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Giudice Antonino Saetta: si suicida in carcere uno dei suoi assassini


Polizia Penitenziaria - Giudice Antonino Saetta: si suicida in carcere uno dei suoi assassini

Notizia del 16/10/2012

in Mondo Penitenziario

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Scritto da: Uomo Qualunque

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"Il processo Basile fu l'ultimo processo presieduto da mio padre: il dispositivo  venne letto poche settimane prima della sua uccisione. E' probabile che un  movente di ritorsione vi fosse, per il modo rigoroso e inflessibile con il quale il  processo fu presieduto, sottraendolo a pesanti condizionamenti criminali. Ma certamente non vi fu solo ritorsione. Antonino Saetta fu ucciso anche, o soprattutto, per quel che avrebbe potuto fare quale probabile presidente, come  correva voce, del Maxiprocesso d'appello alla mafia. La quale non poteva  gradire per quell'incarico un giudice che si era dimostrato non influenzabile in  alcun modo e non suscettibile di intimidazione. Il movente dell'assassinio è stato  quindi triplice: "punire" un magistrato che, per la sua fermezza nel condurre il  processo Basile, e, prima, il processo Chinnici, aveva reso vane le forti pressioni  mafiose esercitate; "ammansire", con un' uccisione eclatante, gli altri magistrati  giudicanti allora impegnati in importanti processi di mafia; "prevenire" la  probabile nomina di un magistrato ostico, quale Antonino Saetta, a Presidente del Maxiprocesso d'appello alla mafia."  (tratto dalla Biografia scritta dal figlio Roberto)

Con queste "motivazioni", il 25 settembre del 1888, veniva ucciso il giudice Antoino Saetta insieme a suo figlio Stefano. L’aggressione avveniva all’altezza del chilometro 48e500 della strada statale scorrimento veloce 640 che il Giudice ed il figlio stavano percorrendo con direzione Agrigento- Caltanissetta, in corrispondenza del viadotto di contrada Giurfo. Secondo la ricostruzione effettuata sul luogo e nell’immediatezza del fatto, la dinamica dell’agguato veniva ricostruita nel modo seguente: la Lancia Prisma guidata dal dott. Saetta era stata affiancata da un veicolo dal quale erano partiti i primi colpi di arma da fuoco.

I primi proiettili avevano perforato il vetro dello sportello posteriore sinistro. Mentre il mezzo dei killers sorpassava la vettura del magistrato, i suoi occupanti avevano esploso diversi altri colpi di arma da fuoco che avevano danneggiato la fiancata sinistra della Lancia Prisma ed avevano colpito i suoi occupanti; altri numerosi colpi venivano esplosi una volta completata la manovra di sorpasso. Infine, gli aggressori si erano avvicinati all’automobile del Giudice che, intanto, era andata a fermarsi nel lato opposto della strada ed avevano completato la loro opera bersagliando il lato destro della Lancia Prisma. Il sopralluogo effettuato nell’immediatezza aveva portato al rinvenimento ( lungo un tratto di strada di circa 100 metri), di 47 bossoli di cartuccia calibro 9, nonché di diversi proiettili di piombo deformati che erano stati ritrovati anche dentro l’autovettura del dott. Saetta.

Quella del Giudice Saetta è stata una lunga carriera nelle fila della magistratura. Nel periodo 1985-86, fu Presidente della Corte d'Assise d'Appello di Caltanissetta ed è qui che si occupò, per la prima volta nella sua carriera, di un importante processo di mafia, quello relativo alla strage in cui morì il giudice Rocco Chinnici. Il suo ultimo incarico fu a Palermo, quale Presidente della I° sez. della Corte d'Assise d'Appello. Qui si occupò di altri importanti processi di mafia, in particolare presiedette il processo relativo alla uccisione del Capitano Basile, che vedeva imputati i pericolosi capi emergenti Vincenzo Puccio, Armando Bonanno, e Giuseppe Madonia.

Pochi mesi dopo la conclusione di tale processo, e pochi giorni dopo il deposito della motivazione della sentenza che aveva condannato all'ergastolo gli imputati, Saetta fu assassinato, insieme con il figlio Stefano, il 25 Settembre 1988, sulla strada Agrigento - Caltanissetta, di ritorno a Palermo, dopo avere assistito, a Canicatti, al battesimo di un nipotino.

Nel 1996 sono stati condannati all'ergastolo, dalla Corte d'Assise di Caltanissetta, per il duplice efferato omicidio, i capimafia Salvatore Riina, Francesco Madonia, e il killer Pietro Ribisi. La condanna, confermata nei successivi gradi di giudizio, è passata in giudicato.

Lo scorso giovedì 11 ottobre 2012 il boss mafioso ergastolano Pietro Ribisi, 61 anni, di Palma di Montechiaro (Agrigento), si è suicidato nel carcere di Carinola, in provincia di Caserta, dov'era detenuto.

 

9 ottobre 2012 Caltanissetta. Il procuratore generale di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, è tornato a chiedere, nel corso di un convegno in tribunale, di fare luce sui ''responsabili morali'' degli omicidi dei colleghi Antonino Saetta e Rosario Livatino. Nell'incontro organizzato dal Centro di formazione permanente della Corte d'appello nissena, Scarpinato ha ricordato che ''non sarebbe fare loro giustizia se dovessimo fermarci solo alla sintesi processuale delle sentenze in cui sono indicati gli esecutori materiali e i mandanti mafiosi''. Per Scarpinato ''gli omicidi hanno visto un coinvolgimento più ampio'', anche all'interno delle istituzioni e della magistratura. Saetta, insieme al figlio Stefano, è stato ucciso il 25 settembre 1988; Livatino il 21 settembre 1990. 

Era da 11 anni al 41bis, mio padre non si è suicidato in carcere, parla il figlio di Ribisi

 


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n. 1


La morte di un essere umano non è mai qualcosa di positivo. Riposi in pace. Mi viene solo da dire che costui ha pagato il conto con gli uomini, ora dovrà pagarlo con DIO. ONORE AL GIUDICI SAETTA, A SUO FIGLIO, E A TUTTE LE VITTIME DEL DOVERE!!!

Di  antonio  (inviato il 16/10/2012 @ 21:36:45)




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