letto 1865 volte)

Scritto da: Donato Capece

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Arrivano segnali preoccupanti dall’universo penitenziario minorile. Abbiamo registrato, e registriamo, infatti, con preoccupante frequenza e cadenza, il ripetersi di gravi eventi critici negli istituti penitenziari per minorenni. Ed è per questo che mi stupisco di chi “si meraviglia” se chiediamo una revisione delle recenti innovazioni legislative che consentono la detenzione di ristretti adulti fino ai 25 anni di età nelle strutture per minori.

Già ad aprile, in un’intervista a Repubblica, il procuratore antimafia e antiterrorismo Franco Roberti sottolineò come la prevenzione della radicalizzazione dei giovani musulmani nelle carceri fosse «la questione fondamentale». Il numero uno della DNA citò un dato allarmante, spesso evidenziato anche dal SAPPE: «metà dei reclusi nelle carceri minorili italiani sono musulmani. In cella ci sono circa cinquecento ragazzi abituati a stare su Internet come tutti i loro coetanei. E per questo possono facilmente entrare in contatto con i siti che predicano la Jihad: sono a rischio altissimo di radicalizzazione». In Italia le seconde generazioni sono ancora adolescenti ma, disse Roberti, «se non interveniamo subito, tra cinque-dieci anni ci troveremo nella stessa situazione di Bruxelles o delle banlieue parigine»

A finire sotto i riflettori, lo scorso mese di maggio, è stato l’Istituto Penale per Minorenni di Potenza, dove tre detenuti tentarono di evadere dalla struttura ma vennero fermati in tempo dai poliziotti penitenziari di servizio, tre dei quali rimasero feriti durante le concitate fasi rispettivamente con 5, 20 e 30 giorni di prognosi. Pochi giorni e nel carcere minorile di Quartucciu, siamo a giugno, si rischiò la tragedia per la protesta sconsiderata e incomprensibile di tre detenuti, che diedero fuoco a ciò che avevano in cella: anche in questo caso, solo il tempestivo intervento degli Agenti di Polizia Penitenziaria di servizio ha scongiurato conseguenze gravissime e inimmaginabili. 

Dopo Potenza, hanno avuto evidenza sulle cronache alcuni eventi accaduti nel carcere minorile di Milano Beccaria: in una occasione, due detenuti di rientro da un permesso, nonostante fossero accompagnati da un insegnante e da un'operatrice Enaip, si misero improvvisamente a correre a meno di un chilometro dall'istituto facendo perdere le tracce. Qualche giorno dopo, una importante operazione di servizio della Polizia Penitenziaria in servizio nel carcere minorile di Milano Beccaria stroncò episodi di sopruso e violenza di 3 detenuti verso altri ristretti. In poche settimane, poi, nel carcere minorile romano di Casal del Marmo è accaduto di tutto e di più: più risse tra detenuti, Agenti aggrediti e feriti, incendi nelle celle. 

A chiosa di questo preoccupante fermento che caratterizza il mondo della detenzione minorile, è arrivata infine la rivolta nel carcere minorile di Airola, in provincia di Benevento, dove è andata in atto una situazione incandescente, con una sezione detentiva interamente distrutta dai rivoltosi e 3 Agenti di Polizia Penitenziaria seriamente feriti dai ristretti in rivolta, armati per fronteggiare gli Agenti. E dopo tutti questi gravi episodi dobbiamo sentire che c’è chi “si meraviglia” per le proteste sindacali?

Ma siamo noi che ci stupiamo di chi si stupisce... 

La situazione è molto grave. Mi sembra evidente che c’è necessità di interventi immediati da parte degli organi ministeriali e regionali dell’Amministrazione della Giustizia Minorile, che assicurino l’ordine e la sicurezza nelle Istituti e Servizi per minori, tutelando gli Agenti di Polizia Penitenziaria che vi prestano servizio. Ed è grave che non siano stati raccolti, nel corso del tempo, i segnali lanciati dal SAPPE sui costanti e continui focolai di tensione negli II.PP.MM, che vedono sempre più coinvolti detenuti che, pur essendo maggiorenni, sono ristretti negli istituti per minori!

Un detenuto su sei nelle carceri minorili è maggiorenne. E in alcuni casi, come quello di Torino, dove sono 20 su 37, Treviso (8 su 14), e Bari (10 su 20), i maggiorenni sono addirittura la maggioranza. Il rischio è che le carceri minorili diventino vere e proprie Università del crimine… 

Come primo Sindacato della Polizia Penitenziaria, abbiamo incontrato l’8 settembre scorso a Roma il Capo del Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità Francesco Cascini. 

Abbiamo chiesto al Capo Dipartimento Cascini di mettere un direttore penitenziario ed un funzionario Comandante di Reparto della Polizia Penitenziaria in ogni Istituto e di ripristinare l’uso della divisa d’ordinanza, o comunque di altri segni distintivi, per gli appartenenti al Corpo, che prestano oggi servizio nelle carceri minorili in abiti borghesi. Soprattutto, abbiamo chiesto che le politiche di gestione e di trattamento siano adeguate al cambiamento della popolazione detenuta minorile, che è sempre maggiormente caratterizzata da profili criminali di rilievo già dai 15/16 anni di età.

Rispetto a tutto ciò, abbiamo apprezzato la disponibilità del Capo DGMC Cascini e, comunque, abbiamo già chiesto un incontro con il Ministro della Giustizia Andrea Orlando per affrontare eventuali interventi che possano essere messi in campo dalla politica. Per altro, sarà anche l’occasione per evidenziare al Guardasigilli che la realtà detentiva minorile italiana è più complessa e problematica di quello che lui immagina e che il SAPPE denuncia sistematicamente.

 

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Scritto da: Donato Capece
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n. 2


Proprio non si vuole ammettere che l'intero sistema penitenziario Italiano è fallito da tempo quello minorile in primis (poveri detenuti pardon "ragazzi" vittime della società), perché la colpa è solo della società per bene che paga , anche , questo enorme carrozzone penitenziario.

Di  un vecchio AA.CC  (inviato il 22/09/2016 @ 21:55:34)


n. 1


Quello minorile è un mondo a se stante ed affascinante.

Occorrono non comuni capacità da parte di tutti gli operatori che vi operano, e se magari come me negli anni della meglio gioventù hai calcato la strada ancora meglio.
Raramente capita di ricorrere al polso duro. A quello, basta sostituire l'autorevolezza, che deve essere elemento necessario, al fine di essere riconosciuti dall'intero gruppo di minori, altrimenti hai fallito la missione.
Nella prospettiva della rieducazione non si possono cancellare le esperienze di vita dei ragazzi (guai a farlo). Personalmente mi piaceva raggrupparli e farmi raccontare il loro vissuto di vita, per poi raccontare le mie esperienze pre, ed adolescenziali. Subito dopo si apriva una proficua discussione che poteva durare anche delle ore.
Mi rendo anche conto che talvolta li stressavo notevolmente anche con i discorsi sulla legalità, sforzandomi di far conoscere loro la storia di vita di Falcone, Borsellino, Livatino ecc., quella di colleghi, giornalisti ecc. morti per mano della mafia.
Parola d'ordine dunque è ricomprendere, cercando di trasmutare in stimolo le potenzialità di ognuno di loro, con la reinterpretazione di una possibile nuova vita.
Altro fattore è la coerenza.
Essa presto o tardi viene recepita dai (minori), come modello da seguire nel contesto detentivo in cui si trovano. Coerenza che essi percepiscono in maniera diversificata, da tutte le figure professionali presenti in istituto: educatori, direttori, psicologi, assistenti sociali e naturalmente dai colleghi.
Essi vivono nella costante necessità di ricevere esempi positivi. Non aspettano altro.
Un tempo, ma anche adesso si parla spesso di "raddrizzare".
“Raddrizzare” un ragazzo significa piuttosto saper comprendere bisogni, predisposizioni ed offrire loro nuove opportunità di riscatto, soprattutto attraverso una formazione professionale spendibile VERAMENTE.
Conoscere approfonditamente le origini sociali, la condizione familiare generale è PRIORITA' ASSOLUTA. Ciò viene fatto a livello nazionale, ed anche bene.

Infine, non ci si può permettere in alcun modo una selezione personale, (alcune volte frutto della naturale empatia), perchè essa rappresenterebbe "diversità" e "disuguaglianza". Medesima condizione in stato di libertà.

A modestissimo parere, riguarderei anche con certa urgenza, la normativa sull'innalzamento dell'età.
Su un giovane di 24/25 anni diventa quasi impossibile contestualizzare un percorso da modellare in sincronia con altri di anni 15/16 ecc.
Spero vivamente si faccia un passo indietro, al fine di non vanificare tanto certosino lavoro.


Di  anonimo  (inviato il 22/09/2016 @ 11:04:50)




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