Novembre 2016
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Colloqui e corrispondenza dei detenuti: diritto o concessione?


Polizia Penitenziaria - Colloqui e corrispondenza dei detenuti: diritto o concessione?

Notizia del 03/08/2016

in Diritto e Diritti

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Scritto da: Giovanni Passaro

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L'art. 21 comma 1 Cost. riconosce a tutti il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero attraverso la parola, lo scritto e qualsiasi altro mezzo di diffusione. Conferendo la titolarità di tale diritto a “tutti”, si conferma la qualifica del diritto in esame come un diritto dell’uomo e come tale garantito a tutti i cittadini indipendentemente dal loro status. Una prima manifestazione assimilabile alla libertà di pensiero riscontrabile nell’ordinamento penitenziario è rappresentata dall’art.18 Ord. Pen. che si occupa della corrispondenza (epistolare e telefonica) e dei colloqui.

Vero è che tali attività rientrano, più incisivamente, nella libertà di comunicazione, che a sua volta, è tutelata dall’art. 15 della Costituzione. Prima di poter vagliare se la disciplina dettata dall’art. 18 citato, risulti in conformità con la tutela offerta dagli articoli costituzionali menzionati, è opportuno esaminare la portata della disciplina in materia di corrispondenza e di colloqui, per poter soltanto successivamente raffrontarla con le garanzie costituzionali. La normativa penitenziaria in tema di colloqui è contenuta nell’art.18 Ord. Pen., e dispone che: “i detenuti e gli internati sono ammessi ad avere colloqui e corrispondenza con i congiunti e con altre persone, anche al fine di compiere atti giuridici”. Tale disciplina, integrata dalle disposizioni del regolamento di esecuzione del 2000 (art.37 ss.), deve essere inquadrata nello spirito del favor per i contatti con il mondo esterno e con il rapporto con la famiglia elevati, difatti, ad elementi del trattamento dall’art. 15 Ord. Pen.

Tale favor raggiunge la sua massima espressione, in riferimento ai colloqui con i familiari, proprio in virtù del fatto che la normativa si riferisce a tutti i congiunti e non solo “ai prossimi congiunti” come disciplinava il regolamento del 1931. A questo favor familiae si contrappone una diversa disciplina regolamentare, che considera i colloqui con persone diverse dai congiunti e dai conviventi come eccezionali e subordinati all’autorizzazione soltanto quando ricorrano ragionevoli motivi. Lo svolgimento del colloquio deve avvenire in locali interni senza mezzi divisori o in spazi all’aperto a ciò destinati, sempre che non sussistano ragioni sanitarie o di sicurezza che ne impongano lo svolgimento in locali interni comuni muniti di elementi divisori.

Il numero di colloqui mensilmente previsti è di sei, ridotto ad un massimo di quattro per i detenuti e gli internati per uno dei delitti previsti dal 1 comma dell’art. 4-bis Ord. Pen. e per i quali si applichi il divieto di benefici ivi stabilito. Per quanto attiene, invece, ai colloqui dei detenuti con il proprio difensore, troviamo una lacuna nella normativa penitenziaria, colmata dal legislatore, inizialmente solo con riferimento all’imputato detenuto, al quale è stato riconosciuto il diritto a conferire con il difensore fin dall’inizio dell’esecuzione della misura (v. art. 104 c.p.p.); per l’estensione del diritto a conferire con il proprio difensore fin dall’inizio dell’esecuzione della pena riconosciuto al detenuto in via definitiva, si deve volgere lo sguardo a un intervento additivo della Corte Costituzionale, con il quale questa ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 18 Ord. Pen. nella parte in cui non prevedeva la relativa previsione. Il diritto a conferire con il difensore, in quanto rientrante nel novero della tutela costituzionale del diritto di difesa, non può essere rimesso a una valutazione discrezionale dell’amministrazione.

Per avere, però, un quadro completo della disciplina occorre prendere in esame anche quelle disposizioni che si riferiscono alla corrispondenza. Quest’ultima, disciplinata sempre nel medesimo art. 18, è ammessa sia verso i congiunti sia verso terzi; particolare disciplina è dettata in riferimento alla corrispondenza epistolare, raccolta nel comma 7, e stabilisce che solo mediante un provvedimento del Magistrato di Sorveglianza la stessa possa essere sottoposta a “visto di controllo” da parte del direttore o da altri da questi designato. L’amministrazione, inoltre, deve garantire ai detenuti e agli internati, che non possano provvedervi a loro spese, l’occorrente per scrivere una lettera e l’affrancatura ordinaria (art. 18 comma 4, Ord. Pen. e art. 38 comma 2, Reg. Esec.).

La corrispondenza in busta chiusa è sottoposta a ispezione al fine di individuare eventuali oggetti non consentiti, ma deve avvenire in maniera tale da garantire la riservatezza sul contenuto dello scritto. Quanto alla corrispondenza telefonica, l’art. 18 si limita a sancire che essa può essere autorizzata nei rapporti con i familiari, e solo in casi particolari con i terzi, secondo le modalità e le cautele previste dal regolamento. Quest’ultimo consente un ascolto eventuale, seguito dalla registrazione delle conversazioni telefoniche dei detenuti, mentre per i condannati per i reati previsti dall’art. 4-bis, la registrazione costituisce la regola; per la corrispondenza telefonica con i terzi, invece, necessita l’autorizzazione del direttore dell’istituto solo qualora ricorrano ragionevoli motivi. Soltanto ora che sono state tracciate le linee generali sulla disciplina penitenziaria in materia, possiamo verificare la compatibilità o meno della stessa rispetto ai dettami della Costituzione.

L’art. 15 Cost. stabilisce che “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili; la limitazione di tale diritto può essere disposta solo con atto motivato dell’autorità giudiziaria e con le garanzie stabilite dalla legge”. Da ciò discende che, il regime “autorizzativo” cui sono sottoposti le corrispondenze e i colloqui dei reclusi, non si presta del tutto a garantire quel diritto rientrante tra i valori supremi della Costituzione. Basti pensare già alla stessa formulazione dell’art. 18 Ord. Pen., secondo la quale “i detenuti sono ammessi ad avere colloqui” anziché “hanno diritto” e ciò paleserebbe una scelta del legislatore per una graziosa concessione rispetto a un diritto. Ma l’inattuazione del disposto costituzionale si coglie anche nell’inosservanza della garanzia della riserva di legge, essendo un regolamento e non la legge a stabilire la maggior parte delle restrizioni, senza peraltro specificare adeguatamente quali siano i criteri utilizzati per l’autorizzazione ai colloqui con “persone estranee” o per l’adozione di misure restrittive nei confronti della corrispondenza, perciò, senza rispettare il requisito della determinatezza della fattispecie limitativa.

Si pensi in materia di colloqui, in cui il provvedimento autorizzativo è connotato da una “discrezionalità praticamente assoluta”, quando i destinatari non siano i familiari. Ma il fattore più dubbioso, è costituito dal fatto che a fronte di un diniego del permesso di colloqui, l’ordinamento penitenziario non predispone alcun mezzo attivabile dal recluso e, in ossequio al principio della tassatività dei rimedi impugnatori, si dovrebbe desumere l’inoppugnabilità del provvedimento. Tuttavia, data la natura amministrativa del permesso di colloquio, non è mancata dottrina che ha suggerito l’utilizzo, in tal caso, dello strumento predisposto all’art.35 Ord. Pen., cioè l’esercizio del diritto di reclamo. Ma anche riconoscendo l’utilizzo del reclamo, l’effetto finale non sarebbe di grande rilievo, in quanto non possiede natura giurisdizionale. Sul punto è intervenuta la Corte Costituzionale, con la già citata sentenza n. 26 del 1999, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli artt. 35 e 69 Ord. Pen. nella parte in cui non prevedono una tutela giurisdizionale avverso gli atti dell’amministrazione penitenziaria lesivi di diritti dei detenuti e degli internati, proprio in quanto, anche qualora il destinatario del reclamo sia il Magistrato di Sorveglianza, il procedimento dinanzi a lui sarebbe privo dei requisiti minimi per essere qualificato come giurisdizionale.

Stessa conclusione si riscontra con riferimento alla corrispondenza, sia per l’elusione delle garanzie costituzionali, sia per la mancata previsione di uno specifico mezzo di gravame. Infatti, è agevole costatare che il visto di controllo per essere disposto deve essere motivato dall’autorità giudiziaria, ma a quest’ultima è lasciato un ampio margine di discrezionalità poiché l’art. 18 nulla dice in merito alle modalità o, ai casi che possono giustificare la misura restrittiva, eludendo così la riserva di legge richiesta dall’art. 15 comma 2 Cost. L’inadeguatezza della normativa penitenziaria finora descritta, trova un ulteriore conferma nei numerosi interventi della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo; interventi che si sono spinti fino a sollecitare proposte di riforma della disciplina concernente le limitazioni della libertà di comunicazione dei detenuti, rimaste finora senza seguito.

La giurisprudenza formatasi ruota attorno al contenuto dell’art. 8 CEDU, nel quale si stabilisce che “ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza; non può esservi ingerenza della pubblica autorità nell’esercizio di tale diritto se non in quanto essa sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, sia necessaria per la sicurezza nazionale, l’ordine pubblico, il benessere economico del paese, la prevenzione di reati, la protezione della salute o della morale o la protezione dei diritti e delle libertà altrui”. Ed è proprio con riferimento a tale articolo che la Corte Europea ha rilevato la violazione nella legislazione italiana, costatando l’eccessivo margine di discrezionalità riconosciuto dall’art. 18 Ord. Pen., nonché il contrasto con l’art. 13 della Convenzione, in forza del quale “ogni persona i cui diritti e le cui libertà, riconosciute dalla Convenzione stessa, siano violati, deve poter fruire di un ricorso effettivo davanti a un’istanza nazionale”.

Concludendo, l’art. 8 CEDU costituirebbe senz’altro un importante argomento per un’eventuale sentenza che dichiari l’incostituzionalità dell’art. 18 Ord. Pen., non tanto come parametro diretto per la verifica della conformità costituzionale, bensì come argomento rafforzativo di un’interpretazione che veda tra i destinatari del diritto di libertà contenuto nell’art. 15 Cost. anche i detenuti. I tentativi di revisionare la disciplina della corrispondenza e dei colloqui dei detenuti, così come sollecitato dalle condanne della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sfociarono nel disegno di legge n. 4172 presentato dal Ministro della Giustizia, con il quale si proponeva di revisionare gli art. 18 e 18-bis Ord. Pen. e di introdurre l’art. 18-ter. In quest’ultimo si stabilivano i limiti oggettivi e temporali, la competenza all’adozione dei provvedimenti che incidono il diritto alla libertà e alla segretezza della corrispondenza e le finalità, ma la previsione più importante, era l’indicazione dei mezzi d’impugnazione; in tal modo si rimetteva all’originale art. 18 il solo compito di enunciare le condizioni dell’esercizio del diritto alla corrispondenza.

Progetto di revisione che non trovò un seguito e che induce a ritenere, quindi ad escludere, per le ragioni fin qui esposte, che l’attuale art. 18 Ord. Pen. sia in grado di farsi portatore di un “diritto” alla corrispondenza e ai colloqui dei detenuti.

 


Scritto da: Giovanni Passaro
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