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Commenti choc su Facebook: troppo facile prendersela solo con gli Agenti. Ma il Dap non c’’entra mai nulla?


Polizia Penitenziaria - Commenti choc su Facebook: troppo facile prendersela solo con gli Agenti. Ma il Dap non c’’entra mai nulla?

Notizia del 20/02/2015

in Perché siamo un Corpo di Serie B

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Scritto da: Redazionale

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Facile, troppo facile adesso per i vertici del DAP diramare roboanti comunicati stampa sulle indagini e sui possibili, esemplari, provvedimenti disciplinari che saranno intrapresi nei confronti di quei colleghi della Polizia Penitenziaria che hanno scritto commenti inqualificabili su Facebook, riguardo il suicidio avvenuto nei giorni scorsi nel carcere di Milano Opera, da parte di una persona detenuta. Suicidi in carcere: ecco la scomoda verità di cui nessuno parla...

Con pari solerzia, il Ministro della Giustizia, il Governo e il Parlamento, ora dovrebbero a loro volta indagare e mettere in campo tutti i provvedimenti normativi e disciplinari nei confronti dei vertici del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (presenti e soprattutto passati) che sono i principali, e più colpevoli, responsabili dello sfascio del sistema penitenziario padre, a mio avviso, di quelle gravi esternazioni che hanno gettato discredito su tutto il Corpo di Polizia Penitenziaria. Aggressioni agli Agenti: un polso slogato vale 30 grammi di salame

Ciò nondimeno la responsabilità, penale e disciplinare, è personale e come tale dovrà essere valutata, procedendo (mi auguro) con le adeguate singole sanzioni; ma se un gruppo di persone appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria si lascia andare a commenti del genere (e non è certo la prima volta che fatti simili  avvengono e non sono sempre e solo questi i colleghi che si sono lasciati andare ad analoghe dichiarazioni), non siamo solo davanti ad un manipolo di stolti o di persone incapaci di valutare le possibili ricadute delle proprie parole, sia sul piano personale che su quello collettivo, ma siamo di fronte ad un problema culturale che deriva da pesanti responsabilità per la carenza di formazione del personale, prima, e che, poi, vanno alla deriva in dissennate carenze di controllo e di indirizzo su certe dinamiche che i vertici del DAP non possono non aver osservato in precedenza. E se non sono stati capaci di osservarle, allora sono ancora più colpevoli. Essere Capo del Personale non basta per essere considerato Comandante del Corpo



MENTALITA’ MILITARE E CARENZE SULLA FORMAZIONE E AGGIORNAMENTO DEL PERSONALE DI POLIZIA PENITENZIARIA
In conseguenza dell’abolizione della leva obbligatoria del servizio militare nelle Forze Armate italiane, per evitare una drastica carenza di arruolamenti volontari nell’Esercito, nella Marina, nell’Aeronautica, con una forzatura normativa si è proceduto a vincolare l’arruolamemento nel Corpo  di Polizia Penitenziaria, alla permanenza da uno a quattro anni in una delle Forze Armate.

Questo artificio legislativo, ha comportato qualche problema di passaggio da un Corpo Militare ad una Forza di Polizia ad ordinamento civile, quali la Polizia di Stato e il Corpo Forestale, e comporta tutt’ora notevoli problemi di adeguamento del paradigma culturale per un ragazzo formato in un ambiente militare e proiettato dopo pochi mesi di formazione in un ambito penitenziario assolutamente sui generis, con indosso l’uniforme della Polizia Penitenziaria, che non esito a definire una delle più difficili professioni praticabili per l’enorme gamma di competenze e capacità umane e professionali da introiettare e mettere in pratica ogni giorno. Encomi al personale: differenza tra Comando Generale dei Carabinieri e il DAP

In questo quadro, già di per se problematico, si sono andati ad aggiungere provvedimenti di dimezzamento del periodo di formazione professionale, praticata con procedure di emergenza che, se riproposte e protratte da svariati anni, evidentemente hanno a che fare più con l’incapacità dei Ministri della Giustizia e dei vertici del DAP di programmare e pianificare idonee soluzioni alla cronica carenza d’organico della Polizia Penitenziaria, che non con reali ed eccezionali calamità naturali sopraggiunte all’improvviso. Il fallimento del DAP: una colpa che non è ascrivibile ai soli Tamburino e Pagano

Oltremodo, non può essere un caso che, più di una volta negli anni passati, per tutte le altre Forze di Polizia ad ordinamento sia civile che militare, si è proceduto ad arruolamenti in deroga ai limiti imposti dalle varie Leggi finanziarie, mentre gli stessi limiti sono stati pedissequamente rispettati per la Polizia Penitenziaria decretando e peggio, aggravando, la “cronica” carenza d’organico del Corpo.

Per non parlare, poi, dell’omesso controllo sulle disposizioni di indirizzo impartite dal centro verso la periferia, con Circolari tanto puntuali quanto inapplicabili sul piano della reale quotidianità della vita d’Istituto (vedi ad esempio la Circolare sui dischi colorati di verde, giallo e rosso da assegnare a ciascun detenuto), che hanno portato, negli anni, ad un sostanziale distacco del DAP dalle sue diramazioni periferiche, costringendo il personale di Polizia Penitenziaria (ancora di più di quanto non avvenisse nei decenni precedenti) a divenire esperto indiscusso nell’antica arte dell’arrangiarsi.

Questa sostanziale incapacità della figura del Capo del DAP di avere  il polso della situazione (si consideri la vergognosa ammissione del Ministro Cancellieri sulla ignoranza delle reali capacità detentive delle carceri italiane), e la reale capacità di incidere nelle scelte e nei comportamenti dei sottostanti livelli decisionali, hanno reso di fatto completamente autonomi i Provveditorati regionali dell’amministrazione penitenziaria che oggi, possono decidere ed attuare scelte interpretative come meglio credono, adottando spesso decisioni che vanno contro gli interessi del personale di Polizia Penitenziaria (non da ultimo le discordanti scelte e i diversi criteri e tempi attuativi delle Circolari sui rimborsi degli alloggi a disposizione dei colleghi penitenziari). Ministero della Giustizia: il Palazzo che della spending review se ne frega dal 2006

Per non parlare, infine, della assoluta mancanza di controllo (da parte del DAP e dei PRAP) nei confronti dei Direttori penitenziari che pure sono stati chiamati a predisporre urgenti corsi di formazione, volti a diffondere e mettere in pratica le disposizioni dipartimentali sull’importante tema della cosiddetta “sorveglianza dinamica” e regime di “detenzione aperta” dei detenuti. Sorveglianza dinamica e apertura delle celle: quello che il DAP non dice ...

Come conseguenza, questo importante momento di aggiornamento professionale, che pure è stato considerato uno dei cardini principali dei miglioramenti della situazione detentiva in Italia, è stato ancora una volta lasciato al caso e alla buona volontà di singoli Direttori e Comandanti di Reparto delle carceri. Ministro Orlando: emergenza carcere finita. E la Polizia Penitenziaria?



BENESSERE DEL PERSONALE
La maggior parte delle scelte e delle disposizioni impartite dalla Direzione Generale del Personale e della Formazione del DAP, sono andate verso una direzione costrittiva e peggiorativa delle condizioni lavorative della Polizia Penitenziaria. Se ormai sono diventate famose le Circolari sul comportamento e l’atteggiamento da assumere nei confronti dei superiori gerarchici al momento del saluto… non si conosce alcuna iniziativa che possa alleviare le difficili condizioni abitative (e conseguentemente familiari) di tutto quel personale proveniente dalle Regioni del sud Italia e che invece presta servizio nelle carceri del nord Italia. Tale personale presta servizio da decenni senza avere la benché minima certezza sui tempi e sulle regole (che il DAP adotta in un modo eufemisticamente definibile “poco trasparente”) sul delicato tema dei distacchi e trasferimenti tra le diverse sedi dell’amministrazione penitenziaria.

Se è vero che il DAP adotta di continuo convenzioni e protocolli d’intesa per migliorare (sulla carta) le condizioni detentive e le possibilità di reinserimento sociale delle persone detenute, nessun accordo è stato mai assunto in modo centralizzato, preventivo e pianificato, per risolvere i problemi di alloggio e residenza agevolata per il Corpo di Polizia Penitenziaria. Aprite le caserme ai colleghi in difficoltà

Alle tante richieste di attenzione il DAP ha risposto con un ridicolo numero verde di cui peraltro, dopo un singolo lancio di comunicato stampa, si sono perse ormai le tracce. Numero verde del DAP per richieste di trasferimenti, assegnazioni, legge 104, carenza di personale di Polizia Penitenziaria... 

Il DAP inoltre non si rende conto dell’estremo segnale di disagio che proviene dall’incredibile mole di provvedimenti disciplinari elevati a migliaia di Poliziotti penitenziari ogni anno (più di ottantamila). Provvedimenti disciplinari che, anche se spesso vengono derubricati a sanzioni minori, creano un clima di sospetto e avversità nei confronti delle procedure amministrative dipartimentali considerate meramente punitive. Ad aggravare la situazione, poi, c’è l’indiscutibile fatto che analoga fermezza non viene applicata a quei detenuti che commettono minacce ed aggressioni nei confronti dei Poliziotti penitenziari che subiscono quotidianamente attacchi fisici e psicologici anche gravi. Due pesi e due misure che finiscono per acuire ancora di più la tensione e il rancore nei confronti dell’amministrazione e della “popolazione detenuta”. Quando ad essere aggredito è un Direttore Penitenziario ...

Intervista anonima ad Agente: "in carcere può succedere di tutto, sei fortunato se torni a casa intero"

 

ELEVAZIONE PROFESSIONALE E RESPONSABILITA’ DEI DIRIGENTI
Uno dei più grandi paradossi del Corpo è che la stragrande maggioranza dei Poliziotti penitenziari (ventiseimila) ricopre la qualifica di “Assistente Capo”, che si consegue automaticamente dopo quindici anni di servizio privi di sanzioni disciplinari gravi. Ai ruoli e qualifiche superiori si può accedere solo attraverso concorso pubblico o interno. Nonostante però le gravissime carenze d’organico nel ruolo dei Sovrintendenti e nel ruolo degli Ispettori, le procedure concorsuali non vengono portate avanti in modo pianificato ed efficiente e quando anche si riesce a proseguire nell’iter amministrativo, i Dirigenti del DAP spesso adottano criteri e decisioni che danno inizio a ricorsi amministrativi che quasi sempre vedono il DAP soccombere di fronte ai diversi gradi di giudizio della giustizia amministrativa. La nuova Polizia di Stato assorbirà la Penitenziaria per manifesta incapacità gestionale

Tuttavia, nessun provvedimento disciplinare è stato mai intrapreso nei confronti di quei Dirigenti che ricoprono le stesse cariche da decenni, né gli stessi Dirigenti sono stati semplicemente ed opportunamente spostati in Uffici diversi.

Si prenda ad esempio il Concorso “esterno” da Vice Ispettore di Polizia Penitenziaria indetto con Bando pubblico del 2002 e conclusosi solo nel dicembre 2014, dove sono state commesse gravi inadempienze, omissioni ed errori da parte dei Dirigenti del DAP, senza che vi sia stato alcun provvedimento disciplinare da parte dei livelli amministrativi superiori e senza che nemmeno il livello politico sia mai riuscito a porre argine di fronte a quello che, di fatto, è diventato "un livello dirigenziale di mezzo”, immune da qualsiasi sanzione e/o controllo. Fermare l’immunità dei Dirigenti del DAP. Cosa può fare la Polizia Penitenziaria?

Ultimamente poi, il recente decreto che ha ridefinito le piante organiche della Polizia Penitenziaria, ha ulteriormente decurtato il ruolo degli Ispettori di settecento unità per consentire invece l’incremento di novecento unità nel ruolo degli Agenti/Assistenti, a costo zero per lo Stato.

Appare del tutto evidente come l’incremento di Poliziotti penitenziari, conseguente a questo artificio contabile, va a scapito della capacità del Corpo di dotarsi di figure di “concetto” e di “coordinamento”, indispensabili al dispiegamento di una efficace catena di comando che parte dai Commissari e arriva fino agli Agenti neo assunti. Il Poliziotto Penitenziario solo nell’incontro/scontro con il delinquente

Questo ulteriore sbilanciamento verso il basso, arginato dalla “diga naturale” della qualifica di Assistente Capo, congiunto alla carenza dei Sovrintendenti e degli Ispettori, acuisce ancora di più il divario tra Commissari e Agenti. A questo va aggiunta l’ormai annosa questione del mancato riallineamento delle posizioni giuridiche ed economiche tra i Sovrintendenti, gli Ispettori e i Commissari di Polizia Penitenziaria con le analoghe figure delle altre Forze di Polizia che, manco a dirlo, sono peggiori nella prima, rispetto alle seconde. Riflessioni di inizio anno dal solito "ragazzotto" con trenta anni di servizio


IMMAGINE PUBBLICA E RUOLO SOCIALE
Il termine “secondino” di per sé non è dispregiativo così come non lo è l’appellativo “agente di custodia”. La differenza la fa il contesto in cui tali termini vengono usati.

Attualmente, questi si ispirano a quel retaggio culturale di antica memoria in cui i “carcerieri” (altro termine simbolico) venivano associati a comportamenti afflittivi ai limiti della tortura.

Pur tuttavia, se però da un lato il Corpo di Polizia Penitenziaria, dal 1991 ad oggi, ha saputo crescere con le sole proprie forze in termini professionali ed umani,  analogo sforzo non è stato intrapreso dal DAP per far conoscere e comprendere all’opinione pubblica tale elevazione culturale e operativa. L'immagine della Polizia Penitenziaria nelle fiction televisive: comunicata, rappresentata e percepita

La mancata adozione da parte del DAP di un Piano della Comunicazione (che pure è obbligatorio per tutte le amministrazioni pubbliche) e la mancata selezione di personale adeguatamente formato che presti servizio negli Uffici deputati alla diffusione dell’immagine pubblica del Corpo di Polizia Penitenziaria, vengono considerati una ulteriore mancanza di sensibilità da parte del DAP nei confronti dei Poliziotti penitenziari che, oltretutto, costituiscono in termini numerici la stragrande maggioranza dei dipendenti dell’amministrazione penitenziaria. DAP: un Dipartimento di muti ciechi e sordi, grigi come un vecchio telefono della SIP

Quasi tutte le “energie umane ed economiche" del DAP vengono spese per divulgare quelle iniziative a favore dei detenuti, acuendo ancora di più la frustrazione del personale di Polizia Penitenziaria, che percepisce il DAP e i suoi Dirigenti come amministratori più propensi ai bisogni dei detenuti che del personale di Polizia. L’immagine della Polizia Penitenziaria e la "disinformatija" del DAP

La vicenda del caso Cucchi, ad esempio, ha messo in luce tutte le carenze e le inadeguatezze del settore della comunicazione pubblica del DAP che non ha saputo minimamente arginare l’ondata di sdegno e di accuse pregiudizievoli nei confronti dell’intero Corpo di Polizia Penitenziaria. Quand’anche fosse stata accertata la responsabilità personale dei colleghi del Tribunale di Roma sul decesso di Stefano Cucchi (che oltretutto sono stati totalmente scagionati da qualunque responsabilità diretta o indiretta), ormai il danno di immagine derivante da una campagna stampa che non è stata in alcun modo arginata né dall’Ufficio stampa del Ministero della Giustizia, né tantomeno dall’Ufficio stampa del DAP, è stato fatto e chissà per quanto tempo fornirà un appiglio mnemonico in tutte quelle persone che non hanno né il modo né il tempo di approfondire il complesso mondo penitenziario e che il DAP non tenta nemmeno di raggiungere con adeguati strumenti di “comunicazione di massa”. Santi Consolo continuerà ad essere il "Re dei Secondini" o sarà il primo vero Capo della Polizia Penitenziaria


DICHIARAZIONI CHOC DI ALCUNI POLIZIOTTI PENITENZIARI NEI CONFRONTI DEI SUICIDI DELLE PERSONE DETENUTE
In verità, nessuno degli argomenti fin qui esposti può essere preso a giustificazione delle parole scritte dai colleghi su Facebook riguardo il suicidio avvenuto nel Carcere di Milano Opera nei giorni scorsi.

Tutto quanto raccontato, però, potrebbe quantomeno contribuire ad inquadrare il motivo per cui un limitatissimo numero di Poliziotti penitenziari (di volta in volta quando avvengono casi analoghi), liberi dal servizio e in ambiti probabilmente (e in modo maldestro) ritenuti “familiari” e “riservati”, si lancino in commenti a dir poco inadeguati al ruolo che si ricopre in ogni momento della propria vita quotidiana, così come è anche previsto dal Regolamento del Corpo.

Ed ora, al di là della legittimità degli eventuali procedimenti disciplinari, Il fatto che oggi il DAP si prodighi in comunicati stampa, dichiarazioni ed interviste e prometta “pugno di ferro” contro i trasgressori, non può che acuire ancora di più il senso di frustrazione dell’intero Corpo di Polizia Penitenziaria, soprattutto alla luce del fatto che in passato il DAP, quando c’era da tutelare il Corpo di Polizia Penitenziaria da accuse infamanti provenienti dall’esterno, si è girato dall’altra parte e si è adagiato su posizioni e dichiarazioni del tipo “lasciamo fare alla Magistratura”. Dichiarazioni che nell’immaginario collettivo, sono una mezza ammissione di colpevolezza. Sulle presunte morti ’sospette’ in carcere e sul ruolo della Polizia Penitenziaria

Accertare le responsabilità e punire con gli adeguati provvedimenti i responsabili di questo danno di immagine al Corpo di Polizia Penitenziaria è giusto, ma è anche opportuno valutare e intraprendere le necessarie correzioni (avvicendamenti e rotazioni d’Ufficio) per chi in tutti questi anni, ha causato, ha tollerato o ha semplicemente sottovalutato questi sentimenti di rancore nei confronti delle persone detenute, nei confronti del proprio lavoro e nei confronti dei propri (maggiormente responsabili) superiori gerarchici. La caduta della Polizia Penitenziaria: fino a qui, tutto bene

 

 


Scritto da: Redazionale
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Commenti Commenti dei lettori

n. 11


Caro Agente Scelto >,
l'articolo l'ho letto, ed anche bene.
Ho espresso il mio pensiero, come sempre.
Hanno fatto una minch.... Punto e basta!
Ho la vaga sensazione purtroppo che, questo genere di comportamenti siano il frutto di mesi, se non anni bastonate all'animo, come a tanti accade durante le ore di servizio.
Vorrei dirti tante cose...ma in questo contesto occorre tenere ben presente SEMPRE che bisogna mantenere un atteggiamento consono e soft nei toni. Cosa che non mi appartiene per niente...anzi!!!
Poi quello che siamo nelle nostre sedi, quello che facciamo quotidianamente, lo sappiamo solo noi e chi condivide le ore di servizio.
Personalmente non posso lamentarmi di nulla, se non "dell'assolutismo di alcuni dirigenti". Quello credimi è divenuto insopportabile, per chi come me ha tolto tanta cacca e rogne a questi signori n'cravattati. Ogni Santo giorno, per parecchi anni...adesso sono in stand by e, guai a chi scassa la min...
Non vedo l'ora che passino questi 8 anni.
Buon inizio di settimana a tutti

Di  Rosario  (inviato il 23/02/2015 @ 10:25:29)


n. 10


Ritengo che alcuni pensieri non vadano esternati liberamente, penso però che i provvedimenti presi siano abnormi. Mi auguro che il D.A.P. si costituisca parte civile in tutti i procedimenti penali che vedono, come imputati, detenuti che si sono resi responsabili di aggressioni ai danni di agenti di POLIZIA PENITENZIARIA. Mi auguro che il D,.A.P. si preoccupi della mia salute, poichè lavoro in un ambiente in cui si può liberamente fumare. Mi auguro che D.A.P. si preoccupi di concedermi il riposo settimanale con regolarità. Mi auguro che il D.A.P. si preoccupi di farmi "godere" del mio congedo ordinario del 2014 ( residuo 40 giorni con 9 giorni di assenza per malattia ). Mi auguro che il D.A.P. si preoccupi di farmi lavorare in carceri e non in latrine. Auguri fratelli colleghi, mi raccomando parlate poco e lavorate tanto.

Di  Anonimo  (inviato il 21/02/2015 @ 20:31:26)


n. 9


Caro Rosario, ma l'hai letto tutto l'articolo oppure ti sei fermato al titolo? Nell'articolo non c'è nessuna giustificazione a quanto scritto dai colleghi.

Di  Agente "scelto"  (inviato il 21/02/2015 @ 16:33:39)


n. 8


Vabbè che molte cose non funzionano come dovrebbero...
Vabbè che si saranno fatti scappare il dito sulla tastera...
Vabbè...scioccamente si sono fatti prendere la mano dalle discussioni...
Vabbè un corno!
Embè? Allora ci mettiamo a scrivere a ruota libera sulla morte di un detenuto?
Non siamo certo pagati per giudicare il passato di un uomo che ha commesso reati, annesso quello efferato compiuto dal suicida, oppure commentare con arroganza senza il minimo spirito di pietà cristiana?
Non ultimo scrivere con così tanta leggerezza di ciò che il proprio intimo pensa.
Non sono proprio contento sulla misura della sospensione, ma...forse ci voleva per stoppare SUBITO sul nascere simili comportamenti che potevano presto essere emulati da altri.
E poi diciamocelo chiaramente...ma se questo detenuto avesse ucciso e bruciato il corpo di un collega? Cosa avrebbero scritto!!!
Ma finemula...siamo seri vàààà....
Buona Domenica a tutti

Di  Rosario  (inviato il 21/02/2015 @ 16:16:12)


n. 7


Dopo i concetti ampiamente espressi nei post precedenti volevo chiudere dicendo: nell'ambito delle convergenze parallele, avendo avuto cura di esprimere tutto il sostanziale, si è portati a teorizzare l'avvento di forze esterne, nonostante il profuso impegno nelle attività di ammodernamento, i progetti di rinnovamento vengono meno per il disimpegno di soggetti reazionari allo status quo.
Ciò posto nulla sarà lasciato al caso, onde, appunto, finalizzare lo sforzo, o meglio, il vento di novità che stiamo portando avanti.
Grazie, spero che abbiate capito ciò che volevo esternare.

Di  Divide et Impera  (inviato il 20/02/2015 @ 15:55:43)


n. 6


condivido.
aggiungiamo che si tratta del pur demoniaco internet non di una riunione pubblica, una conferenza, un giornale cartaceo.
l'anomalia è questa.
dietro una tastiera ci può stare di lasciarsi andare ad un commento stupido, inopportuno, insensibile, dissociato, cinico, chiamiamolo come vogliamo.
insomma, come disse una volta uno, c'è da contestualizzare.
speriamo i nostri vertici lo facciano anzichè lasciarsi andare alla comoda e feroce sete di persecuzione.
speriamo che anche i nostri, nel contempo, si ravvedano, chiedano scusa ai famigliari e a coloro la cui sensibilità è stata così tanto urtata da uno sfogo virtuale di disperazione, avvilimento ed impotenza dinnanzi alla sempre più recrudescente piaga di disagio, mancanza di lavoro, impoverimento, immigrazione selvaggia e conseguente criminalità del Paese, e si ricordino di essere parte integrante del percorso rieducativo dei detenuti, ivi compresi quelli più violenti.
solidarietà a chi sbaglia e si ravvede.

Di  Antonio  (inviato il 20/02/2015 @ 14:34:29)


n. 5


Altro che deriva autoritaria...
Manco nel ventennio...

Di  Sic et simpliciter  (inviato il 20/02/2015 @ 14:33:46)


n. 4


Bravo, non commentare ... che il DAP ti legge...

Di  Anonimo  (inviato il 20/02/2015 @ 14:24:23)


n. 3


No comment .......

Di  Divide et Impera  (inviato il 20/02/2015 @ 14:21:36)


n. 2



La Dichiarazione di Oxford sulla libertà di pensiero e di espressione:

Il congresso dell’Unione Internazionale Etico-Umanista (International Humanist and Ethical Union) del 2014, tenutosi a Oxford, UK, i giorni 8-10 agosto 2014, ha approvato la seguente dichiarazione sulla libertà di pensiero e di espressione.
(Traduzione italiana a cura dell’Uaar)

Pur essendo dimostrato come, sempre ed ovunque, le condizioni fondamentali per lo sviluppo ed il progresso dell’umanità siano legate alla libertà di pensiero e di espressione, ogni generazione deve affrontare nuove minacce a tali fondamentali libertà. Su tali basi, noi affermiamo che:

Il diritto alla libertà di pensiero e di credo costituisce, per tutti, un diritto unico. L’insieme dei diritti umani declinati nell’Articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani costituisce e deve costituire un diritto unico ed indivisibile, che protegge la dignità e la libertà di tutti proteggendo il diritto al credo personale quale che esso sia, religioso o non religioso. Come recita l’Articolo 7 della Dichiarazione “Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge”.

Nessuno, in alcun luogo, deve essere costretto ad abbracciare o ad abiurare un credo. La libertà di pensiero implica il diritto di sviluppare, mantenere, esaminare e manifestare il nostro credo senza coercizione alcuna e di esprimere opinioni e visioni del mondo, religiose o non religiose, senza il timore di coercizioni. Questo include la libertà di cambiare le proprie vedute e di rigettare un credo precedentemente adottato od imposto. La pressione esercitata al fine di obbligare alcuno a conformarsi a ideologie di stato o a dottrine religiose costituisce una forma di tirannia. Le leggi che ostacolano o criminalizzano questo o quel credo contravvengono ai principi di dignità umana e devono essere abolite. Ogni cittadino, di ogni stato, ha il diritto di richiedere l’abrogazione di cotali leggi e tutti gli stati devono, ovunque, sostenere coloro i quali richiedano che loro della loro libertà sociale e personale venga difesa.

Il diritto alla libertà di espressione ha finalità globali. I diritti umani articolati nell’Articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani includono il diritto a “cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Nessun gretto nazionalismo e nessuna forma di insicurezza statale devono impedire alla comunità umana di profittare delle opportunità offerte dalle nuove tecnologie, dai mass media, dai media sociali e dall’accesso alle reti informative transnazionali. Gli stati devono investire adeguate risorse al fine di permettere ai propri cittadini la partecipazione al dibattito globale.

Non esiste alcun diritto al sentirsi offesi da opinioni contrarie alle proprie, così come non esiste alcun diritto a non ascoltarle. Il rispetto per la libertà di ciascuno ad avere un proprio credo non implica per alcuno il dovere di rispettare ogni credo. L’opposizione a qualsiasi credo, ivi incluse la satira, la condanna e la messa in ridicolo in qualsivoglia forma e tramite qualsivoglia mezzo è vitale per qualsiasi confronto critico. Qualsiasi limitazione a tali forme di opposizione deve essere conforme all’Articolo 29 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ovvero avere il fine di proteggere i diritti e la libertà degli altri. La miglior risposta a un punto di vista col quale siamo in disaccordo è, semplicemente, la replica. La violenza e la censura non sono mai risposte legittime. Qualsiasi legge criminalizzi il linguaggio sulla base di pretesa “blasfemia” o dell’offesa a un credo o a un sistema di valori è un ostacolo alla libertà umana e deve essere abolita.

Gli stati non debbono limitare la libertà di pensiero ed espressione al solo fine di proteggersi da critiche. Gli stati che criminalizzano le critiche alle politiche governative ritenendole una forma di tradimento, sedizione o di minaccia alla pubblica sicurezza non sono “governi forti”, paladini dell’interesse pubblico, ma semplicemente oscuri oppressori che esercitano una forma di tirannia a proprio esclusivo interesse. Gli stati devono assicurare tramite il proprio impalcato normativo, il proprio sistema scolastico e la condotta generale della vita dei paesi che la libertà di pensiero e di espressione siano attivamente promossi e perseguiti a reale beneficio di ciascun cittadino.

La libertà di credo è assoluta, ma non è assoluta la libertà di agire sulla base di un credo. Quali membri responsabili di una comunità riconosciamo che la libertà di azione debba essere talvolta limitata, ma solo se e quando un’azione mina i diritti e la libertà di altri. La libertà di credo non può in alcun modo legittimare l’elusione dei principi di non-discriminazione e di uguaglianza di fronte alla legge. Questi equilibri possono ben essere difficili da raggiungere ma, mantenendo come punti di riferimento la libertà e la dignità umana, noi crediamo che giudici e legislatori possano progressivamente soddisfarli.

Noi sosteniamo che i principi di democrazia, di rispetto dei diritti umani, di laicità e dello Stato di diritto sono i principi fondanti per lo sviluppo di società aperte, ove la libertà di pensiero e di espressione siano protette e promosse.

Noi ci impegniamo, in tutte le nostra attività, a sostenere ed a promuovere i diritti di libertà di pensiero ed espressione nell’ambito del quadro internazionale dei diritti umani e ad opporci, a livello nazionale ed internazionale, a qualsivoglia forma di restrizione del diritto di ciascuno di pensare liberamente, con la propria testa e per conto proprio, e di esprimere le proprie vedute senza timore.

Noi invitiamo ciascun membro delle nostre organizzazioni e gli umanisti di tutto il mondo a sostenere questi valori nel proprio vivere quotidiano, a promuovere nelle proprie comunità una maggiore e migliore comprensione dei diritti di ciascuno alla libertà di pensiero e di espressione, a sollecitare i propri governi a promuovere questi valori e ad unirsi globalmente con gli umanisti e con chiunque altro per difendere e promuovere tali valori a beneficio dell’intera umanità.

Di  PASQUINO  (inviato il 20/02/2015 @ 13:35:10)


n. 1


che gelido silenzio...
pensavo che ci fosse ancora la libertà d'opinione, per quanto squallida, fascista ed idiota, possa essere.

Di  Antonio  (inviato il 20/02/2015 @ 12:31:30)




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