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Finita era dei buoni pasto spesi al supermercato? Con la tracciatura elettronica controlli più efficaci


Polizia Penitenziaria - Finita era dei buoni pasto spesi al supermercato? Con la tracciatura elettronica controlli più efficaci

Notizia del 21/08/2015

in Houston abbiamo un problema

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Scritto da: Redazione

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Al ritorno dalle vacanze, arriva la sorpresa. I ticket restaurant elettronici potranno essere controllati più facilmente e impediranno l'uso in modo cumulativo per fare la spesa. Dovranno essere consumati uno alla volta (?).

Finisce l’era dei buoni pasto utilizzati al supermercato per fare la spesa in modo cumulativo e contestuale: con l'incentivo fiscale ai ticket elettronici, entrato in vigore all’inizio di luglio, sarà più facile controllare la spesa e tracciarla. In questo modo, il lavoratore non potrà più accumulare, durante la settimana i buoni per poi spenderli tutti in una volta, ma sarà costretto a usarne non più di uno al giorno, e comunque solo nei giorni lavorativi (o festivi per chi è di turno).

L'incentivo ai buoni elettronici
La legge di Stabilità per il 2015 ha modificato il Testo unico sulle imposte sui redditi del 1986 e introdotto - a partire dal 1° luglio - un nuovo livello di esenzione dalla tassazione: per il buono pasto elettronico è stato portato a 7 euro, dagli attuali 5,29 euro, cifra rimasta in vigore per i buoni cartacei. L'esenzione dalla tassazione si giustifica con il fatto che - come determina lo stesso Testo unico - "Non concorrono a formare il reddito […] le somministrazioni di vitto da parte del datore di lavoro, nonché quelle in mense organizzate direttamente dal datore di lavoro o gestite da terzi". Il buono pasto sostituisce la mensa vera e propria (alleggerendo il datore di lavoro dalle spese necessarie a mantenerla) e non costituisce dunque un reddito, pertanto non va tassato.

Con la novità dell'aumento dell'esenzione, lo scopo del legislatore è allineare il valore alla media europea (era fermo alle vecchie 10mila lire), ma anche di orientare il mercato dei ticket restaurant - che per l'Anseb, Associazione delle società emettitrici, vale 3 miliardi di euro all'anno - verso le carte elettroniche: ad oggi pesano solo per il 15% del totale e sono accettati in nemmeno un quarto degli esercizi convenzionati, ma sono destinate a crescere.

Con la tracciabilità, stop al cumulo
Vista l'esenzione fiscale e contributiva, è plausibile che anche le aziende si orientino sempre più verso la forma elettronica, magari per far valere di più il peso del buono nella contrattazione interna. E qui scatta il risvolto che sta mandando in allarme molti consumatori, che specialmente in un periodo di crisi hanno utilizzato i buoni come vero e proprio supporto al reddito, per pagare la spesa al supermercato (il 70% dei ticket viene staccato nella grande distribuzione, solo una minima parte in bar e ristoranti). Come avviene per contanti e bancomat, anche in questo caso la digitalizzazione porta con sé la tracciabilità.

Prenderà così corpo quanto in realtà vale da sempre, ed è stampato sui buoni che molti hanno in tasca: "Non sono cedibili, commercializzabili, cumulabili o convertibili in denaro". Stop dunque al cumulo di più ticket alla cassa del supermercato, dove comunque si potrà ancora fare la spesa alimentare ma al momento del pagamento si potrà usare un solo ticket (massimo 7 euro), saldando l'eventuale maggior costo degli acquisti in contanti. Resta poi da affrontare la compiacenza della catena di distribuzione nell'accettarne uno per volta o più insieme. L'onere del controllo dovrebbe restare in capo al datore di lavoro, informato dall'azienda di emissione dei ticket dei movimenti registrati; qualora si rilevassero utilizzi impropri, potrebbe considerarsi reddito l'importo pagato in ticket, con la conseguenza di applicarvi le necessarie trattenute fiscali e via dicendo.

Le polemiche sui costi
Ancora l'Anseb stima che oltre il 40% dei lavoratori che pranzano fuori casa usufruiscono del buono pasto per pagare: le statistiche parlano di 2,5 milioni di lavoratori circa, suddivisi tra settore privato (1,6 milioni) e pubblico (900.000). Gli esercizi che li accettano sono circa 120mila e non hanno mancato di sottolineare recentemente i costi "insostenibili" dei ticket, sebbene la loro versione elettronica permetta di ridurre (da 120 a 40) i giorni necessari all'incasso.

La Fipe, la Federazione dei pubblici esercizi, ha denunciato "un morso da 500 milioni all'anno": a tanto ammonta lo sconto tra il valore facciale dei buoni e quello riconosciuto dai committenti (pubblici e privati), "coperto sacrificando i margini degli esercenti fino ad azzerarli", come ha sottolineato Aldo Cursao della Fipe. Il dito si è puntato anche contro la Consip, che ha aggiudicato una gara da 1 miliardo di valore spuntando uno sconto del 20%: in circolazione ci saranno buoni pasto che valgono un miliardo di euro ma sono stati pagati circa 800 milioni dalla Pa. Il risultato, denunciano gli esercenti, è che la differenza si ribalterà sulle commissioni, che arrivano in Italia al 18% contro il 3% della Francia. A questo, si aggiunge il conto legato alla necessità di installare i Pos (ne servono cinque o sei, visto che ogni ticket ha il suo circuito e il Pos unico resta un miraggio) con i suoi canoni.

Alla fine a pagare il conto rischiano di essere i consumatori che traevano dai buoni pasto un sollievo al proprio bilancio familiare utilizzandoli (contro la legge, ma con la compiacenza dei supermercati, se cumulati) come valuta per fare la spesa. Una soluzione potrebbe essere quella di limitare il peso delle commissioni e allo stesso tempo liberalizzare l'uso dei buoni pasto, in modo che il consumatore possa scegliere se acquistare il pasto sostitutivo alla mensa in un locale pubblico, oppure prepararselo da sé a casa acquistando gli ingredienti al supermercato. La "schiscetta" sta tornando di moda, come insegna l'attenzione che le grandi case di moda e design stanno dando al vecchio porta vivande.

di Raffaele Ricciardi - repubblica.it

 


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n. 3


Per rendere più chiara la mia disamina, intendo precisare, che siamo in questa situazione, a causa della poca onestà di esercenti ed emettitori di "buoni pasto" non certo per colpa di chi li utilizza.
Infatti:
Le valute complementari sono strumenti di commutazione con cui è possibile scambiare beni e servizi affiancando il denaro ufficiale (rispetto al quale sono complementari).
Solitamente le valute complementari non hanno corso legale e sono accettate su base volontaria, ciò contribuisce al loro aspetto identitario, cioè al loro identificare la comunità all'interno della quale sono usate alla stregua dei vantaggi di una tessera associativa.
Un sistema di valuta complementare è infatti accettato e utilizzato all’interno di un gruppo, di una rete, di una comunità per facilitare e favorire lo scambio di merci, la circolazione di beni e servizi all’interno di quella rete sociale, rispetto al resto della comunità.
Per comprendere le ragioni che danno vita a un sistema di valuta complementare, è utile rifarsi al significato antico del denaro:
« Il denaro è un accordo all’interno di una comunità che accetta di utilizzare "qualcosa" come bene di scambio riconosciuto. »
Le valute complementari si collocano come “sistemi di accordo” all’interno di una comunità e vengono utilizzate proprio a questi fini. Esse promuovono la pianificazione a lungo termine, stimolando i partecipanti al circuito a investire in attività produttive connesse, piuttosto che nell’accumulo di denaro e incoraggiano gli scambi e la cooperazione con la propria rete di aderenze, attraverso la circolazione del bene di scambio a cui, solitamente, viene attribuito un valore etico e ideale.
Il buono pasto è un sistema di pagamento, punto!
Dovrebbe essere usato solo per consumare un pasto appunto , una sola volta e basta, poi l'esercente dovrebbe cambiarlo in banca e poi questa lo dovrebbe riportare all'azienda che l'ha emesso e quest’ultima distruggerlo.
Perché?
Perché l'azienda che l'ha emesso e poi venduto l'ha fatto pagando l’IVA di favore del 4% , se il buono quindi non viene distrutto ma continua a circolare ad infinitum quell'IVA ridotta si espande indirettamente a tanti altri soggetti economici, mentre nell'intenzione del legislatore quell'IVA scontata serviva solo a stimolare il consumo presso gli esercizi convenzionati.
Insomma se invece di fare ciò il bar/ristorante/etc usa di nuovo il buono pasto per spenderlo lui stesso allora il buono diventa in quel caso lì una moneta a tutti gli effetti cioè trasferibile al portatore , in teoria all'infinito……
Come dicevo, una Nazione di truffatori seriali.

Di  PASQUINO  (inviato il 24/08/2015 @ 12:36:28)


n. 2


Il divieto di cumulo esiste da sempre, anche per i buoni catacei.
Il sistema del commercio, in particolare gli operatori che emettono tali buoni pasto, hanno da sempre "pro bono pacis" accettato che gli esercenti li accettassero per la spesa in luogo del danaro corrente.
In effeti, non agevolare tale circostanza, non è logico ne utile.
Se proprio si vuole obbligare il lavoratore a consumare il proprio pasto presso esercizi specifici, l'obbligo può avere ragione di esistere solo in presenza della così detta "mensa di servizio".
Anche il divieto della cessione è una forzatura che stride con la logica, se devo acquistare dei beni alimentari, non posso essere obbligato a recarmi ogni giorno e personalmente presso un esercente.
La vera cosa che dovrebbero vietare, infatti, è concedere a privati di "emettere" moneta, sia in forma cartacea, sia in forma elettronica...
Ma questo non sembra preoccupare nessuno, anche se in palese contrasto con le norme dello Stato in materia di circolazione della valuta corrente.
Siamo tornati in pratica ai tempi dei "mini assegni" emessi dalle banche.
In poche parole, una nazione di truffatori legalizzati.

Di  PASQUINO  (inviato il 24/08/2015 @ 10:06:44)


n. 1


Spero che stavolta i sindacati (TUTTI), non se ne stiano con le mani in mano.
Già facevo fatica ad arrivare a fine mese, con questa notizia non solo inizio male la giornata, ma soprattutto dovrò rivedere il mio bilancio familiare ridotto alla fame da questa politica meschina e falsamente costruttiva.
Ma dico sempre, SEMPRE leggi nuove per metterla nel sedere ai lavoratori?
Immagino già alcune dinamiche: vai al bar per un panino ed una bibita prima di recarti in servizio? (Io che frequento i bar?....ma manco me lo sogno!!! Oppure ti prepari il solito pranzo a casa?
Per la prima opzione dubito che possa reggere a lungo. Avrebbe effetti devastanti per la salute (colon e fegato in primis). A conti fatti il buono pasto veniva anticipato dal lavoratore, perchè per la preparazione del pranzo o della cena andavi al supermercato a fare la spesa per la settimana, annessi gli ingredienti che si consumano per il pasto sostitutivo.
Immaginate di dovere andare al supermercato, prendere l'auto, parcheggiare, fare la fila, pagare per cosa?....per spendere in giornata 7 Euro altrimenti non più spendibili?
Non se ne può più! Siamo gestiti da gente che non oso definire
Sono così nervoso che mi tremano le mani mentre scrivo.
Spero ci sia una vera presa di coscienza da parte dei due e passa milioni di lavoratori


Di  Angela  (inviato il 21/08/2015 @ 11:06:45)




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