Maggio 2018
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I fondamenti costituzionali contro la coercizione e la tortura


Polizia Penitenziaria - I fondamenti costituzionali contro la coercizione e la tortura

Notizia del 01/03/2018

in Diritto e Diritti

(Letto 736 volte)

Scritto da: Giovanni Passaro

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E’ difficile e forse impossibile rintracciare l'origine storica della tortura giudiziaria, la radice ultima della quale può considerarsi etico-pedagogica ancor prima che giuridica: il tormentare per conoscere la verità implica un sottinteso ma forte rapporto tra la verità intesa come bene e la falsità e la menzogna ritenute di per sé un male. 

Il termine tortura deriva dal latino tortura, attestato solo in epoca tarda, indica un trattamento che torce, tormenta, inducendo grave sofferenza fisica o morale.

Il significato proprio di "torcimento", frequente nell'italiano antico e letterario, convive con l'altro generico e oggi molto diffuso di "pena, sofferenza, tormento In senso giuridico, la tortura è costituita dall'insieme di coercizioni e di tormenti fisici e psichici con i quali si vuol indurre un imputato a confessare la verità.

La tortura ed il carcere sono da sempre collegati tra loro da un filo sottile, sotto diversi aspetti. Innanzitutto, la tortura può essere il metodo con cui estorcere agli inquisiti le confessioni a causa delle quali essi saranno condannati al carcere.

Si tratta di quella forma di tortura che viene normalmente definita come “giudiziaria” o “inquisitoria” e che, come notorio, era legale e largamente utilizzata nel corso dell’età di diritto comune. In secondo luogo, è assiomatico che forme di detenzione possano essere utilizzate quali parti integranti di procedimenti tormentatori.

Infine, si deve evidenziare come nel carcere si possa praticare la tortura, intesa quale forma di violenza esercitata dalla Polizia Penitenziaria sui corpi o sulla mente dei detenuti.

La relazione tra tortura e carcere trova fondamento, sia pure implicito, anche nel testo della Costituzione italiana.

A tal proposito va rammentato l’art. 13, che apre la parte della Costituzione dedicata ai diritti e doveri dei cittadini, dove si stabilisce il principio secondo cui «è punita ogni violenza fisica o morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà».

Il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali della persona si colloca qui nella tradizione di documenti fondamentali della moderna cultura giuridica. È di tutta evidenza, infatti, come la tortura sia una forma di “violenza fisica e morale” e che quella di ospitare “persone sottoposte a restrizioni di libertà” sia, per definizione, la vocazione storica principale del carcere.

Non a caso il disposto in esame è stato inserito nell’articolo 13, i cui commi secondo e quinto fanno espressa menzione, rispettivamente, della «detenzione» e della «carcerazione preventiva».

Il riconoscimento costituzionale del sopraccitato legame, però, trova un secondo sostegno all’art. 27, comma 3, il quale, come noto, prevede che le pene non possano consistere in «trattamenti contrari al senso di umanità» e debbano «tendere alla rieducazione del condannato». Appare chiaro l’assunto che il divieto dei trattamenti contrari al senso di umanità riguardi il legame carcere-tortura, poiché, da un lato, la reclusione in carcere è una pena e, dall’altro, la tortura appartiene senza dubbio alla categoria dei trattamenti disumani.

A ben vedere, però, anche il divieto di pene che non tendano alla rieducazione – o, come si suole correttamente dire, alla “rieducazione” – del condannato sott’intende un legame tra carcere e tortura, in quanto un trattamento penitenziario che tenda a “rieducare” il condannato comporta necessariamente l’estromissione a priori di qualunque forma di violenza – fisica o morale – sul detenuto. L’articolo 27, comma 3, in sostanza, in tutte le sue componenti, comporta (anche) che il carcere possa essere imposto quale pena a condizione che esso non si trasformi in una forma di tortura.

Appare del tutto evidente riconoscere come, sotto il profilo esaminato del rapporto carcere-tortura, l’art. 13, comma 4, si ponga in rapporto strumentale rispetto all’art. 27, comma 3, anche alla luce del secondo comma dell’art. 3. Quest’ultimo prevede infatti, tra le altre cose, che sia compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, impediscano il pieno sviluppo della persona umana.

Sotto altro profilo, invece, va rilevato come il quarto comma dell’art. 13 abbia, di per sé, un ambito applicativo più ampio di quello meramente penitenziario, imponendo allo Stato di punire – e di punire adeguatamente – qualunque violenza fisica o morale sulle persone sottoposte a qualunque forma di restrizione di libertà. Da questo punto di vista il disposto in esame è particolarmente apprezzabile, in quanto segna il superamento di una concezione meramente interdittiva in materia, tipica dell’illuminismo e ancora presente nell’art. 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma nel 1950.

In altri termini, con l’articolo 13, comma 4, non ci si limita più a dire che la tortura è “vietata” (concezione interdittiva), bensì si afferma che essa debba essere punita (concezione repressiva), «con una perentorietà che non si trova in altra formula costituzionale», discende dunque un obbligo costituzionale di punire adeguatamente la tortura.

La costituzione italiana, tra i principi fondamentali contempla nell'articolo 2, il riconoscimento da parte dello Stato, garanzie dei diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali, ove si svolge la sua personalità, ed è lo Stato stesso che richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Alla luce di ciò, in Italia, dopo diversi episodi consistenti in trattamenti contrari al senso di umanità, si è sentito da ormai più anni, quel grande bisogno di introdurre il reato specifico di tortura nell’ordinamento penale.

L’entrata in vigore della legge n. 110/2017, “Introduzione del delitto di tortura nell’ordinamento italiano”, ha segnato una tappa storica poiché sono stati inseriti nel codice penale, tra i delitti contro la libertà morale dell’individuo, l’art. 613-bis c.p. (Tortura) e l’art. 613-ter c.p. (Istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura), fattispecie ad hoc destinate rispettivamente a punire e prevenire tale pratica.

La fattispecie delineata dall’art. 613-bis c.p. accoglie una nozione di tortura che si potrebbe definire a “disvalore progressivo”, posto che il legislatore si è deciso ad inglobare nel nuovo reato sia il fenomeno della tortura comune, commissibile da chiunque, sia quello della c.d. “Tortura di Stato”, collocata nel secondo comma della medesima disposizione.

Infine, appare opportuno sottolineare come il divieto di tortura è contemplato non solo da numerose convenzioni generali sui diritti umani, ma anche da specifici trattati ai quali l'Italia ha aderito, come la Convenzione dell'ONU contro la tortura del 27 giugno 1987 e la Convenzione Europea per la Prevenzione della Tortura e della pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti del 26 novembre 1987.

 


Scritto da: Giovanni Passaro
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n. 1


La vera tortura è stare a contatto, con persone che non si meritano nulla. La tortura, di cui non interessa,a nessuno viene inflitta quotidianamente alla Polizia Penitenziaria.

Di  Piermattia  (inviato il 01/03/2018 @ 16:39:13)




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