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Destituzione dal servizio per condanna di corruzione: ex Poliziotto perde ricorso al TAR


Polizia Penitenziaria - Destituzione dal servizio per condanna di corruzione: ex Poliziotto perde ricorso al TAR

Notizia del 21/04/2016

in Ricorsi Contenziosi Sentenze TAR CASSAZIONE

(Letto 214 volte)

Scritto da: Redazione

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania

(Sezione Settima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 3788 del 2014, proposto da -OMISSIS-,

rappresentato e difeso dagli avvocati Mauro Stella e Domenico Di Casola, legalmente domiciliato presso la Segreteria del T.A.R. Campania, in Napoli, piazza Municipio, 64;

contro

il Ministero della Giustizia, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso per legge dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato, anche domiciliataria in Napoli, via Diaz, 11;

per l'annullamento

del D.M. n. 435992 - 2013/43617/ds6 del 16 aprile 2014 a seguito del quale è stata irrogata al ricorrente la sanzione disciplinare della destituzione dal servizio dal 13 ottobre 2009, notificato il 23 aprile 2014.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio del Ministero della Giustizia;

Viste le memorie difensive; visti tutti gli atti della causa;

Visto l'art. 52 D.Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, commi 1 e 2;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 1 marzo 2016 la dott.ssa Marina Perrelli e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Svolgimento del processo

1. Il ricorrente, agente scelto di Polizia Penitenziaria , ha impugnato il decreto ministeriale con il quale gli è stata irrogata la sanzione disciplinare della destituzione dal servizio dal 13 ottobre 2009, data dell'avvenuto arresto, all'esito del procedimento penale conclusosi con la sentenza della Corte di Cassazione del 2.10.2013, n. 1661, pervenuta il 9.10.2013, che conferma la condanna ad anni 1 e mesi 8 di reclusione per il reato di corruzione.

1.2. Con tre distinti motivi di censura il ricorrente deduce l'illegittimità del provvedimento gravato per violazione di legge (artt. 9, 10, 16 e 17 del D.Lgs. n. 449 del 1992; art. 120 del D.P.R. n. 3 del 1957) e per eccesso di potere sotto molteplici profili, concludendo per l'annullamento.

2. Il Ministero della Giustizia, ritualmente costituito in giudizio, ha concluso per la reiezione del gravame.

3. Con l'ordinanza cautelare n. -OMISSIS-la Sezione ha respinto la domanda cautelare non ravvisando il presupposto del fumus e ritenendo che "alla luce degli addebiti contestati, il pregiudizio lamentato dal ricorrente risulta recessivo rispetto alla tutela dell'interesse pubblico affidato alla cura dell'Amministrazione resistente".

4. Alla pubblica udienza dell'1.3.2016, preso atto delle memorie ex art. 73 c.p.a. depositate dalle parti, la causa è stata trattenuta in decisione.

Motivi della decisione

5. Il ricorso non è fondato e va respinto.

6. Con il provvedimento impugnato è stata irrogata al ricorrente, agente scelto di polizia  penitenziaria , la sanzione disciplinare della destituzione a seguito della condanna definitiva alla pena della reclusione di anni 1 e mesi 8 per il reato di corruzione, nonché alla pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici per anni cinque, inflittagli con la sentenza n. -OMISSIS-della Corte di Cassazione, divenuta irrevocabile lo stesso 2 ottobre e comunicata il successivo 9 ottobre.

6.1. Occorre, innanzitutto, precisare che dal medesimo episodio commesso nel mese di giugno 2006 sono scaturiti a carico del sig.-OMISSIS-due procedimenti penali: uno per il reato di cui all'art. 73, comma 5, del D.P.R. n. 309 del 1990 in materia di stupefacenti, conclusosi con la sentenza di patteggiamento del Tribunale di Milano n.-OMISSIS-con condanna a mesi 10 e giorni 20 di reclusione, in relazione al quale l'Amministrazione resistente, con decreto del 19.1.2007, ha irrogato al ricorrente la sanzione disciplinare della sospensione dal servizio per la durata di mesi 6; l'altro per corruzione, conclusosi con la citata sentenza della Corte di cassazione che ha confermato la sentenza della Corte di Appello di Milano n. 2211 dell'1.10.2012.

7. Con il primo motivo il sig.-OMISSIS-deduce l'illegittimità del provvedimento impugnato per violazione del D.Lgs. n. 449 del 1992 poiché l'amministrazione della Giustizia, benché avesse avuto conoscenza dell'esecuzione dell'ordinanza di misura cautelare in carcere sin dal 23.10.2009, nonché dell'esito delle indagini e delle sentenze del 2.5.2011 del Tribunale di Milano e dell'1.10.2012 della Corte di Appello di Milano, avrebbe avviato l'azione disciplinare solo il 21.10.2013 dopo oltre 4 anni di silente inattività.

7.1. Infine, ad avviso del ricorrente, l'amministrazione avrebbe erroneamente ignorato l'errore materiale sul cognome dell'Infante commesso dalla Corte di Cassazione nel dispositivo della sentenza con conseguente vizio del procedimento disciplinare avviato sulla base della predetta pronuncia.

8. La censura è infondata e va disattesa.

9. Secondo il costante orientamento della giurisprudenza, condiviso dal Collegio, in caso di pronuncia di sentenza penale irrevocabile di condanna (cui viene equiparata, ai sensi degli artt. 445 e 653 c.p.p., la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti, pronunciata ex art. 444 c.p. p.), il termine di 90 giorni per l'instaurazione o la riattivazione del procedimento disciplinare decorre dalla comunicazione della sentenza irrevocabile di condanna all'amministrazione datrice di lavoro. Tale soluzione risponde alla duplice esigenza di non procrastinare eccessivamente il potere disciplinare dell'Amministrazione, così tutelando il diritto del dipendente, e, al contempo, di evitare che il termine decorra anteriormente al passaggio in giudicato della sentenza ed all'avvenuta conoscenza, da parte dell'amministrazione medesima, dell'irrevocabilità della condanna del proprio dipendente (cfr. Consiglio di Stato, VI, 18 settembre 2015, n. 4350; Consiglio di Stato, III, 27 agosto 2014, n. 4350; TRGA Bolzano 27 novembre 2012, n. 352).

9.1. Ciò posto dalla documentazione prodotta si evince che il 9.10.2013 l'amministrazione procedente ha avuto notizia della sentenza di condanna della Corte di Cassazione, il 21.10.2013 ha provveduto a contestare gli addebiti al ricorrente e il 16.4.2014 gli ha irrogato la sanzione disciplinare della destituzione, notificandola il 23.4.2014.

9.2. Ne discende, pertanto, che risultano rispettati sia il termine di 90 giorni che quello di 270 giorni.

9.3. Inoltre, a differenza di quanto affermato dal ricorrente, l'amministrazione non è rimasta inerte nel periodo intercorrente tra il 13.10.2009, data dell'arresto dell'Infante in esecuzione dell'ordinanza di custodia cautelare in carcere del G.I.P di Milano, e il 21.10.2013, data della contestazione degli addebiti, in quanto il Ministero ha disposto, ai sensi dell'art. 7, comma 1, del D.Lgs. n. 449 del 1992, la sospensione obbligatoria dal servizio condecreto del 23.10.2009 e successivamente, con decreto del 13.8.2010, la sospensione facoltativa dal servizio, ai sensi dell'art. 7, comma 2, del citato D.Lgs. n. 449 del 1992. Quindi con decreto dell'11.10.2011 l'Infante è stato sospeso dal servizio, ai sensi dell'art. 4, comma 1, della L. n. 97 del 2011.

9.4. E', infine, del tutto irrilevante la circostanza che il dispositivo della Corte di Cassazione contenga un errore materiale relativo al cognome del ricorrente poiché essendone certa l'identità, nonché la responsabilità per i fatti a lui addebitati tale circostanza non inficia in alcun modo il conseguente procedimento disciplinare.

10. Deve essere disattesa anche la seconda censura con la quale il ricorrente lamenta l'illegittimità del provvedimento gravato per eccesso di potere per erronea valutazione dei presupposti, illogicità e duplicità della sanzione.

11. Per costante giurisprudenza, nel procedimento disciplinare nei confronti dei pubblici dipendenti (ivi compreso il personale militare), l'amministrazione è titolare di un'ampia discrezionalità in ordine alla valutazione dei fatti addebitati al dipendente, circa il convincimento sulla gravità delle infrazioni addebitate e sulla conseguente sanzione da infliggere: ciò in considerazione degli interessi pubblici che devono essere - attraverso tale procedimento - tutelati. A ciò consegue che il provvedimento disciplinare sfugge ad un pieno sindacato giurisdizionale del giudice amministrativo, non potendo in nessun caso quest'ultimo sostituire le proprie valutazioni a quelle operate dall'amministrazione, salvo che le valutazioni di questa siano inficiate da travisamento dei fatti ovvero il convincimento non risulti formato sulla base di un processo logico inficiato da palese irrazionalità (cfr. Cons. Stato, IV, 8.1. 2013, n. 28; Cons. Stato, VI, 5.3.2013, n. 1313).

In particolare e per quanto di interesse ai fini della decisione, il vizio di eccesso di potere può essere ravvisato (ipotesi qui negata) nel caso in cui il provvedimento disciplinare appaia ictu oculi sproporzionato rispetto ai fatti accertati (cfr. Cons. Stato, IV, 7.1.2011, n. 25).

Sul piano motivazionale, i vincoli sopra richiamati si traducono in un obbligo di logicità e coerenza giustificativa della misura disciplinare rispetto ai fatti rilevanti e alle risultanze del procedimento istruttorio (cfr. Cons. Stato, IV, 24.2. 2011, n. 1203), obbligo di logicità e coerenza che non appare (si ribadisce) in alcun modo violato nel caso di specie.

11.1. L'amministrazione ha, infatti, correttamente irrogato una sanzione disciplinare più lieve (la sospensione dal servizio per la durata di sei mesi) per la condanna relativa alla violazione del T.U. sugli stupefacenti, mentre ha inflitto la destituzione per la condanna relativa al reato di corruzione con pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni.

11.2. Il fatto che le due condanne scaturiscano dal medesimo episodio non implica una duplicazione della sanzione disciplinare poiché la stessa condotta ha determinato l'integrazione da parte del ricorrente di una pluralità di reati di differente gravità che, una volta accertati in via definitiva dal giudice penale, hanno determinato l'irrogazione di sanzioni differenti.

12. Le pregresse considerazioni, la completezza dell'istruttoria eseguita dall'organo disciplinare sulle risultanze probatorie, nonché la gravità delle violazioni commesse dall'agente Infante, peraltro tutte integranti diverse fattispecie di reato, non consentono di considerare illogica né sproporzionata la decisione dell'amministrazione di irrogare la sanzione della destituzione poiché il ricorrente "si rendeva disponibile, dietro compenso, a fare da tramite per introdurre all'interno dell'Istituto penitenziario nel quale prestava servizio, sostanze stupefacenti e altri generi vietati da consegnare ad un detenuto. Consentiva, inoltre, a quest'ultimo di utilizzare il telefono necessario per accordi all'esterno con i familiari e il fornitore di stupefacenti".

12.1. Come evidenziato nel provvedimento gravato si tratta di "condotta che contrasta irreparabilmente con i doveri assunti con il giuramento e integra gli estremi della mancanza del senso dell'onore e del senso morale" poiché l'appartenente alla Polizia  penitenziaria "è tenuto ad un incessante impegno a rispettare le disposizioni dell'ordinamento penitenziario e del relativo regolamento di esecuzione nonché del regolamento del Corpo, indirizzati all'unico obiettivo di assicurare l'esecuzione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale, di garantire l'ordine all'interno degli istituti di prevenzione e di pena per tutelarne la sicurezza".

13. Deve, infine, essere disattesa anche la terza e ultima censura con la quale il ricorrente lamenta la violazione dell'art. 120 del D.P.R. n. 3 del 1957 per le motivazioni già esposte con riguardo al primo motivo di ricorso e dalle quali emerge l'assenza nella fattispecie esaminata di qualunque violazione dei termini per l'avvio e la conclusione del procedimento disciplinare.

14. Per tali ragioni il ricorso deve essere respinto.

15. Sussistono eccezionali motivi, in considerazione della vicenda trattata, per compensare integralmente tra le parti le spese di lite.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Settima), pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all'art. 52, comma 1 D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, per procedere all'oscuramento delle generalità degli altri dati identificativi di -OMISSIS- manda alla Segreteria di procedere all'annotazione di cui ai commi 1 e 2 della medesima disposizione, nei termini indicati.

Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 1 marzo 2016 con l'intervento dei magistrati:

Alessandro Pagano, Presidente

Marina Perrelli, Primo Referendario, Estensore

Diana Caminiti, Primo Referendario


Scritto da: Redazione
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