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Emergenza Carcere meeting a Bologna dei Commissari della Polizia Penitenziaria.


Polizia Penitenziaria - Emergenza Carcere meeting a Bologna dei Commissari della Polizia Penitenziaria.

Notizia del 14/12/2009

in L'Osservatorio

(Letto 1602 volte)

Scritto da: Giovanni Battista Durante

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Nei giorni 27 e 28 novembre si è svolto a Bologna il terzo meeting nazionale dei commissari della polizia penitenziaria.

 
Il 27 novembre si è tenuto un convegno dal tema EMERGENZA CARCERE: LA NECESSITA' DI RIPENSARE IL SISTEMA.
 
Il tema del convegno pone all'attenzione dell'amministrazione e, più in generale, del mondo politico, il ruolo guida che i commissari del Corpo di polizia penitenziaria si prefiggono di svolgere in futuro, nell'ambito dell'amministrazione penitenziaria e non solo.
 
Non può, infatti, sottacersi che questo evento ha segnato una svolta storica nell'ambito dell'amministrazione penitenziaria, dove non si era mai verificato che una parte del Corpo, una categoria, un ruolo, indicasse tra le sue aspirazioni principali quella di individuare delle soluzioni percorribili per migliorare un'organizzazione, un sistema, quello in cui sono inseriti e da cui dipendono, afflitta/ o da gravi problemi.
 
Neppure la stessa amministrazione penitenziaria, nella sua massima espressione, né, tanto meno, quei dirigenti che da anni sbandierano la loro appartenenza ad un ruolo guida che in realtà non hanno mai saputo interpretare appieno, se non per ottenere esclusivamente benefici economici e di carriera, hanno mai assunto iniziative così importanti e futuristiche.
 
Non possiamo che esprimere un grande plauso ai commissari della polizia penitenziaria, di cui mi onoro di far parte, per l'importante iniziativa.
 
Ora, è opportuno che l'amministrazione penitenziaria dia ai commissari gli strumenti operativi necessari, a cominciare dal riallineamento che, così come il Sappe ha evidenziato nel corso del convegno, deve tenere anche conto delle sperequazioni esistenti nei ruoli sovrintendenti e ispettori.
 
Al convegno sono intervenute importanti personalità del mondo accademico, culturale e sociale, nonché autorevoli esponenti del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, come il consigliere Riccardo Turrini Vita, direttore generale dell'esecuzione penale esterna e il Dott. Massimo De Pascalis, direttore generale del personale e della formazione.
 
Sono, altresì, intervenuti l'onorevole Luigi Vitali e il Senatore Filippo Berselli, presidente della commissione giustizia del Senato.
 
Sono personalmente intervenuto al meeting, sia come funzionario del Corpo, sia in rappresentanza del Sappe, su delega del segretario generale, impegnato in un'altra iniziativa.
 
Sono stati affrontati i vari aspetti che hanno determinato la crisi del sistema penitenziario e le possibili soluzioni.
 
Per quanto ci riguarda noi del Sappe abbiamo espresso alcune considerazioni che sintetizzo di seguito.
 
Per capire che siamo in una situazione di emergenza basta guardare i numeri.
 
A gennaio 2009 i detenuti erano 39.156, a novembre sono arrivati a 65.702.
 
L'organico della polizia penitenziaria a gennaio era di 39.156, a inizio novembre è arrivato a 38.604.
 
Quindi, mentre i detenuti sono aumentati di 6.642 unità in undici mesi, la polizia penitenziaria è diminuita di 552 unità nello stesso arco di tempo.
 
Il trend di crescita è di 670 detenuti ogni mese, con un incremento dell'11%.
 
Gli istituti sovraffollati sono 177 sui 205 esistenti.
 
Gli stranieri sono 24.326, quindi, il 37% come media nazionale, mentre al Nord la percentuale arriva anche a raddoppiare in alcune realtà.
 
Circa 5.000 detenuti stranieri sono nella condizione di poter essere espulsi, ma continuano a rimanere nelle carceri italiane.
 
Circa i due terzi dei detenuti sono in attesa di giudizio.
 
Al Nord, circa la metà sono in carcere per reati connessi all'uso e/o allo spaccio di sostanze stupefacenti.
 
Nel carcere di Ferrara addirittura i tre quinti sono detenuti per questo tipo di reati.
 
Negli ultimi 10 anni sono morti circa 1.500 detenuti, molti dei quali si sono suicidati.
 
Nello stesso periodo si sono suicidati circa 70 appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria.
 
Tanti altri chiedono il pensionamento anticipato per patologie causate dallo stress psico fisico.
 
Questi dati ci devono far riflettere ma, soprattutto, ci confermano che se siamo in una situazione di emergenza lo dobbiamo al fatto che nel corso degli ultimi anni i problemi del carcere sono stati trascurati da tutti i governi che si sono succeduti.
 
Spesso si pensa di risolvere i problemi della sicurezza solo attraverso l'uso del carcere.
 
Si invoca la certezza della pena per dire che coloro che vengono condannati ad una pena detentiva devono scontare l'intero periodo in carcere, confondendo la certezza della pena con la rigidità della stessa.
 
Noi viviamo in un sistema caratterizzato dal principio della flessibilità della pena.
 
Lo ha detto chiaramente la Corte costituzionale con una ormai famosa sentenza del 1974, quando, pronunciandosi sulla legittimità costituzionale della previsione dell'ergastolo nel nostro ordinamento, ha statuito che tale previsione era ed è legittima, proprio in virtù del fatto che il nostro ordinamento, attraverso il principio della flessibilità della pena, ed a ciò si giunge attraverso l'interpretazione del combinato disposto dei commi 1 e 3 dell'articolo 27 della Costituzione, consente anche al condannato all'ergastolo di poter uscire, a certe condizioni, dopo aver espiato 26 anni di reclusione (si veda l'istituto della liberazione condizione).
 
Quindi, se nel nostro ordinamento vige ancora l'ergastolo e possiamo tenere in carcere a vita gente come Totò Riina ed altri della sua specie, ciò è dovuto proprio al fatto che esiste il principio di flessibilità della pena.
 
Cosa deve intendersi, allora, per certezza della pena, posto che nel nostro ordinamento vige il principio di flessibilità?
Oggi, in Italia, solo l'uno per cento di coloro che commettono dei reati vengono assicurati alla giustizia, nel senso che vengono individuati, arrestati e condannati.
 
Qualche volta, anche se condannati, non riusciamo neanche a fargli scontare la pena, come è avvenuto nel caso di Cesare Battisti.
 
E' questo che rende insicuri i cittadini e inefficiente l'intero sistema della sicurezza, le cui agenzie non riescono a garantire appieno il controllo dei fenomeni criminali, per ragioni che non possiamo indagare in questa sede.
 
E' questo che rende, invece, più sicuri i criminali che delinquono con la consapevolezza di restare impuniti nel novantanove per cento dei casi.
 
Bisogna dire, egoisticamente, che l'inefficienza del sistema aiuta non poco il carcere, perché se il numero dei condannati passasse dall'uno al due per cento avremmo una popolazione carceraria di oltre 130.000 detenuti.
 
Quindi, la sicurezza dei cittadini non si può garantire attraverso la rigidità della pena, così come intesa dai più, ma attraverso la certezza della pena, intesa come capacità dello Stato di assicurare alla giustizia un numero sempre maggiore di persone che delinquono, così come la sicurezza dei cittadini non si può garantire limitando le misure alternative alla detenzione, perché è statisticamente dimostrato che il settanta per cento di coloro che passano attraverso le misure alternative non delinquono più, mentre per coloro che hanno un impatto immediato con la società esterna, senza passare attraverso il filtro delle misure alternative, la percentuale si inverte: il settanta per cento torna a delinquere.
 
Quindi, va bene costruire più istituti di pena, ma bisogna soprattutto ripensare l'intero sistema, prendendo magari ad esempio quello tedesco, dove il settanta per cento dei detenuti lavora e non esiste la giurisdizionalizzazione dell'esecuzione penale, poiché è il direttore, proveniente dalla carriera dei magistrati, insieme all'equipe di osservazione, che decide chi può essere ammesso ai benefici previsti dalla legge.
 
Bisognerebbe proporre come misura alternativa il lavoro sostitutivo, nel senso che coloro che sono condannati a pene detentive brevi, due o tre anni, anziché restare in carcere possano scegliere di svolgere un lavoro socialmente utile presso enti o comunità, con una retribuzione non superiore al quaranta o cinquanta per cento di quella sindacale, in modo da risarcire le vittime del reato e lo Stato per il danno arrecato.
 
In Germania i detenuti percepiscono poco più di un euro e cinquanta centesimi all'ora, perché il lavoro penitenziario rende molto di meno di quello svolto all'esterno.

Scritto da: Giovanni Battista Durante
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