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Corte dei Conti, Aumenta la presenza delle donne ma ancora poche ai vertici


Polizia Penitenziaria - Corte dei Conti, Aumenta la presenza delle donne ma ancora poche ai vertici

Notizia del 26/05/2010

in Il Commento

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Scritto da: Roberto Martinelli

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La presenza delle donne tra i dipendenti pubblici aumenta ma resta bassa soprattutto nelle posizioni di vertice. 
E’ quanto emerge dalla Relazione annuale sul costo del Lavoro pubblico 2010, a cura della Corte dei Conti e di recente pubblicazione, in relazione ai singoli comparti. 
I posti chiave infatti, stando all’analisi svolta sulle risultanze gestionali relative al 2008, sono appannaggio degli uomini in vari ambiti dalla magistratura contabile a quella militare, nella carriera diplomatica, e in particolare tra gli ambasciatori, tra i dirigenti dei penitenziari (anche se cresce in percentuale) e ancora nei corpi di Polizia. 
Diverso è il caso delle donne prefetto che raggiungono il 52% nel 2009. 
Per quanto riguarda magistratura e Avvocatura dello Stato, le donne rappresentano il 40% del totale, si registra nel 2008 un incremento rispetto al 2007 di 155 unità. 
“Ciò nonostante, la presenza delle donne ai vertici delle magistrature è’ ancora assai ridotta - osserva la Corte dei Conti - In percentuale, le donne sono maggiormente presenti nella magistratura ordinaria (42%); seguono l’Avvocatura dello Stato (35%), la Corte dei conti (21%), il Consiglio di Stato/Tar (18%) e la magistratura militare (11%)”. 
Se si considerano i dati al 1° gennaio 2010, peraltro ancora non ufficiali, si osserva un incremento della presenza delle donne in tutte le categorie di personale in esame, ad eccezione dell’Avvocatura dello Stato dove è confermata la percentuale del 35%: nella magistratura ordinaria circa il 44% del totale della categoria, nella Corte dei conti circa il 24%, nel comparto Tar/Consiglio di Stato circa il 20%. 
Complessivamente, a questa data le donne sono 4.295 con un incremento rispetto al 31 dicembre 2008 di 162 unità. Scarsa anche la quota rosa tra il personale diplomatico - appena il 16% nel 2008 (15% nel 2007) - che continua a presentare divari più accentuati nelle qualifiche alte. 
Leggendo i numeri nel 2008 figura infatti una sola donna nel ruolo di ambasciatore (1 nel 2007 e 2 nel 2006); in quella di ministro plenipotenziario, sempre nel 2008, le donne sono aumentate di 2 unità (16 nel 2007). 
Mentre il dato relativo alla qualifica di consigliere d’ambasciata si è mantenuto stabile, le altre qualifiche di consiglieri di legazione e di segretario di legazione vedono una leggera diminuzione della presenza femminile. 
Al 31 dicembre 2009, le donne rappresentano il 17% (155) delle unità in servizio. 
La carriera diplomatica, tra l’altro, ha subito una certa trasformazione in quanto ha visto una riduzione delle qualifiche da sette a cinque (ambasciatore, ministro plenipotenziario, consigliere di ambasciata, consigliere di legazione, segretario di legazione) e ora prevede una permanenza minima di almeno quattro anni all’estero presso gli uffici all’estero o in organizzazioni internazionali, prima della promozione a consigliere di legazione. Tuttavia tra il personale dirigente della carriera penitenziaria aumenta, anche se di poco, la presenza femminile in percentuale. Infatti a fronte di una diminuzione dell’organico dal 2006 al 2008 del personale in servizio del 6,5% e del calo della presenza femminile del 5%, aumenta l’incidenza delle donne (60%) sul totale del personale in servizio. 
Da 298 che erano scendono a 283, ma nel 2006 era 506 il totale dei dirigenti mentre nel 2008 era 473. 
La percentuale si conferma anche nei dati provvisori relativi all’anno 2009.
L’esercito delle donne nei Corpi di Polizia, limitatamente alle categorie per le quali è stato possibile effettuare la rilevazione - osserva la Corte dei Conti - è in aumento anche se, peraltro, riguarda ancora in misura limitata le posizioni di vertice. Complessivamente nel 2008 erano 21.543 su un organico di 358.026. 
Nel dettaglio, nell’Arma dei Carabinieri le donne erano 913, nella Polizia di Stato 14.894, nella Guardia di finanza 707, nella Polizia penitenziaria 3.427 e nel Corpo forestale 1.602. 
Quanto ai Vigili del Fuoco le donne vi hanno fatto il loro ingresso nel 1989. 
Da allora le presenze sono aumentate nei settori amministrativo-contabile ed informatico, oltre che nei ruoli tecnici ed anche in quelli strettamente operativi; risulta in crescita il numero delle volontarie. 
Dopo la nomina avvenuta nel maggio 2005 della prima donna comandante dei vigili del fuoco, sono state nominate altre tre donne dirigenti del Corpo. 
Fa eccezione la carriera prefettizia dove l’incidenza delle donne sul personale complessivo supera di poco il 50% che si e’ incrementato al 52% nel 2009. 
A tutto il 2008 la dotazione organica complessiva era di 1.699 unità, con 1.478 presenze in servizio ed una carenza del 34,2% nella sola categoria dei vice prefetti aggiunti, a fronte di eccedenze per le qualifiche superiori del prefetto e del vice prefetto. 
C’è ancora molto da lavorare, dunque, perché venga adeguatamente valorizzato il ruolo delle donne nel mondo del lavoro e nel Pubblico impiego in particolare? Probabilmente si: puntiamo dunque maggiormente sulla meritocrazia dell’individuo (sia esso uomo o donna, sia chiaro) ma teniamoci ben lontani da soluzioni assolutamente illiberali come quote rosa. 
Sono molto diffidente, in generale, verso quote di qualsiasi colore perché mandano il messaggio sbagliato: che il merito non conta e che la strada verso il successo è di soffiare sul fuoco della politica delle identità. 
Il sistema delle quote rosa è certamente illiberale anche e soprattutto perché sovrimpone il criterio dell’ equilibrio fra i generi a quello del merito. 
E’ ad esempio quel che sta succedendo nel paese ritenuto tra gli Stati assolutamente all’avanguardia nella realizzazione delle pari opportunità: la civile, modernissima Svezia. 
Nel grande regno del nord, le leggi sulla pari opportunità sono, dal 2003, particolarmente rigide. 
E adesso sono le donne a dire basta e a chiedere la loro abrogazione o sostanziale rettifica perché in alcuni rami accademici per professioni di grande impegno, in cui le donne qualificate sono più numerose degli uomini, a cominciare da Medicina e Psicologia, imporre una parità numerica 50 e 50 di fatto discrimina le donne brave e decise ma respinte perché in eccesso di numero rispetto alla parità assoluta o quasi richiesta dalla legge. 
Ma esistono anche altre ragioni, più sostanziali. Le donne formano una categoria sociale particolare. 
Nelle società europee sono state spesso oggetto di una evidente discriminazione, anche giuridica. 
La famiglia è stata lungamente regolata dai principi della patria potestà e della trasmissione dei beni ai figli maschi.
La donna ha avuto il diritto di voto soltanto nel Novecento. 
Le prime lauree femminili risalgono agli inizi del secolo scorso. E nel mondo dell’educazione vi furono anni, non molto lontani, in cui le insegnanti venivano relegate nelle aule delle scuole elementari. 
Ma la letteratura cortese le ha esaltate. Le monarchie non hanno esitato a collocarle sul trono. 
La Chiesa le ha santificate. Il culto Mariano le ha nobilitate. 
La letteratura e l’arte ne hanno riconosciuto, anche se tardivamente, i talenti. Mi rendo conto che il loro potere, quando l’hanno conquistato, era troppo spesso il risultato della loro attrazione o della loro situazione familiare. Ma pochi contemporanei pensarono che Isabella di Castiglia, Elisabetta d’ Inghilterra, Caterina de’ Medici o Caterina di Russia – tutte donne con un ruolo centrale nella Storia -  fossero esseri inferiori. 
Il metodo delle quote rosa è poi fondato sul principio femminista che le donne vogliano, tutte o quasi, fare il mestiere degli uomini. E ignora il fatto che molto donne siano soprattutto desiderose di fare quelli per cui hanno una insostituibile vocazione naturale. 
Fare la madre è un mestiere. Educare i figli è un mestiere. 
Governare la famiglia è un mestiere. 
Pretendere che le donne facciano soltanto quelli è maschilismo. 
Supporre che quei mestieri siano meno importanti di una carriera politica o aziendale, è stupido. 

Non varare politiche sociali adeguate, in grado anche di armonizzare il fondamentale ruolo della donna nella famiglia con quello nel mondo del lavoro è desolante e grave. 


Scritto da: Roberto Martinelli
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