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Francesco Di Cataldo: in memoria del Maresciallo Maggiore degli Agenti di Custodia ucciso dalle BR a Milano il 20 aprile 1978


Polizia Penitenziaria - Francesco Di Cataldo: in memoria del Maresciallo Maggiore degli Agenti di Custodia ucciso dalle BR a Milano il 20 aprile 1978

Notizia del 20/04/2015

in Memoria del Corpo

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Scritto da: Redazione

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Maresciallo Maggiore del Corpo degli Agenti di Custodia, nato a Barletta (BA) il 20 settembre 1926, in servizio come Vice Comandante presso la Casa Circondariale di Milano "San Vittore", venne ucciso la mattina del 20 aprile 1978, lasciando la moglie Maria Violante e due figli, Alberto di 19 e Paola di 16 anni.

Francesco Di Cataldo Francesco Di Cataldo
Francesco Di Cataldo Francesco Di Cataldo
Francesco Di Cataldo Francesco Di Cataldo
Francesco Di Cataldo Francesco Di Cataldo
Francesco Di Cataldo Francesco Di Cataldo
Francesco Di Cataldo Francesco Di Cataldo

L'AGGUATO E L'OMICIDIO DI FRANCESCO DI CATALDO

Il 20 aprile 1978, il Vice Comandante del carcere milanese, uscì alle 7:15 dalla propria abitazione in Via Ponte Nuovo 48 a Lambrate e si diresse a prendere l’autobus per recarsi in servizio come ogni mattina. Venne affrontato da due sconosciuti che gli esplosero sette colpi d'arma da fuoco uccidendolo all'istante. Il Marescialo stava attraversando l'icrocio tra via Ponte Nuovo e via Cairoli alla periferia della città, nei pressi di Crescenzago. Due brigatisti lo attendevano a volto scoperto in strada e gli hanno sparato alle spalle sette colpi calibro 7,65, due alla testa e quattro nella schiena e uno al braccio sinistro. Altri due brigatisti attendevano in una Fiat 128 verde con il motore acceso e gli sportelli aperti.

L'agguato venne rivendicato dalle Brigate Rosse la stessa mattina alle 7:40 con una telefonata alla redazione milanese dell'ANSA: "Sono uno delle Brigate Rosse. Voglio informarvi che abbiamo giustiziato il maresciallo Francesco De Cataldo in forza al carcere di San Vittore come torturatore di detenuti". Nei volantini fatti trovare nei giorni seguenti, l'omicidio venne rivendicato dalla "Colonna Wallter Alasia Luca" delle Brigate Rosse. I volantini concludevano affermando la necessità di combattere e attaccare "ogni struttura carceraria in tutte le sue articolazioni, magistrati di alto grado, agenti di custodia, direttori, medici, ecc.". Verso gli Agenti di Custodia "non vi può essere nessun livello di attacco se non la distruzione"

Il Direttore del carcere di San Vittore, Amedeo Savoia, non appena appreso il contenuto del messaggio telefonico delle Brigate Rosse dichiarò: "Francesco Di Cataldo era un uomo dalle indiscusse doti morali. Gli volevano bene tutti e a quanto mi risulta i più tangibili riconoscimenti gli sono venuti proprio dai detenuti. Non so proprio come si faccia ad affermare che era un torturatore". La Vice Direttrice del Carcere, Giovanna Fratantonio: "Non avevano nulla contro di lui, ma colpendo un maresciallo delle guardie carcerarie hanno voluto intimidire tutti i colleghi già provati con l'uccisione avvenuta giorni fa dell'Agente di Custodia delle carceri torinesi Lorenzo Cutugno".

Per i funerali, i detenuti di San Vittore fecero una colletta per deporre due corone di fiorni, un gesto mai accaduto prima.

 

PER QUESTO MI CHIAMO FRANCESCO DI CATALDO

«Lo so. Era mio nonno». Comincia così il cortometraggio con il quale proprio lui - un Di Cataldo oggi 19enne, nipote del Di Cataldo assassinato allora - riesce a riassumere in otto minuti tanto asciutti quanto potenti la «sua» storia. Sino a farne, semplicemente raccontandola, lo spaccato indiretto della cosiddetta giovane «generazione che non sa».

 

ONORIFICIENZE

Medaglia d'oro al merito civile  Mentre si dirigeva verso la fermata dell'autobus per recarsi sul posto di lavoro, veniva affrontato da due terroristi che gli esplodevano contro numerosi colpi d'arma da fuoco, uccidendolo all'istante. Fulgido esempio di elette virtù civiche e di altissimo senso del dovere. 20 aprile 1978 - Milano. Conferita il 15/06/2004

Vittima del dovere - riconosciuto "Vittima del Dovere" ai sensi della Legge 624/1975 dal Ministero dell'Interno

Medaglia d'oro di benemerenza civica del Comune di Milano

 

INTITOLAZIONI

Al Maresciallo Francesco Di Cataldo è intitolata la Sala Convegno del Reparto di Polizia Penitenziaria di Milano- San Vittore.

Il Parco compreso tra via Ponte Nuovo e via Tremelloni in zona Precotto a Milano, dal 20 aprile 2013 è diventato il "Parco Francesco Di Cataldo".

 

GLI ARTICOLI DEL QUOTIDIANO "LA STAMPA"

La prima notizia (prima pagina)

La prima notizia (pagina interna)

Stampa Sera

Stampa Sera (interna)

Colletta dei detenuti

Le proteste degli Agenti di Custodia

I funerali

I funerali, dichiarazioni Agenti

Il Video del nipote

 

IL RICORDO DEI FIGLI PAOLA E ALBERTO DURANTE LA CERIMONIA DI INTITOLAZIONE DEL PARCO MILANESE

La memoria storica non è un punto di forza di noi italiani. Eppure Milano smentisce questa convinzione. Oggi infatti, questo bel parco frequentato da famiglie con bambini tra i quartieri di Crescenzago e Precotto, verrà intitolato a nostro padre, il Maresciallo Maggiore Scelto Francesco Di Cataldo, ucciso dalle Brigate Rosse il 20 aprile 1978, in via Ponte Nuovo, all'angolo con via Caroli, a poche centinaia di metri da qui. E questa iniziativa - insieme alla medaglia d'oro di Benemerenza civica che il Comune di Milano ha conferito alla Memoria di papà - rende felice noi, nostra madre e i suoi nipoti. Francesco Di Cataldo ha lavorato a San Vittore per 28 anni nel corpo degli Agenti di Custodia (dal 1990 Polizia Penitenziaria, corpo civile dello Stato). Nelle carriere militari, si è soliti, all'avanzare di grado, cambiare sede. Papà no. Da agente semplice nel 1950 e fino ai gradi di Maresciallo Maggiore Scelto lavorò ininterrottamente in Piazza Filangieri. L'Amministrazione Penitenziaria lo voleva lì. Perché? Perché lavorava in un certo modo. E quel modo di lavorare, un modo molto milanese (apprezzato da lui, nato a Barletta il 20 settembre 1926), fu il vero motivo per cui la colonna delle Brigate Rosse che operava in città decise di ucciderlo. Il sovraffollamento, lo vediamo ancora oggi, E' un male antico di San Vittore come di tutto il sistema carcerario nazionale. Ma lui non poteva decidere di edilizia carceraria o di provvedimenti di legge in grado di incidere sui fl ussi della popolazione detenuta. In un luogo già per sua natura confl ittuale come il carcere, e per di più sovraffollato, aveva solo due alternative: o fare il cosiddetto duro, cioè contrapporsi con ostilità ai detenuti e addossare tutte le colpe delle difficolta quotidiane all'Amministrazione Penitenziaria centrale e alla Politica oppure contribuire a creare un clima, all'interno del carcere, meno drammatico. Cioè tentare, pur tra mille ostacoli operativi, di applicare concretamente il secondo comma dell'art. 27 della Costituzione: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Per perseguire questo obiettivo non si accontentò di scalare tutta la carriera di sottouffi ciale, arrivando al grado di vice comandante di San Vittore (per fare il comandante era obbligatorio risiedere nell'appartamento interno al carcere, ma lui non volle portarci la famiglia) ma diresse per moltissimi anni la farmacia, l'infermeria interna e divenne persino tecnico di radiologia medica. Bisognava "andare incontro alle pressanti richieste della popolazione detenuta" come si legge nelle innumerevoli minute delle lettere da lui inviate ai superiori raccolte dopo la sua morte. E tali richieste comportavano un attivismo e una presenza costante, instancabile. Il dialogo con il cappellano del carcere era intenso. Ogni giorno interrogava le suore che lavoravano nel carcere, conosceva tutti gli avvocati difensori dei reclusi e aveva rapporti costanti con i vertici della Magistratura milanese. Parlava con i detenuti, naturalmente, e con i loro familiari. E' capitato che di sera mentre cenavamo, suonasse il citofono. Erano ex detenuti che venivano a trovarlo. Papà li faceva salire e li riceveva. Agli Agenti di Custodia impartiva ordini e, al tempo stesso, li circondava di affetto. Di ciascun agente sapeva se era sposato e l'età dei fi gli. Conosceva le loro mogli e le loro fi danzate. Abbiamo scoperto il Sud Italia attraverso le innumerevoli visite che durante le vacanze estive faceva ai colleghi. Papà era un uomo pacato e ambizioso. Lo seccava l'approssimazione e a volte risultava un po' rompiballe. Aveva un attaccamento al lavoro formidabile. In 28 anni di servizio fece quattro giorni di malattia. Sapeva stare al suo posto ma nel suo posto era attivo e infaticabile. Papà era discreto e di una riservatezza che rasentava la reticenza. Agli inizi degli anni '70, nel corso dell'ennesima rivolta carceraria, un quotidiano del pomeriggio uscì in prima pagina con la foto che ritraeva i detenuti sul tetto e un militare che da solo e in bilico sulle tegole parlava loro per convincerli a scendere. La foto non era nitida ma la sagoma di papà, un po' tarchiato e con la pancia, era inconfondibile. Negò di essere lui, e per porre fine subito alle domande ansiose di mia mamma agitò il braccio e fece una smorfia tra il fastidio e il sorriso. Coltivava il senso della responsabilità individuale e sapeva mediare. E mediare in quegli anni, a San Vittore, era difficile. Molto difficile. Ma lui ci riusciva. Durante gli anni '70 divenne sempre più inquieto e dal 16 marzo 1978, il giorno del rapimento di Aldo Moro, papà non sorrise più. Eppure da qualche anno aveva intensifi cato, e parecchio, le sue uscite serali al cinema e a teatro. Ritornò, in occasione del suo ventesimo anniversario di matrimonio, era il 1977, nella sua amata Londra. La mamma qualche volta si spazientiva e faticava ad assecondare questa sua curiosità febbrile. Doveva "auscultare", come diceva enfatizzando la sua passione per la medicina, ciò che accadeva dentro il carcere ma anche fuori da esso. Ecco il punto! Papà non ha mai concepito San Vittore come un corpo isolato, ma come un pezzo, un "quartiere" di Milano. Aveva nella sua testa l'idea che il carcere dovesse servire non solo al recupero dei detenuti ma anche ai cittadini fuori, perché misurarsi con la sofferenza, cercare di lenirla, anche con poco, è un esercizio che serve a tutti e tutti, alla fi ne, se ne avvantaggiano. "Ci rivedremo a Filippi" (gli piaceva la storia romana) ripeteva spesso quando avvertiva nell'interlocutore dubbi su queste sue convinzioni. Non coglievamo, in quel momento, la sua visione lunga. La direzione strategica delle Brigate Rosse aprì la campagna delle carceri. Bisognava radicalizzare lo scontro. E un funzionario dello Stato di questo tipo, era l'ostacolo che faceva impazzire i brigatisti. Il giorno che fu assassinato la nostra casa si riempì di gente: parenti, amici, semplici conoscenti, ex detenuti, Agenti di Custodia. In quelle ore drammatiche e di smarrimento, dicemmo al brigadiere P., uno dei più fidati collaboratori di papà, che come familiari volevamo i funerali in forma privata. Lui ci disse, con tono rabbioso: "Eh no, cari". Poi aggiunse: "Di Cataldo è vostro padre ma è anche il nostro maresciallo". E accompagnò quel "nostro" battendosi la mano sul petto. Aveva ragione il brigadiere P. Spesso leggiamo che a San Vittore si fanno mostre, sfi late di moda o si tengono concerti. Mamma, quando legge queste notizie dice: "Ma guardate che se riescono a fare quelle iniziative lo si deve anche a vostro padre". A distanza di trentacinque anni, dentro quel carcere, è rimasto ancora molto di lui. Papà lavorava così. E lo faceva con naturalezza. In modo assolutamente normale. Ma lavoravano così tutti i milanesi uccisi dalle brigate rosse e da prima linea: da Francesco Rucci a Walter Tobagi a Luigi Marangoni, da Guido Galli ad Emilio Alessandrini. Da Renato Briano, ucciso nel vagone della metropolitana alla fermata di Gorla, a Manfredo Mazzanti, per citarne solo alcuni. Ma tutti legati allo stesso identico fi lo. Il fi lo del dovere, del gusto per il lavoro fatto bene. Il fi lo della pazienza e della costruzione graduale delle cose. Per affrontare bene le difficoltà di oggi raccontiamo le storie di queste persone. Le abbiamo trascurate per troppo tempo. E Milano, anche in questo, torni ad essere la città che precede le altre. Sia la guida esemplare di come si conserva e di come si trasmette la memoria.


Scritto da: Redazione
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Commenti Commenti dei lettori

n. 1


onore al nostro m.llo Francesco Di Cataldo .
baschino azzurrino

Di  Anonimo  (inviato il 20/04/2015 @ 15:49:10)




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