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Il colpo di spugna che ha cancellato l'Ente Orfani degli Agenti di Custodia


Polizia Penitenziaria - Il colpo di spugna che ha cancellato l'Ente Orfani degli Agenti di Custodia

Notizia del 27/03/2014

in Il Pulpito

(Letto 3085 volte)

Scritto da: Giovanni Battista De Blasis

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Tra le tante “infiltrazioni” nella riforma degli Agenti di Custodia (cioè articoli e articoletti infilati nella normativa che nulla avevano a che fare con la materia trattata) ce n’è stata una che ha cancellato con un colpo di spugna l’Ente Orfani. Infatti, con l’art. 41 della legge 15 dicembre 1990, n 395 (Ordinamento del Corpo di Polizia Penitenziaria) sono stati estesi a tutto il personale dell’Amministrazione Penitenziaria gli interventi sociali previsti dalla legge 24 luglio 1977, n. 616 per le Forze Armate, l’Arma dei Carabinieri, gli altri Corpi di Polizia e i Vigili del Fuoco, mediante la soppressione dell’Ente di assistenza degli orfani degli appartenenti al Corpo degli Agenti di Custodia sostituito dall’Ente di Assistenza per il personale dell’Amministrazione penitenziaria, che ne ha assorbito tutti i beni mobili ed immobili. A tale nuovo Ente, così surrettiziamente esteso al personale civile dell’amministrazione penitenziaria, è stata attribuita personalità giuridica di diritto pubblico e da esso sono state assorbite le precedenti gestioni relative alle mense in comune non obbligatorie, alle sale convegno, agli spacci, ai soggiorni marini e montani, agli stabilimenti balneari, alle rappresentative sportive e agli aggi derivanti dalla vendita dei tabacchi e dei valori bollati presso gli istituti penitenziari, tutte precedentemente ascritte al Corpo degli Agenti di Custodia. Ovviamente, considerata la consistenza numerica del personale dell’amministrazione penitenziaria (40.000 poliziotti: 5.000 impiegati civili), la contribuzione è sostenuta per il novanta per cento dalla Polizia Penitenziaria. E non va dimenticato che anche le sanzioni pecuniarie inflitte al personale del Corpo sono andate ad alimentare le entrate dell’Ente. A completare l’opera, il 30 aprile 1997, fu emanato lo Statuto dell’Ente di Assistenza con il quale è stato istituito un Consiglio di Amministrazione composto dal Capo del Dap e da cinque consiglieri scelti dal Capo del Dap. Il Consiglio di Amministrazione, insomma, è stato consegnato nelle mani del dipartimento in quanto, a fianco del Capo Dap, sono stati, sistematicamente, nominati i direttori e dirigenti di quegli stessi uffici. A fianco (o meglio al di sotto) del Consiglio di Amministrazione lo Statuto ha previsto un Comitato di Indirizzo Generale formato dai componenti del Consiglio di Amministrazione e da un pari numero di rappresentanti delle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative del personale dell’amministrazione penitenziaria.
Sempre con una interpretazione unilaterale e surrettizia, i posti nel Comitato furono suddivisi in 3 rappresentanti della Polizia Penitenziaria e due del personale civile, così che l’ingiustizia fosse completa.
Ovviamente, per tutti gli incarichi sopra accennati fu istituito un gettone di presenza che, nel solo caso del Consiglio di Amministrazione, comportava un onere di spesa superiore ai 50.000 (cinquantamila) euro l’anno. In particolare, l’Ente ha pagato 12.000 euro l’anno al Presidente, 9.000 euro l’anno al Consigliere delegato (peraltro funzione senza riscontro statutario), 8.000 euro ciascuno agli altri componenti (compreso il rappresentante del Ministero del Tesoro) e 4.000 euro al segretario. Di fronte ad una situazione del genere, peraltro consequenziale alla soppressione dell’Ente Orfani degli Agenti di Custodia e all’assorbimento di tutti i suoi beni mobili ed immobili da parte di un nuovo Organismo, ci fu la contestazione delle organizzazioni sindacali – e del Sappe in particolare – che rivendicarono il diritto alla gestione dell’Ente da parte dei suoi stessi contribuenti. Paradossalmente, infatti, chi gestiva materialmente ed economicamente l’Ente non era nemmeno iscritto e non versava una lira nelle sue casse (pur incassando i gettoni di presenza in consiglio di amministrazione). Anche in relazione a questo, le rivendicazioni del Sappe miravano a far entrare rappresentanti del personale nel Consiglio di Amministrazione e a far modificare i criteri di composizione del Comitato di Indirizzo Generale. Purtroppo la cura fu peggiore della malattia.
La risposta del dipartimento fu, come al solito, arrogante e prepotente.
Con DPCM del 21 febbraio 2008 – ancora una volta unilateralmente – fu emanato un nuovo Statuto.
Onde permettere, bontà loro, l’ingresso in Consiglio di Amministrazione di rappresentanti del personale dell’amministrazione penitenziaria fu elevato il numero di componenti (da cinque a sette), così da salvaguardare comunque la presenza degli stessi dirigenti di prima e “aggiungere” due componenti (sempre “scelti” dal Capo del Dap) che rappresentassero, appunto, il personale. Per il Comitato di Indirizzo Generale fu adottata, invece, una soluzione ancor più iniqua con la previsione di un rappresentante per ogni organizzazione sindacale dell’amministrazione, senza alcuna distinzione di categoria e/o di percentuale di rappresentatività.
Il risultato fu la trasformazione del Comitato in “assemblea” con la presenza ad ogni riunione di 32 (trentadue) componenti, dove chi rappresenta 200 (duecento) iscritti ha la stessa rilevanza di chi ne rappresenta 11.000 (undicimila). A queste condizioni, aspramente contestate, il Sappe non ha più partecipato al Comitato di Indirizzo che, peraltro, ha soltanto funzioni consultive.
Nel frattempo, sulla vicenda, sono state avviati numerosi contenziosi giuridici, giurisdizionali e amministrativo-contabili dai quali, prima o poi, siamo convinti che otterremo giustizia.
Tuttavia, purtroppo, ancora oggi i nostri soldi ed i nostri beni, mobili ed immobili, continuano ad essere gestiti dalla dirigenza del Dap che prosegue a fare quel che vuole dell’Ente di Assistenza (è emblematica in tal senso la vicenda dei sussidi funeratizi), senza aver mai versato nemmeno un centesimo nelle sue casse.
E qui, in conclusione, è davvero calzante la citazione di una delle battute più famose del grande Totò:
“E io pago ... !”

 


Scritto da: Giovanni Battista De Blasis
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n. 1


Agrippa spiegò l'ordinamento sociale romano metaforicamente, paragonandolo (come in Esopo) ad un corpo umano nel quale, come in tutti gli insiemi costituiti da parti connesse tra loro, se collaborano insieme sopravvivono, se discordano insieme periscono. E che, effettivamente, se le braccia (il popolo) si rifiutassero di lavorare, lo stomaco (il senato) non riceverebbe cibo. Ma ribatté che, dove lo stomaco non ricevesse cibo, non lavorerebbe e non lavorando tutto il corpo, braccia comprese, deperirebbe per mancanza di nutrimento. La situazione fu ricomposta ed i plebei fecero ritorno alle loro occupazioni, dimenticando che nel corpo umano la distribuzione del nutrimento dallo stomaco alle membra è inevitabile, mentre nella società ciò non sempre accade.

...Il tempo passa... INVANO!

Di  Anonimo  (inviato il 28/03/2014 @ 09:07:47)




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