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Gli ex-terroristi salgono in cattedra nelle carceri, nel tentativo di mettere il bavaglio ai poliziotti che protestano


Polizia Penitenziaria - Gli ex-terroristi salgono in cattedra nelle carceri, nel tentativo di mettere il bavaglio ai poliziotti che protestano

Notizia del 08/01/2018

in Il Commento

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Scritto da: Roberto Martinelli

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Ha fatto molto discutere la presenza nelle carceri di Asti e Torino, il 26 e 27 ottobre scorsi, di Sergio Segio, già leader di Prima Linea e responsabile di diversi omicidi, per partecipare alla proiezione di “Spes contra spem – Liberi dentro”, un docufilm politico sul senso della pena e la sua espiazione, e a un dibattito sul sistema penitenziario.

Segio non è uno qualsiasi: non è un qualsiasi incensurato che si è dedicato e si dedica ad attività sociali, come il miglioramento delle condizioni carcerarie, i diritti umani e il problema delle droghe.

Il Comandante Sirio, così era noto, è stato militante di Lotta Continua, fondatore del primo gruppo volto alla lotta armata - Senza Tregua, nel 1974 -, principale dirigente e "comandante militare" dell'organizzazione armata Prima Linea di estrema sinistra.

Il 29 gennaio 1979 a Milano fu l'esecutore materiale dell'omicidio del magistrato Emilio Alessandrini, operazione portata a termine con altri terroristi - “Attorno alle 8.30, dopo aver accompagnato a scuola il figlio Marco di otto anni, il dottor Emilio Alessandrini si diresse verso la propria abitazione per parcheggiarvi l’auto e poi recarsi a piedi al palazzo di giustizia di Milano dove, dal 1968, svolgeva funzioni di sostituto procuratore della Repubblica. All’incrocio tra viale Umbria e via Muratori cinque persone, due delle quali armate, gli si avvicinarono esplodendogli contro otto colpi di pistola e uccidendolo all’istante” * -.

Il 19 marzo 1980 sempre Segio, insieme ad altri sodali criminali, uccise anche il magistrato Guido Galli all'interno dell'Università Statale di Milano – “fu ucciso, nel pomeriggio del 19 marzo 1980, al termine di una lezione che, quale docente di criminologia, aveva tenuto presso l’Università Statale di Milano. A colpirlo a morte, con colpi di pistola sparati alla schiena, fu un commando di “Prima Linea” appostatosi davanti all’aula magna dell’Università” * -.

Conclusa l'esperienza in Prima Linea, nell'aprile del 1981 Segio fondò il Nucleo di Comunisti, un piccolo raggruppamento che aveva come] obiettivo la liberazione dei compagni imprigionati e l'attacco alle carceri speciali. In tale situazione rivendicò il 18 settembre dello stesso anno l'omicidio del vicebrigadiere degli agenti di custodia Francesco Rucci – “Mentre si recava in macchina presso la Casa Circondariale di Milano San Vittore dove prestava servizio, il brigadiere Francesco Rucci rimase vittima di un attentato, rivendicato dal “Nucleo di Comunisti”. All’omicidio parteciparono almeno quattro terroristi, che prima costrinsero il brigadiere a fermarsi e poi gli spararono uccidendolo” * -.

Il 3 gennaio 1982 tale formazione organizzò anche l'evasione dal carcere di Rovigo di quattro detenute, tra le quali Susanna Ronconi (ex BR e compagna di Segio).

L'esplosione di una bomba per far crollare una parte del muro di cinta e permettere l'evasione causò la morte accidentale di un passante, Angelo Furlan – “Furlan rimase ucciso a seguito dello scoppio di un ordigno che era stato posto davanti al carcere femminile di Rovigo per favorire l’evasione di alcune terroriste detenute” * -.

Il 15 gennaio 1983 Segio venne arrestato a Milano e, assieme agli altri militanti di PL, dichiarò chiusa l'esperienza della lotta armata. Processato per gli omicidi Alessandrini e Galli, oltre che per associazione sovversiva, banda armata, concorso in vari crimini di Prima Linea, è stato condannato l'ergastolo in primo (1983) e secondo grado (1986).

Nel 1987 la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annullò le sentenze per vizio di forma; in seguito, in questo e in vari processi a PL come il processo milanese, l'ergastolo e vari anni di carcere saranno le pene irrogate a Segio.

Nella seconda carcerazione scontò  circa 22 anni di reclusione - l'ergastolo gli venne ridotto prima a 30 anni in base ai benefici della legge Gozzini, poi, pur non avendo mai rinnegato la propria ideologia, usufruì della dissociazione prevista dalle leggi speciali, ottenendo la semilibertà e la libertà condizionale -, infine, ultimo di tutti gli ex militanti di Prima Linea arrestati e condannati ad uscire dal carcere, terminò ufficialmente di scontare la condanna nel 2004, quando il giudice di sorveglianza dichiarò per lui il "fine pena".

Segio, dunque, condannato ad un ergastolo che non in realtà non ha scontato, potrà pure essere considerato un ex terrorista, ma di certo non è e non potrà mai essere un ex assassino. E non è accettabile che lui, che ha combattuto lo Stato armi alla mano lasciando il sangue di molti innocenti (feriti e uccisi) sulle strade, venga oggi a fare il maître à penser su temi sociali e penitenziari, pensando che il suo ingombrante passato si possa dimenticare senza troppi problemi!

Già mi sembra ridicolo che vi possano essere tra i dirigenti del Consiglio direttivo e gli attivisti di una Associazione chiamata Nessuno tocchi Caino (!?) soggetti che hanno trascorsi di terrorismo e che si sono resi responsabili di vari omicidi: persone, cioè, che nessuna pena e pietà hanno avuto per i tanti Abele innocenti uccisi - esponenti della magistratura, dell’avvocatura, del giornalismo, del sindacalismo, della società civile, delle Forze dell’Ordine e di Polizia – in ragione della folle ideologia di cui erano imbevuti e che vedeva nello Stato e in chi lo rappresentava “il nemico da abbattere”.

E pensare che qualcuno di loro è persino arrivato a sedersi in Parlamento ...Ora pure in cattedra pretendono di salire gli ex terroristi?

E allora hanno fatto bene a contestare la presenza di Sergio Segio nelle carceri di Asti e Torino gli amici della Segreteria Regionale SAPPE del Piemonte.

Pensavamo di aver già visto il peggio quando il Ministro della Giustizia Andrea Orlando coinvolse Adriano Sofri, il leader di Lotta Continua condannato quale mandante dell’omicidio del Commissario di Polizia Luigi Calabresi avvenuto a Milano nel 1972, tra gli ‘esperti’ chiamati dal Guardasigilli per riformare il sistema penitenziario italiano, incarico rigettato dopo la denuncia e le proteste del SAPPE.

Ma oggi vediamo che si continua a mortificare la memoria storica di quegli anni terribili e della nostra Repubblica, confondendo le acque su chi era la vittima e chi era il carnefice, continuando a coinvolgere membri di gruppi eversivi responsabili di gravi fatti di sangue in iniziative politiche e sociali, alla faccia dei Caduti e dei Loro familiari...

E bene ha fatto il procuratore di Torino, avuta notizia delle proteste sindacali, ad aver richiesto al direttore della casa circondariale torinese l'invio,«ove non osti alcuna diversa esigenza, del carteggio relativo all'evento, alle domande di autorizzazione all'ingresso del carcere di chi ha già partecipato e ai conseguenti provvedimenti», auspicando che per gli «ex terroristi responsabili di gravi reati in futuro possa essere richiesto ai dirigenti degli uffici requirenti, in un'ottica di collaborazione istituzionale, di esprimere eventualmente le loro valutazioni, per quanto non previste da alcuna normativa».

Gli ex terroristi devono essere sì reinseriti nel contesto sociale dopo avere scontato in carcere la pena (pena che, in realtà, non scontano mai per intero), ma senza avere poi la pretesa di insegnare la morale agli altri. Perché, come ebbe a dire il Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, “chi abbia regolato i propri conti con la giustizia, ha il diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e misura e mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali”, senza dunque dimenticare le responsabilità di quanti lo Stato democratico repubblicano, seppur in gioventù, l’hanno combattuto armi in pugno e moltissime famiglie pagano, ancora oggi ed ogni giorno, le drammatiche conseguenze della loro follia omicida sulla propria pelle.

Ma per qualcuno, questo, non si può e non si deve dire, almeno se a dirlo siamo noi. Ne è convinto, ad esempio, il parlamentare del Partito Democratico Roberto Rampi, eletto in Lombardia e componente della Commissione Cultura, che ha presentato una allarmata interpellanza alla Presidenza del Consiglio dei Ministri ed al Ministero della Giustizia (la numero 2/02043 presentata il 28.11.2017) nella quale se la prende con i Sindacati della Polizia Penitenziaria che hanno protestato per la presenza di Sergio Segio nelle carceri di Asti e Torino (SAPPE e Osapp).

Per il deputato Rampi, che pure non ci risulta essersi mai interessato di tematiche penitenziarie, Segio è “un esempio di pieno successo da parte dello Stato nel recupero di una persona che ha commesso un reato e ha scontato la sua pena” e, per tanto, “le dichiarazioni dei segretari dei sindacati autonomi della Polizia Penitenziaria, oltre ad alimentare una retorica dell'odio, evidenziando una cultura dell'esecuzione penale, e dunque del proprio ruolo professionale, difficilmente compatibile con le finalità che la Costituzione della Repubblica attribuisce alla pena reclusiva, rimarcando semmai una logica che non si può che definire vendicativa e che arriva ad estendersi anche alla post-detenzione. In particolare, l'auspicio e la convinzione che i colpevoli, pur dopo aver espiato le condanne ricevute e dopo essersi positivamente reinseriti, debbano invece «nascondersi» ed «essere espunti dalla società civile» appare in contrasto non solo con le leggi vigenti ma con la stessa cultura democratica e con gli standard internazionali e come tali devono essere contenute”.

Addirittura! Ma il parlamentare del PD, componente della Commissione Cultura, rincara la dose: “il problema degli «abusi verbali» da parte di agenti di custodia è stato rilevato anche nell'ultimo rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura sull'Italia dove si raccomanda alle autorità italiane di «rivolgere al personale di custodia il chiaro messaggio che i maltrattamenti fisici, l'uso eccessivo della forza e l'abuso verbale rivolto ai detenuti non sono ammissibili e che saranno trattati di conseguenza»”.

Dunque, per Roberto Rampi, parlamentare, nel 2017 in Italia esistono ancora gli “agenti di custodia”, che però non possono e non devono pensare e, men che meno, dire quel che pensano... Roba da purghe staliniane...

Ma è nelle conclusioni della sua interpellanza ed alle richieste formulate al Presidente del Consiglio ed al Ministro della Giustizia che il deputato Rampi raggiunge l’apoteosi. Chiede, infatti, “se e quali iniziative il Governo intenda assumere per contrastare la retorica dell'odio e una cultura vendicativa della pena (e del dopo pena), che confligge con l'ordinamento nazionale e sovranazionale, per come si è manifestata, a giudizio dell'interrogante, nelle parole dei dirigenti di taluni sindacati di Polizia Penitenziaria”. Ancora: “se e come si intenda ottemperare alla raccomandazione del Comitato europeo per la prevenzione della tortura di «rivolgere al personale di custodia il chiaro messaggio che i maltrattamenti fisici, l'uso eccessivo della forza e l'abuso verbale rivolto ai detenuti non sono ammissibili e che saranno trattati di conseguenza» e, infine,  “quali siano gli orientamenti del Ministro interrogato rispetto alle richieste formulate all'amministrazione penitenziaria da parte della procura di Torino e quali iniziative di competenze intenda assumere al riguardo”.

Da quel che scrive, pare di capire che il deputato Roberto Rampi non conosce affatto quel che fanno, ogni giorno, le donne e gli uomini appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, che assolvono quotidianamente i servizi istituzionali nelle carceri con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità in un contesto assai complicato per l’alto numero di detenuti presenti e il continuo ripetersi di eventi critici (atti di autolesionismo, tentati suicidi sventati dai Baschi Azzurri, ferimenti, colluttazioni, risse, etc.). Non solo par di capire che non lo sappia: è addirittura infastidito dal fatto che osano esprimere opinioni.

Ce ne faremo una ragione.

Ricordo a me stesso quel che disse Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica, nel discorso di celebrazione del Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice il 9 maggio 2008 al Quirinale: “...lo Stato repubblicano non può abbassare la guardia, dopo aver fatto fronte allo stragismo e aver sconfitto il terrorismo dilagante degli scorsi decenni. Lo ha sconfitto dopo aver subíto colpi molto duri – più di qualsiasi altro il sequestro di Aldo Moro, lo sterminio della sua scorta e infine la sua feroce soppressione – lo ha sconfitto restando sul terreno della democrazia e dello Stato di diritto, e senza concedere alle Brigate Rosse il riconoscimento politico di controparte in guerra che esse pretendevano.  Bisogna rendere omaggio a quanti si sono battuti con tenacia fino a cogliere successi decisivi a quanti vi hanno contribuito nel campo delle forze politiche – in seno al governo e in Parlamento – nel mondo sociale e culturale, e con coraggio, in prima linea, anche a rischio della vita, nella magistratura e nelle forze dell’ordine.  La prova è stata ardua, terribilmente dolorosa, e non può considerarsi del tutto conclusa, o conclusa una volta per tutte. Di qui l’appello alla vigilanza e alla severità.  Per nessuno la prova è stata così dura come per i famigliari delle vittime. E la prova più alta – lo ha detto con parole bellissime nel suo libro Mario Calabresi (Spingendo la notte più in là, Mondadori, 2007, n.d.r.)– è stata quella di far crescere i figli liberi dal rancore e dall’odio, di «scommettere tutto sull’amore per la vita», di guardare avanti «nel rispetto della memoria». Purtroppo questo rispetto è spesso mancato, e proprio da parte di responsabili delle azioni terroristiche. D’altronde, non pochi tra loro sono rimasti reticenti, anche in sede giudiziaria, e sul piano politico hanno ammesso errori e preso atto della sconfitta del loro disegno, ma non riconoscendo esplicitamente la ingiustificabile natura criminale dell’attacco terroristico allo Stato e ai suoi rappresentanti e servitori. Lo Stato democratico, il suo sistema penale e penitenziario, si è mostrato in tutti i casi generoso ma dei benefici ottenuti gli ex terroristi non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioni. Mi ha colpito e indignato leggere giorni fa l’intervista di un ex brigatista, lo stesso che un anno fa raccontò con agghiacciante freddezza come aveva ammazzato Carlo Casalegno e che ora ha detto di provare «rammarico per i famigliari delle vittime delle BR», ma aggiungendo di aver dato per scontato che «quando si fanno azioni di un certo tipo» accade di «dare dei dispiaceri ad altri». No, non dovrebbero esserci tribune per simili figuri. Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia, ha il diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e misura e mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali. Così come non dovrebbero dimenticare le loro responsabilità morali tutti quanti abbiano contribuito a teorizzazioni aberranti e a campagne di odio e di violenza da cui sono scaturite le peggiori azioni terroristiche, o abbiano offerto al terrorismo motivazioni, attenuanti, coperture e indulgenze fatali. Queste sono le ragioni per cui si doveva e si deve dar voce non a chi ha scatenato la violenza terroristica, ma a chi l’ha subita, a chi ne ha avuto la vita spezzata, ai famigliari delle vittime e anche a quanti sono stati colpiti, feriti, sopravvivendo ma restando per sempre invalidati. Si deve dar voce a racconti di verità sugli “anni di piombo”, ricordando quelle terribili vicende come sono state vissute dalla parte della legge e dello Stato democratico, dalla parte di un’umanità dolorante. E a questa parte, ai famigliari delle vittime, a tutti i colpiti dallo stragismo e dal terrorismo lo Stato deve restare vicino, anche garantendo l’attuazione di leggi come quella del 2004.  Solo così, con questo rispetto per la memoria e con questa vicinanza alle persone che hanno sofferto, si potrà rendere davvero omaggio al sacrificio di tanti. È qui il significato del 9 maggio “Giorno della memoria” che oggi insieme celebriamo”*. 

Sempre nel ricordo dei Caduti, dei Feriti e delle loro Famiglie. E tenendo bene a mente, aggiungo, chi è stato la vittima e chi il carnefice...

* Estratti dal libro “Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana”, edito dalla Presidenza della Repubblica (2008) 

 

 


Scritto da: Roberto Martinelli
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Commenti Commenti dei lettori

n. 4


Non dobbiamo e non possiamo dimenticare! Si concede troppa visibilità a persone condannate per gravi fatti di sangue !
Non dobbiamo cedere alle provocazioni che giungono da ogni parte, ma non dobbiamo e non possiamo dimenticare quanti tragici momenti questi osannati Signori, in nome di una ingannevole ideologia, hanno imposto a tantissimi ed onesti cittadini !!

Di  ocram  (inviato il 10/01/2018 @ 13:18:19)


n. 3


L'Italia è un paese davvero strano che non ha mai regolato i conti con il suo passato. Non c'è mai una presa di posizione, una unanime lotta contro qualsiasi forma di violenza. Fin quando non ci sarà una voce corale contro gli atti di violenza, saremo costretti a rivevere il triste passato.

Di  Anonimo  (inviato il 09/01/2018 @ 17:52:40)


n. 2


meglio non commentare.

Di  vergogna  (inviato il 08/01/2018 @ 08:10:31)


n. 1


Ho sempre sostenuto che l'uomo codardo e vigliacco sia il peggio che l'umanità possa meritarsi.
Purtroppo per noi siamo proprio messi male.
È la fine

Di  Per sempre libero  (inviato il 08/01/2018 @ 07:13:41)




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