Ottobre 2017
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I richiami e le ipocrisie dell’Europa sulle carceri italiane


Polizia Penitenziaria - I richiami e le ipocrisie dell’Europa sulle carceri italiane

Notizia del 15/11/2017

in Il Commento

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Scritto da: Roberto Martinelli

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La perenne questione penitenziaria italiana continua ad occupare le cronache, non solo nazionali.  L'Europarlamento ha infatti espresso preoccupazione per la condizione di detenzione nelle carceri di alcuni Stati membri e i "livelli record" di sovraffollamento, citando l'Italia tra i paesi in cui "la situazione rimane problematica".

Nel testo di una risoluzione adottata il 5 ottobre scorso a Strasburgo, i Deputati europei hanno espresso il timore che il sovraffollamento nelle prigioni dell'Ue possa alimentare la radicalizzazione ed hanno chiesto alle autorità nazionali di optare per pene alternative al carcere ogni volta che è possibile.

Secondo l'Europarlamento, che ha approvato la risoluzione sulle carceri con 474 voti a favore, 109 contrari e 34 astensioni, gli Stati membri dovrebbero migliorare le condizioni di detenzione, proteggere la salute e il benessere dei detenuti e del personale delle prigioni e favorire la riabilitazione.

Per contribuire a prevenire la radicalizzazione, l'Europarlamento ha raccomandato di migliorare la formazione del personale, le pratiche di intelligence all'interno delle carceri, il dialogo inter-religioso e le cure psicologiche. 

Secondo i deputati europei, la carcerazione preventiva dovrebbe essere uno strumento a cui ricorrere solo in ultima istanza, da utilizzare solo in casi legalmente giustificati, e da considerare inappropriato per le persone vulnerabili come i minori, gli anziani, le donne incinta e i malati gravi. Per le persone condannate che non rappresentano un serio pericolo per la società, l'Europarlamento chiede pene alternative al carcere, come gli arresti domiciliari, i servizi in comunità e il braccialetto elettronico. 

Nella risoluzione, i deputati europei incoraggiano gli Stati membri a fornire risorse adeguate per la modernizzazione delle carceri e a garantire ai detenuti programmi di attività equilibrati e tempo fuori dalle celle. Nella motivazione del rapporto firmato dalla francese Joelle Bergeron, su cui l'aula non ha votato, si può tra l’altro leggere che in termini di sovraffollamento "la situazione rimane problematica in alcuni Paesi, in particolare Ungheria, Belgio, Grecia, Spagna, Francia, Portogallo e Italia".

L’Europarlamento, dunque, ha criticato anche il nostro Paese per la condizione delle nostre carceri, ma viene da chiedersi cosa ha fatto – concretamente - l’alto consesso europeo per migliorare i nostri penitenziari, in particolare per proteggere la salute e il benessere del personale appartenente al Corpo di Polizia Penitenziaria. E ben poco mi sembra sia stato fatto anche per la popolazione detenuta, rispetto alla quale vi è indubbiamente una sensibilità diversa rispetto a quella (minimale) dedicata agli Agenti...

Troppo facile stare a Strasburgo, magari appartenendo a Paesi che dal punto di vista sociale e culturale sono profondamente diversi, pretendendo di fare lezioni agli altri senza però avere creato le condizioni per rimuovere le criticità censurate.

Perché, fino ad oggi, non sono state create le condizioni legislative e normative affinché sulle tematiche penitenziari possa esserci una reale omogeneizzazione? Perché, ad esempio, non si prevede l’immediata espulsione di tutti i detenuti stranieri, sanzionando quei Paesi che rifiutano di prendersi i connazionali criminali oggi detenuti in Italia?

Una cosa deve essere chiara agli europarlamentari che hanno approvato la citata risoluzione: non può e non deve passare il principio che in Italia chi commette un reato resti impunito con la scusa che le carceri sono sovraffollate. Se così è, vanno costruiti nuovi penitenziari ed assunte le persone che in esso (Polizia Penitenziaria, Comparto Ministeri, medici ed infermieri ed ogni altra figura professionale) quotidianamente vi lavorano. E l’Europa deve finanziarie tutto questo complesso di investimenti, a cominciare anche da una seria ed efficace politica di formazione ed aggiornamento professionale dei poliziotti penitenziari.

Sono tanti i fronti critici sui quali intervenire, soprattutto in relazione alla continua mutazione della popolazione detenuta in Italia. L’ultimo grave pericolo è arrivato da un importante Consesso. Oltre 200 specialisti riuniti a Roma nel primo fine settimana di ottobre per la XVIII Edizione del Congresso Nazionale SIMSPe-Onlus 'Agorà Penitenziaria', che si è tenuto a Roma. Un confronto multidisciplinare tra medici, specialisti, infettivologi, psichiatri, dermatologi, cardiologi, infermieri.

Un confronto, organizzato insieme alla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali - SIMIT, che coinvolge le diverse figure sanitarie che operano all'interno degli istituti penitenziari con l’obiettivo di fornire spunti per una riflessione approfondita del fare salute in carcere agli stessi operatori sanitari, a chi amministra gli Istituti e a chi ha il compito di stabilire le regole ed allocare le risorse. E si è reso evidente come sia assolutamente necessario un nuovo approccio per la sanità nelle carceri: solo 1 detenuto su 3 non è malato. 1 su 2 è ignaro della propria patologia. In aumento la tubercolosi. Gravi i dati su HIV e HCV. Tra loro, in mezzo a loro, i poliziotti penitenziari.

Anche per questo credo che sarebbe stata opportuna, nell’autorevole Consesso, la presenza e la testimonianza di chi rappresenta coloro che quotidianamente lavora nella prima linea del carcere, ossia le donne e gli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria...

I LEA – Livelli Essenziali di Assistenza, ossia le Linee Guida, i limiti minimi che devono essere mantenuti dal Sistema Sanitario Nazionale, dal 2017 sono entrati a far parte dell’ambito penitenziario. “È un punto di svolta perché fino ad oggi la sanità penitenziaria è stata attendista, mentre l’obiettivo oggi è di farla diventare proattiva, con una presa in carico di tutte le persone che vengono detenute”, ha dichiarato il Prof. Sergio Babudieri Direttore delle Malattie Infettive dell’Università degli Studi di Sassari e Direttore Scientifico di SIMSPe – Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria. 

Ma per il momento si tratta di un atto formale più che pratico: “Nonostante l’importanza del provvedimento – ha sottolineato - occorre trovare le giuste modalità, sia a livello centrale che regionale, affinché l’organizzazione venga modificata e lo screening nelle carceri venga attivato il prima possibile”.

La condizione dei detenuti impone infatti tempi rapidi: solo 1 su 3 non presenta alcuna patologia, nonostante si tratti di una popolazione molto giovane rispetto alla media; la metà dei malati è ignara della propria patologia, o comunque non la dichiara ai servizi sanitari penitenziari.

“Abbiamo scelto questo tema, significativo poiché denso di contenuti, per approfondire una riflessione ormai quasi decennale sugli effetti concreti del transito dei servizi sanitari penitenziari al Sistema Sanitario Nazionale”, ha affermato Luciano Lucanìa Presidente SIMSPe 2016-18. “Si chiede una sanità adeguata a un bisogno di salute diverso. in qualità e quantità. Serve maggiore attenzione ai problemi legati all'intrinseca vulnerabilità sociale che certamente ampia parte dei detenuti presenta, occorrono buone prassi di informazione sulle maggiori patologie infettive. Fondamentale la cura e la garanzia di un diritto costituzionale. Auspicabile lo sviluppo dei reparti ospedalieri per detenuti con una diffusione almeno regionale, così da poter garantire assistenza ospedaliera in maniera più adeguata”.

Lo studio ha messo in evidenza che nel corso del 2016 sono transitate all'interno dei 190 istituti penitenziari italiani oltre centomila detenuti. Gli stranieri detenuti sono oggi il 34% dei presenti e la detenzione è un’occasione unica per quantificare il loro stato di salute, dal momento che in libertà sono difficilmente valutabili dal punto di vista sanitario. La loro età media è più giovane rispetto agli italiani ed oltre la metà è portatrice latente di Tubercolosi.

Molto diffuse anche le patologie psichiatriche, ed alcune fra le più gravi, quale la schizofrenia, appaiono notevolmente sottostimate, con appena uno 0,6% affetto da questa patologia, che rappresenta in realtà solo i pazienti detenuti con sintomi conclamati e facilmente diagnosticabili. Notevolmente maggiore è la massa di  coloro che hanno manifestazioni meno evidenti ed uguale bisogno di diagnosi e terapia e non vengono spesso valutati.

Ma i dati più preoccupanti provengono dalle malattie infettive. Si stima che gli HIV positivi siano circa 5.000, mentre intorno ai 6.500 i portatori attivi del virus dell'epatite B. Tra il 25 e il 35% dei detenuti nelle carceri italiane sono affetti da epatite C: si tratta di una forbice compresa tra i 25mila e i 35mila detenuti all'anno.

Proprio l’epatite C costituisce un esempio emblematico dei benefici che si potrebbero trarre dai nuovi LEA: dall'1 giugno, infatti, l’Agenzia Italiana del Farmaco ha reso possibile la prescrizione dei nuovi farmaci innovativi eradicanti il virus dell'epatite C a tutte le persone che ne sono affette. Quindi una massa critica di oltre 30mila persone che annualmente passa negli istituti penitenziari italiani, potrebbe usufruire di queste cure per guarire dall’HCV, ma anche per non contagiare altri nel momento in cui torna in libertà.

“È una sfida impegnativa – ha concluso il prof. Babudieri - si tratta di un quantitativo ingente di individui, soggetti peraltro a un continuo turn-over e talvolta restii a controlli e terapie. Un lavoro enorme, di competenza della salute pubblica: senza un’organizzazione adeguata. Pur avendo i farmaci a disposizione, si rischia di non riuscire a curare questi pazienti.

La presa in carico di ogni persona che entra in carcere deve dunque avvenire non nel momento in cui questi dichiara di star male, ma dal primo istante in cui viene monitorato al suo ingresso nella struttura. Questa nuova concezione dei LEA significa che lo Stato riconosce che anche nelle carceri è necessaria un certo tipo di assistenza. Fino al 2016 non c’era alcuna regola: questa segnale può essere un grande progresso”.

Ecco, anche alla luce di queste nuove emergenze penitenziarie sarebbe auspicale che l’Europarlamento concentrasse i propri sforzi, economici e legislativi, per assicurare all’Italia le condizioni idonee per rimuovere le criticità in atto nel sistema penitenziario, a cominciare dal predisporre idonei ed adeguati momenti di formazione ed aggiornamento professionale a favore delle donne e degli uomini appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria italiano.

Fatti, non parole...

 


Scritto da: Roberto Martinelli
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Commenti Commenti dei lettori

n. 9


@Tony
Complimenti, davvero complimenti per la preparazione e l’impegno con il quale eserciti il ruolo di provocatore/sobillatore, anche se va detto che non richiede tanto impegno …
Ti vedrei bene, davvero bene, in trasmissioni televisive tipo “Uomini e Donne” o talk show simili.
Probabilmente, se quelli come te impiegassero almeno la metà del tempo sprecato in queste sterili polemiche per fare qualcosa di costruttivo vivremmo tutti in un mondo migliore.
Mi dispiace ma io, francamente, non ho il tempo per questi giochetti da parolai.
Ti consiglio di spostarti su Facebook.
Saluti

Di  Roberto Martinelli  (inviato il 17/11/2017 @ 09:39:57)


n. 8


@Roberto Martinelli
Grazie per le precisazioni che, però, mi lasciano parecchio perplesso. L'U.E. é una grande incompiuta, inutile negarlo, ma ultimamente è diventata il grande bersaglio contro cui scagliare le italiche frustrazioni, giochetto inventato dai nostri politici per nascondere la loro insipienza. La 'circolarità dei detenuti' all'interno del vecchio continente non risolverebbe nulla del nostro sovraffollamento; visto che nei nostri istituti la stragrande maggioranza degli stranieri sono extra-U.E. Anzi, considerata la 'vocazione' a delinquere di noi italiani anche all'estero, rischiamo l'effetto boomerang. Tra l'altro lei ha lamentato la mancanza o il non rispetto di trattati con paesi extracomunitari, quindi mi sembra che ci sia qualche contraddizione. Bello e nostalgico il ricordo di una richiesta fatta dodici (!) anni or sono al Presidente del Parlamento Europeo per un convegno. Immagino come sarebbe cambiato il lavoro quotidiano della Polizia Penitenziaria se Barroso non si fosse tirato indietro...peccato. Chiudo con una considerazione circa la singolare tesi da lei sostenuta secondo la quale l'immagine pubblica della P.P. sarebbe migliorata grazie alle OO.SS.. E io che ho sempre creduto che il compito del sindacato sia quello di tutelare il lavoratore...non ero al corrente della nuova funzione di 'curatore dell'immagine' recentemente (auto)attribuita alle OO.SS.. Forse dovreste essere un po' (ma solo un po') più concreti, indossare nuovamente la divisa e tornare in prima linea. Otterreste due risultati in un solo colpo: aumentare l'asfittico organico degli istituti rendendovi conto personalmente della situazione (non de relato), guadagnando così in credibilità.

Di  Tony  (inviato il 17/11/2017 @ 08:01:28)


n. 7


Due brevissime repliche.

Tony: intanto chiarisco che il riferimento sul “portare il cane a spasso” non è riferito alla tua persona, ovviamente, ma ho voluto ironizzare sul tuo riferimento ai simpatici "migliori amici dell'uomo", siano essi da guardia o di compagnia. Il confronto è sempre utile, come utili sono le critiche se costruttive. La nostra classe politica ha avuto, nel tempo, non una ma mille colpe, sia chiaro. E se hai avuto la cortesia di leggere la nostra Rivista, sai che lo abbiamo più volte evidenziato. Ma anche l’Unione Europea ha responsabilità ben precise perché, ad esempio, non ha mai favorito la circolarità dei detenuti tra i Paesi aderenti, anche a fronte di esistenti accordi bilaterali tra alcuni Stati, richiesta che il SAPPE fece già nel 2005 a Jose Barroso, già Presidente della Commissione Europea, al quale chiedemmo anche il patrocinio e l’organizzazione di convegno al Parlamento europeo sul ruolo e la figura del poliziotto penitenziario dei vari Paesi europei. Convegno che però non venne mai fatto. Ancora, non ha diramato raccomandazioni o altro atto legislativo che impegnasse i Paesi membri ad osservare uniformi linee guida su sanità, edilizia, formazione e aggiornamento professionale. A cosa servono le OO.SS? Io posso parlare per il SAPPE perché è quello che più direttamente conosco: e se volgi uno sguardo all’indietro e valuti quale identità istituzionale e professionale, quale considerazione sociale avevamo quali appartenenti al (pur glorioso) Corpo degli Agenti di Custodia e cosa siamo oggi, beh…. Valuta tu.


Antonello: abbiamo saputo, informalmente, che a breve dovrebbero convocarci per il rinnovo contrattuale. Lo abbiamo sollecitato, tra l’altro, con la manifestazione nazionale di protesta del 19 settembre scorso, insieme alle altre OO.SS del Corpo, e con quella del 12 ottobre con gli amici della Consulta Sicurezza (SAPPE, SAP, CONAPO), entrambe a Roma in piazza Montecitorio, davanti alla Camera dei Deputati. Purtroppo il tavolo contrattuale lo presiede e convoca il Governo e non il Sindacato.

Di  Roberto Martinelli  (inviato il 16/11/2017 @ 22:35:50)


n. 6


Certo che di questo passo sarà meglio trasbordare nella polizia municipale

Di   (inviato il 16/11/2017 @ 18:50:40)


n. 5


Una sola domanda per Roberto Martinelli il rinnovo contrattuale dove finito.

Di  Antonello  (inviato il 16/11/2017 @ 18:46:49)


n. 4


@Roberto Martinelli
Non sono certo io che faccio confusione. Additare il parlamento europeo quale corresponsabile delle gravi e croniche carenze del sistema penitenziario italiano, mi sembra francamente fuorviante e inesatto. Le responsabilità della situazione in cui versano gli istituti italiani é da addebitare solo ed esclusivamente ai nostri politici (quello che penso di loro l'ho già espresso).
La risoluzione politica adottata dal parlamento europeo, non ha fatto altro che ribadire una problematica situazione già fotografata e condannata con la sentenza Torreggiani. La colpevole inerzia della classe politica italiana é stata pertanto stimolata dal consesso continentale. E cosa ci sarebbe di sbagliato? In merito a quanto da lei ribadito circa le espulsioni, rimango ancora più perplesso: le espulsioni sono frutto di trattati bilaterali e quindi, ripeto, cosa c'entra l'U.E.? É forse responsabile della mancanze dei nostri governanti? Incolpare l'U.E. per la mancanza di linee guida tali da omogeneizzare i sistemi penitenziari del vecchio continente é una tesi che definirei avventurosa, per essere delicato. Un'ultima cosa: magari avessi il tempo di portare il cane a spasso, purtroppo, non godendo di permessi o distacchi sindacali, é un lusso che non posso permettermi. La vera forza delle OO.SS. mi sfugge, forse perché non vedo risultati tangibili, stante la cronica criticità in cui versa il sistema carcere, che, vi ricordo, é il nostro luogo di lavoro. Se la situazione é sempre più drammatica e niente sembra migliorare, a cosa servono le OO.SS.? Quale l'utilita' di un'organizzazione che non riesce ad incidere per invertire la rotta e tutelare i lavoratori? Queste non sono "sterili lamentele" ma interrogativi frutto di riflessioni: a volte ascoltare le critiche senza "arroccarsi" potrebbe essere utile per crescere.

Di  Tony  (inviato il 16/11/2017 @ 17:12:41)


n. 3


@Tony
Non facciamo confusione. Primo: il riferimento alla Cedu è fuorviante perché la Cedu non c’entra nulla: nell’articolo si fa infatti riferimento ad una risoluzione politica approvata dal Parlamento europeo il 5 ottobre scorso in cui si è espressa preoccupazione per le condizioni di detenzione nelle carceri di alcuni Stati membri e i "livelli record" di sovraffollamento, citando l'Italia tra i paesi in cui "la situazione rimane problematica".  Risoluzione politica, dunque, che è altra cosa rispetto ad una sentenza Cedu. Secondo: nell’articolo non si parla del ricorso all’espulsione del detenuto straniero come misura alternativa alla detenzione, ma di espellere coloro che, stranieri, in Italia delinquono e sono condannati affinchè scontino la pena nelle carceri dei Paesi di provenienza. Da tempo noi sosteniamo che gli immigrati condannati da un tribunale italiano con una sentenza irrevocabile debbano espiare la pena nelle carceri dei Paesi d'origine, anche senza il consenso dell’interessato. Ma questo non avviene gli accordi bilaterali con i Paesi dai quali provengono i più numerosi detenuti stranieri – Romania, Albania, Marocco, Tunisia, Algeria e Nigeria – o non ci sono o non vengono rispettati perché quei Paesi probabilmente preferiscono non riavere “a casa” questi soggetti. Terzo: salute ed edilizia penitenziaria? L’Unione Europea ha la colpa di non avere adottato linee guida univoche per i Paesi membri, o se le ha adottate non si è premurata di verificare che venissero ‘normate’ dai singoli Statu membri, sì da avere condizioni detentive e lavorative univoche e tese ad omogenizzare il sistema penitenziario europeo così da avere condizioni quanto più possibile simili ti sembra poco, Tony? Quarto e ultimo: il ruolo del Sindacato. Il SAPPE fa e farà sempre tutto quello che gli è consentito per sollecitare, stimolare, interessare, coinvolgere tutte le Istituzioni sul miglioramento delle condizioni lavorative del Personale che rappresenta, ossia le donne e gli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria he svolgono quotidianamente il servizio con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità in un contesto assai complicato per l'esasperante sovraffollamento. Lo fa con i mezzi che la Costituzione e le leggi glielo consentono, con manifestazioni, proposte, convegni, impegno e fatica, tutti i giorni dell’anno. Anche per questo l’impegno del primo Sindacato della Polizia Penitenziaria, il SAPPE, è sempre stato ed è quello di rendere il carcere una “casa di vetro”, cioè un luogo trasparente dove la società civile può e deve vederci “chiaro”, perché nulla abbiamo da nascondere ed anzi questo permetterà di far apprezzare il prezioso e fondamentale – ma ancora sconosciuto - lavoro svolto quotidianamente, lo ripeto, con professionalità, abnegazione e umanità dalle donne e dagli uomini della Polizia Penitenziaria. In tutto questo, probabilmente ci sarà anche chi preferisce portare il cane (da guardia, da compagnia, da riporto) a far pipì e lamentarsi sterilmente di tutto e tutti piuttosto che impegnarsi davvero su questi temi… Non è cosa che ci riguarda.

Di  Roberto Martinelli  (inviato il 16/11/2017 @ 15:57:09)


n. 2


Letto questo articolo, sento il dovere di fare - prima di trarre le relative conclusioni - alcune precisazioni: con la Convenzione di Strasburgo del 1983 (!), recepita nel nostro ordinamento nel 1989, è stata introdotta la misura alternativa dell'espulsione per i detenuti (quindi si parla di definitivi) extracomunitari. Tale normativa doveva essere resa effettiva mediante accordi bilaterali tra Stati, cosa che l'Italia ha fatto con grande difficoltà e che non ha portato a termine con alcuni dei Paesi più coinvolti nei flussi di interesse (soprattutto taluni del Nord Africa). Questa situazione, unita allo smantellamento della magistratura (soprattutto quella di sorveglianza), sia in termini di risorse che di personale, ha reso l’espulsione un evento quasi raro, spesso impraticabile. Quindi l'U.E., che pure non è esente da critiche, non mi sembra sia rimasta inerme ed inerte circa le espulsioni. Vero è che la C.E.D.U. (e non il Parlamento Europeo) ha emesso sentenze contraddittorie in merito ai presunti trattamenti inumani posti in essere nei penitenziari dai diversi Paesi membri (chi tratta a materia ben sa cosa voglio dire), ma è anche vero che l’Italia convive, grazie ad una imbarazzante quanto inconcludente classe politica (probabilmente la meno capace e più rapace che esista nel vecchio continente e non solo) con il cronico problema del sovraffollamento: anche questo è colpa dell’U.E.? L’edilizia penitenziaria, per completare, è di competenza governativa, non certo europea. Ma andiamo avanti; la tutela della salute di ciascun cittadino è un diritto costituzionalmente riconosciuto ed è pertanto materia di pertinenza statale, non europea. Le condizioni igienico sanitarie all’interno degli Istituti Penitenziari sono certamente una grossa criticità ed un notevole rischio per chi, come noi Poliziotti penitenziari, si trova in prima linea nelle sezioni. Chi dovrebbe tutelare i nostri interessi, puntare il faro sulle mancanze del “datore di lavoro”? L’Unione Europea o le OO.SS.? Perché in tutti questi anni i sindacati (tutti) non hanno messo in campo la loro moral suasion, la loro forza rappresentativa per spingere (financo costringere) i nostri politici ad adottare i giusti rimedi ad una situazione così problematica? Mi chiedo e vi chiedo ancora: chi dovrebbe farsi latore delle nostre sacrosante istanze? Chi dovrebbe essere il “cane da guardia” (anche se troppo spesso sembra il cane da compagnia a da riporto) dell’Amministrazione? Insomma – con i fatti – OO.SS. se ci siete, battete un colpo….

Di  Tony  (inviato il 15/11/2017 @ 18:59:30)




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