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Ernesto Mari, Angiolo Bigazzi, Filippo Del Papa gettati in una foiba il 24 maggio 1945


Polizia Penitenziaria - Ernesto Mari, Angiolo Bigazzi, Filippo Del Papa gettati in una foiba il 24 maggio 1945

Notizia del 24/05/2015

in Memoria del Corpo

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Scritto da: Redazione

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ERNESTO MARI

Comandante delle Carceri Giudiziarie del “Coroneo” di Trieste, nato a L’Aquila il 10 ottobre del 1900.

Nel maggio del 1945 alcuni evasi del penitenziario, favoriti dai disordini che regnavano all’epoca a Trieste, riuscirono ad impadronirsi dell’istituto, esautorando gli agenti e prendendo il loro posto.

Nel tentativo di arginare i soprusi, si mise in contatto con le autorità del luogo ma venne catturato dai reclusi ed incarcerato a sua volta presso il Carcere dei “Gesuiti” dove fu sottoposto ad estenuanti sevizie e violenze.

La mattina del 24 maggio 1945, fu prelevato dai suoi aguzzini insieme ad altri e barbaramente trucidato e inumato nella foiba "Plutone" dalla quale verrà estratto solo nel 1947.

Il 5 marzo del 1950, il Ministero della Difesa ha concesso ad Ernesto Mari la Croce al Merito di Guerra alla Memoria.

A Ernesto Mari è intitolata la Caserma Agenti del Reparto di Polizia Penitenziaria di Trieste.

Rocco D’Amato  

da ilpiccolo.it -

«Era un uomo preciso, metodico, severo. Lo ricordo mentre sistemava il suo stipo e lucidava la sciabola». Ricordi lontani quelli di Mario Mari, oggi ottantunenne. E ricordi dolorosi: era appena undicenne quando il 12 maggio 1945 suo padre, il maresciallo Ernesto Mari comandante del Coroneo, si recò al carcere dei Gesuiti, a fianco della chiesa di Santa Maria Maggiore, da dove uscì solo per essere torturato a Villa Segrè e per venire infoibato nell’abisso Plutone nella notte tra il 23 e il 24 di quel tragico maggio squassato dal terrore titino.

A settembre, come confermano ufficiosamente da Roma, il carcere del Coroneo sarà intitolato alla memoria di Ernesto Mari, dopo che già gli era stata dedicata nell’ottobre di quindici anni fa la caserma della Polizia penitenziaria.

Ricostruiamo, con l’ausilio della documentazione procurata dal figlio Mario e dalla nipote Ornella, cosa accadde al maresciallo Mari nella primavera di 72 anni fa. La vicenda ebbe inizio il primo maggio 1945, quando i partigiani jugoslavi occuparono il Coroneo e si sostituirono agli agenti di custodia in servizio, che rimasero senza lavoro. 

Senza lavoro e, nel caso della famiglia Mari, senza casa, perché il maresciallo e i suoi congiunti, che abitavano in un edificio adiacente al penitenziario, vennero sfrattati e costretti ad arrangiarsi nell’appartamento del collega Aldo Lo Gatto in via Gatteri 9.

Mari, secondo le testimonianze, non si rassegnava a questa situazione e sovente protestò con gli occupanti. Lui e altri colleghi si presentarono alla firma dei registri, tenuti nel carcere dei Gesuiti, ma vennero arrestati. Mari fece in tempo a consegnare alcuni effetti personali al figlioAlfredo, che sarebbe poi divenuto esponente prima del Msi e successivamente di An.

Il maresciallo Mari fu sottoposto a procedura di epurazione e torturato a più riprese poi tra il 23 e il 24 maggio - come abbiamo ricordato - fu portato in camion tra Basovizza e Gropada ed eliminato nella foiba Plutone. Gli autocarri erano due: quello di Mari, Bigazzi, Del Papa arrivò malauguratamente a destinazione. L’altro ebbe un guasto e i candidati all’esecuzione riuscirono a sfuggire alla morte.

I familiari dei tre scomparsi per un paio di anni vennero tenuti nell’illusione che i loro cari erano stati avviati nei campi di lavoro in Jugoslavia, quindi restava una vaga speranza di poterli rivedere. Ma le condizioni in cui poterono rivederli non furono certamente quelle auspicate: a due anni dalla scomparsa, nel maggio 1947 19 salme vennero estratte dall’abisso Plutone. Tra queste i cadaveri di Mari, Bigazzi, Del Papa.

Fu il figlio primogenito Alfredo, l’ultimo familiare che lo aveva visto ancora vivo, a provvedere - su indicazione dell’ispettore della Polizia civile Umberto De Giorgi - a un non facile identificazione, perché il povero maresciallo venne ritrovato senza la testa e senza un braccio. In una tasca Alfredo trovò la saponetta e lo spazzolino da denti, che il padre aveva con sè, e nella fodera della giacca l’etichetta del sarto di Tortona che aveva confezionato l’abito: lungo queste tracce si giunse al riconoscimento della salma.

Dietro all’assassinio di Mari e dei suoi colleghi due famigerate figure di quelle tristi giornate, Ottorino Zoll e Giovanni Steffè, che vennero poi eliminati dai loro stessi compagni. A istigarli fu anche la delazione di alcuni colleghi degli agenti di custodia, sulla base di informazioni rivelatesi assolutamente infondate. Tra le carte conservate dai Mari una lettera di Maria Pasquinelli, la giovane maestra che a Pola uccise il generale Robert de Winton nel giorno della firma del Trattato di Parigi (10 febbraio 1947), missiva datata 8 maggio 1947, che ricordava la benefica attività svolta dal maresciallo al Coroneo nei difficili rapporti con le autorità tedesche.

Il 5 marzo il ministero della Difesa concesse a Ernesto Mari la croce al merito di guerra alla memoria. Il maresciallo era nato all’Aquila nel 1900 e, arruolato nel marzo 1918, aveva fatto in tempo a vivere gli ultimi mesi della Grande Guerra. Era entrato nel corpo degli agenti di custodia nel luglio 1919 e aveva operato in numerose carceri: Civitavecchia (nacquero i figli Alfredo e Antonino), Regina Coeli a Roma (venne alla luce il terzogenito Mario), San Vittore a Milano, Sondrio, Tortona. Infine Trieste: aveva insistito lui per il trasferimento.

 

 

ANGIOLO BIGAZZI

Brigadiere del Corpo degli Agenti di Custodia, nato a Volterra (PI) l’1 luglio 1902, in servizio alle Carceri Giudiziarie del “Coroneo” di Trieste.

Nel maggio del 1945 alcuni evasi del penitenziario, favoriti dai disordini che regnavano all’epoca a Trieste, riuscirono ad impadronirsi dell’istituto, esautorando gli agenti e prendendo il loro posto.

La mattina del 24 maggio 1945, fu prelevato dai suoi aguzzini insieme ad altri e barbaramente trucidato e inumato nella foiba "Plutone" dalla quale verrà estratto solo nel 1947.

Nel 1958, il Ministero della Difesa ha concesso ad Angelo Bigazzii la Croce al Merito di Guerra alla Memoria.

 

 

FILIPPO DEL PAPA

Agente di Custodia, nato a Agnone (CB) il 26 maggio 1904, in servizio alle Carceri Giudiziarie del “Coroneo” di Trieste.

Nel maggio del 1945 alcuni evasi del penitenziario, favoriti dai disordini che regnavano all’epoca a Trieste, riuscirono ad impadronirsi dell’istituto, esautorando gli agenti e prendendo il loro posto.

Nella notte del 23 maggio 1945, un camion con 19 prigionieri, tra cui Mari, il Brigadiere Angiolo Bigazzi e l’Agente Filippo Del Papa, partì alla volta di Basovizza a 15 chilometri da Trieste. Qui vennero barbaramente trucidati e inumati nella foiba "Plutone" dalla quale verranno estratto solo nel maggio del 1947.

All'Agente Filippo Del Papa è stato ititolato il Carcere di Vicenza il 26 luglio 2016.

 

 

Ernesto Mari - Rivista "L'Agente di Custodia"

 

Foibe, il martirio degli Agenti di Custodia

 

“Contro Operazione Foibe” di Giorgio Rustia

 

Il Mari ed il Bigazzi persero la vita in un modo così orribile perché due loro sottoposti, tali Giuseppe Rovello e Paolo Lopolito, pensarono bene che l’arrivo delle bande con la stella rossa avesse creato l’occasione propizia affinché essi potessero prendere il posto dei loro superiori. Tutto il retroscena dell’assassinio del Mari e del Bigazzi è ricostruibile dalle deposizioni rilasciate all’Autorità inquirente del GMA di Trieste, dai collaboratori di questi due sventurati galantuomini, nell’ambito dell’inchiesta per gli infoibamenti dell’abisso Plutone. Il 1° giugno 1947, il sergente di 2.a classe della P.C. Giulio Vizzoccaro fu Rocco ed il caporale della P.C. Nunzio Feritoia fu Vincenzo, dichiararono:

“Uno dei primi giorni di maggio 1945, verso le 10 del mattino, ci trovavamo all’ingresso delle carceri del Coroneo, quando vedemmo arrivare l’agente Giuseppe Rovello, vestito in abito borghese, armato col mitra e col berretto fregiato di stella rossa, il quale si autoproclamava Comandante del carcere del Coroneo. Infatti entrò in carcere e prese piena attività. Nei giorni seguenti, mentre eravamo al carcere dei Gesuiti, incontrammo di nuovo il Rovello che ci informò di molte denunce a carico del Mari in cui lo si accusava di essersi appropriato di denaro appartenente a deportati in Germania. Fu allora che io, alla presenza del Feritoia, smentii questa falsa accusa perché in qualità di agente addetto a tali arresti, sapevo che il Comandante Mari era nell’impossibilità di aver fatto questo, dato che il denaro dei detenuti veniva subito versato alla Cassa Centrale. Le somme di fondi dei reclusi erano accuratamente elencate su di un apposito modulo n° 76 che tuttora si conserva all’Ufficio Ragioneria. Assieme al Feritoia ci recammo al Comando slavo di Roiano e ad altri Comandi slavi per smentire l’accusa espressa dal Rovello a carico del Mari circa il denaro di cui sopra, ma ci risposero che non era loro compito ma che lo stesso avrebbero preso nota al fine di far risultare la verità. Precisiamo che nelle visite fatte a tali comandi trovammo quasi tutto il personale ex detenuto da noi conosciuto, e che nessuno di essi profferì parole contro il Comandante, anzi tutti lo ricordavano come un benefattore durante il periodo della loro detenzione’’. “Io, Feritoia Nunzio, aggiungo di aver avuto colloqui con l’agente Lopolito, il quale aveva presentato denuncia contro il Mari e l’ho invitato a riflettere con coscienza su quanto aveva fatto e ritirare detta denuncia, ma il Lopolito mi rispose con queste testuali parole: Io ritirerei volentieri la denuncia, ma non posso farlo per la insistenza del Rovello’’

 Ancora il 1° giugno 1947, nell’ambito della stessa inchiesta, il sergente della P.C., Aldo Lo Gatto, depose quanto segue:

“nel maggio 1ricordo il giorno preciso, venne a casa mia, in via Gatteri n. 9, dove era ospitato il Comandante Mari con la sua famiglia, l’agente delle Carceri Lopolito Paolo con due ex detenuti di nome, uno D’Argenzio, attualmente detenuto nelle carceri dei Gesuiti, e l’altro, di cui non ricordo il nome, per arrestare il Comandante delle Carceri Mari Ernesto. Appena entrati in casa, il D’Argenzio in borghese e l’altro vestito da partigiano, mi domandarono dove stava il Mari. A questa domanda dissi cosa volevano, e mi risposero che dovevano arrestarlo. Domandai cosa avesse fatto per arrestarlo, il Lopolito mi rispose che lo aveva mandato in Germania. Allora gli feci capire che la causa di questo non era colpa del Comandante, ma bensì la sua avendo avuto una condotta poco pulita in servizio, e per questo non si doveva rovinare un padre di famiglia. Il Lopolito e gli altri si convinsero, ed il Lopolito mi disse che lui non lo avrebbe più fatto ricercare, però doveva nascondersi in qualche altro luogo perché era ricercato dagli altri, e sapevano che lui abitava lì’’

Illuminante è pure la testimonianza dell’agente Antonio D’Agostino, rilasciata all’Autorità Inquirente il 2 giugno 1947.

“Quando fu arrestato il Comandante Mari, l’agente Rovello che si trovava ai Gesuiti mentre io andai per firmare l’atto di presenza, cercò d’impormi, alla presenza della Guardia del Popolo, di agire contro il Comandante Mari, dicendo che era responsabile lui di avermi fatto arrestare. Mi rifiutai energicamente perché di nulla di ciò ne era responsabile il Comandante’’.

Tanto per chiarire la figura del maresciallo Ernesto Mari, è necessario precisare che egli, come Comandante degli agenti di custodia del carcere del Coroneo, non aveva alcun potere sul braccio dei detenuti politici, che era gestito da un sottufficiale delle SS. Tuttavia il maresciallo Mari, pur avendo responsabilità solo sui detenuti comuni, si era sempre prodigato, rischiando non poco ed in prima persona, per aiutare gli sventurati catturati per motivi politici.

“Posso confermare che durante l’epoca della mia detenzione nelle carceri del Coroneo in Trieste (febbraio 1944, ottobre 1944, gennaio e febbrario 1945), il comportamento del sig. Mari Ernesto nei riguardi miei e di altri detenuti politici è stato corretto’’.

Questa è la deposizione dell’avvocato Toncich, della minoranza slovena, che fu difensore di fiducia degli imputati di infoibamento per le uccisioni del Pozzo di Gropada e dei tre militi ferroviari Cima, Mauri e Manzin, e che, pur nella sua asetticità, non può che confermare il fatto che il maresciallo Mari si era sempre comportato da galantuomo.

Meno autocensurate sono le dichiarazioni della signora Giustina Premrù in Bertossi: “... la sottoscritta dichiara che ad opera del Comandante Mari Ernesto mi fu possibile vedere mio marito Pecchiar Mario per l’ultima volta, quando, prelevato dalle SS, fu trasferito al Coroneo alla vigilia del trasporto in un campo di concentramento dove la morte lo colse. Devo a quest’uomo tutta la riconoscenza che, rischiando la vita, fece per me il più alto gesto ispirato dalla umana coscienza’’;

e dei primari dei reparti chirurgia e psichiatria dell’Ospedale di Trieste:

“... i sottoscritti che furono detenuti politici nelle carceri del Coroneo di Trieste, durante il periodo nazifascista, possono testimoniare, ognuno nella porzione di tempo della loro detenzione, che il Comandante degli agenti addetti al carcere, Mari Ernesto, ha sempre usato loro generosità e bontà, e che il suo comportamento nei riguardi loro, come pure nei confronti di tutti i detenuti politici e non politici, sia sempre stato esemplare per rettitudine e comprensione’’.

Il 12 maggio però, il maresciallo Mari fu arrestato, proprio all’ufficio matricola del carcere dei Gesuiti, dove si era recato per incontrarsi con i nuovi responsabili delle carceri e tentare di ottenere la riassunzione in servizio per i suoi uomini che erano rimasti tutti, tranne personaggi come il Rovello ed il Lopolito, senza alcun mezzo di sussistenza. Cosa era accaduto? La famiglia Mari lo seppe solo due anni dopo, quando dalle profondità dell’abisso Plutone furono riesumati i poveri resti del capofamiglia. Si presentò a casa loro, tutta disperata, la signora Luigia Cacciagiù vedova Tafuro, moglie di un agente carcerario deportato e deceduto in Germania, che in lacrime raccontò di come il Rovello, nel periodo di occupazione titina, la avesse ripetutamente minacciata di pesanti conseguenze se non avesse denunciato il maresciallo Mari quale responsabile della deportazione e della morte di suo marito. La signora si rifiutò sempre, finché un giorno il Rovello le fece vedere una denuncia già preparata in cui lei affermava che il maresciallo Mari la aveva minacciata di mandarla in Germania. Credendo che l’accusa di averla minacciata d’internamento in Germania fosse una cosa non grave, visto che non si era realizzata, e per evitare le oscure minacce che il Rovello le ripeteva continuamente, la donna aveva firmato il documento, cagionando involontariamente l’arresto di un galantuomo e la sua tragica fine. Venuta a conoscenza della macchinazione ordita dai due, la signora Anna Mari si mise in contatto con i collaboratori di suo marito e da loro venne a sapere ogni dettaglio di essa.

Con le testimonianze già raccolte subito dopo l’arresto del marito, testimonianze di detenuti politici e non, dalle quali era risultata inequivocabilmente l’alta figura morale e la bontà d’animo del maresciallo Mari, la signora presentò una denuncia contro il Rovello ed il Lopolito che finirono sotto processo non per aver denunciato una spia dei tedeschi, ma per aver cagionato l’ingiusto arresto di un galantuomo, fedele servitore dello Stato. Essi in questo processo furono prosciolti soprattutto perché venne a mancare all’accusa la testimonianza della vedova Tafuro che, interrogata dal Giudice Istruttore, dapprima confermò tutte le accuse contro il Rovello ma poi, quattro giorni dopo, si ripresentò spontaneamente dall’Inquirente e ritrattò tutte le sue affermazioni. Cosa era accaduto in quei quattro giorni?

Tuttavia c’è una prova sicura della nobiltà d’animo, dell’indole generosa e della profonda umanità del maresciallo Ernesto Mari che rende assolutamente incredibile ed inverosimile una sua attività di delatore a favore del nazismo germanico. Infatti, nel suo “1944. Cronaca di una tortura’’, Francesco Alzetta, a pagina 30, scrive:

“Dopo il suo arresto (cioè dopo l’arresto del suo amico e collaboratore Bruno Bellelli, successivamente ucciso dai nazisti ad Auschwitz nda) ebbi modo d’avere rapporti con lui tramite l’amicizia di mia suocera dapprima con la moglie del brigadiere carcerario Musolesi; in seguito poi con il comandante delle guardie, il maresciallo Mari, al quale, sempre tramite mia suocera, inviavo modesti doni assieme a cose utili per Bruno. Poco tempo dopo dovetti conoscerli anch’io e dovrei dirne tutto il bene: al brigadiere devo molto più che la mia riconoscenza’’.

L’onesto riconoscimento del prodigarsi del maresciallo Mari e dei suoi sottoposti per alleviare le sofferenze dei detenuti, è particolarmente importante perché proviene da un’opera scritta da un uomo di sinistra non certo accusabile di simpatie per le istituzioni dello Stato Italiano (L’Alzetta infatti a pagina 15 definisce i Carabinieri come “i militari di quell’arma che godevano fra i contadini la fama di fucilatori dei nostri soldati’’), e che mai si schierò su posizioni antislave (a pagina 31 egli definisce i suoi compagni del Partito d’Azione “quasi tutti degli ottusi antislavi’’).

Tornando all’assassinio del maresciallo Mari, si deve anche dire che il vero responsabile, italiano nato a Rovereto, comunista, già dal ’44 iscritto al Partito Comunista sloveno, fu Nerino Gobbo-Gino. Quale compenso per gli infoibamenti e per la sua fedeltà al comunismo titoista, la Jugoslavia lo nominò deputato al Sabor sloveno e presidente dell’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume. Condannato a Trieste a 24 anni di galera per gli infoibamenti della Plutone, non scontò neppure un giorno di carcere, perché scappò prima del processo, e per i suoi meriti resistenziali (era uno di quelli che combatterono affinché il confine tra Italia e Jugoslavia fosse segnato dal Tagliamento) negli anni settanta la Repubblica italiana nata dalla Resistenza gli concesse la grazia, una pensione e trenta milioni di arretrati. Come si può vedere, Nerino Gobbo rappresenta un altro dei classici casi che smentiscono la persecuzione nei confronti dei combattenti comunisti, denunciata dal signor Sandi Volk. 

 


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