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Il dramma dei suicidi e delle morti in carcere


Polizia Penitenziaria - Il dramma  dei suicidi  e delle morti in carcere

Notizia del 22/04/2010

in Il Commento

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Scritto da: Roberto Martinelli

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Con la morte Daniele Bellante, 31 anni, avvenuta il 13 aprile scorso nel carcere romano di Rebibbia, sale a 20 (5 gli extracomunitari) il totale dei detenuti suicidi dall’inizio dell’anno. 
Il dato ufficiale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ripreso dall’agenzia di stampa Ansa, è addirittura superiore all’ultima stima del Centro di documentazione sul carcere Ristretti Orizzonti di Padova, che conta invece 18 suicidi in cella. 
Se è vero che il reale motivo di talune morti resta da chiarire (alcuni detenuti sono stati trovati privi di vita dopo aver utilizzato il butano delle bombolette da camping come sostanza stupefacente e non per suicidarsi), quel che emerge scorrendo l’elenco del Dap è che solo sei detenuti stavano scontando una condanna definitiva. Gli altri erano per lo più in attesa di primo giudizio (in sei), oppure ricorrenti contro una sentenza di primo grado o di appello (due detenuti), internati in case lavoro (i due che si sono tolti la vita a Sulmona), oppure con situazione giuridica mista (quattro). Il 2009 è stato l’anno nero delle morti nelle carceri italiane (72 suicidi), ma da come è cominciato il 2010 il dato rischia di essere ben piu’ pesante tra otto mesi. 
Il sovraffollamento (67.206 detenuti al 31 marzo scorso contro una capienza regolamentare di 44.236 posti e un limite tollerabile di 66.979 posti) di certo non aiuta sotto il profilo psicologico coloro che per la prima volta mettono piede in carcere o che sono in attesa di giudizio. 
E’ ovvio e comprensibile che il drammatico fenomeno dei suicidi in carcere ci preoccupa. 
La carenza di personale di Polizia Penitenziaria (oltre 6 mila carenze in organico!), di educatori, di psicologi  e di Personale medico specializzato, il sovraffollamento dei carceri italiani è tema che si dibatte da tempo, senza soluzione, ed è concausa di questi tragici episodi. 
Anche il passaggio della sanità penitenziaria al servizio nazionale pubblico (ultimo atto del fu Governo Prodi che venne assunto contro il parere di tutti gli operatori del settore) ha indubbiamente determinato problemi all’assistenza (anche psicologica) ai detenuti. E per colpa di queste scelte sbagliate, il personale di Polizia Penitenziaria è stato ed è spesso lasciato solo a gestire all’interno delle nostre carceri moltissime situazioni di disagio sociale. 
Un importante studio dell’Organizzazione mondiale della Sanità, agenzia specializzata dell’Onu per la salute, sulla prevenzione del suicidio nelle carceri, ha messo in evidenza come i detenuti, come gruppo, hanno tassi di suicidio più elevati rispetto alla comunità. 
All’interno degli istituti di pena non solo vi è un numero maggiore di comportamenti suicidari, ma gli individui che subiscono il regime di detenzione presentano frequenti pensieri e comportamenti suicidari durante tutto il corso della loro vita. 
I detenuti in attesa di giudizio e i detenuti condannati hanno un tasso di tentativo di suicidio rispettivamente di 7.5 e 6 volte maggiore dei maschi nella popolazione generale. 
Questi dati ci riportano anche a un problema di base riguardante le cause del suicidio in ambiente carcerario. Da una parte, le persone che infrangono la legge portano con sé diversi fattori di rischio per il suicidio (importano il rischio), e tra di loro il tasso di suicido continua ad essere più elevato anche dopo la scarcerazione. 
Ciò non significa che l’ambiente detentivo non abbia un impatto nello sviluppo degli atti suicidari, e d’altra parte è proprio quando questi individui vulnerabili sono all’interno dell’istituzione carceraria, e quindi raggiungibili, che andrebbero trattati. In più, la detenzione in sé e per sé è un evento stressante anche per i detenuti sani, in quanto priva la persona di risorse basilari. 
Tra i fattori di rischio individuali che, se presenti in qualsiasi combinazione, potrebbero contribuire ad innalzare il rischio suicidario tra i detenuti è stato messo in evidenza l’impatto psicologico dell’arresto e dell’incarcerazione, le crisi di astinenza dei tossicodipendenti, la consapevolezza di una condanna lunga, o lo stress quotidiano della vita in carcere possono superare la soglia di resistenza del detenuto medio, e a maggior ragione di quello a rischio elevato. 
Ma non si può e non si deve chiedere unicamente al Personale del Corpo di  accollarsi la responsabilità di tracciare profili psicologici che possano eventualmente permettere di intuire l’eventuale rischio di autolesionismo da parte dei detenuti. 
Noi questo, nonostante tutto, già lo facciamo. Se non fosse infatti per la professionalità, l’attenzione, il senso del dovere dei poliziotti penitenziari le morti per suicidio in carcere sarebbero molte di più di quelle attuali. 
Il nostro Corpo è costituito da persone che nonostante l’insostenibile, pericoloso e stressante sovraffollamento credono nel proprio lavoro, che hanno valori radicati e un forte senso d’identità e d’orgoglio. Persone che lavorano ogni giorno, nel silenzio e tra mille difficoltà ma con professionalità, umanità, competenza e passione nel dramma delle sezioni detentive italiane. 
I poliziotti e le poliziotte penitenziari italiani nel solo 2008 sono intervenuti tempestivamente in carcere salvando la vita a ben 683 detenuti che hanno tentato di suicidarsi ed impedendo che i 4.928 atti di autolesionismo posti in essere da altrettanti ristretti potessero degenerare ed ulteriori avere gravi conseguenze. 
Si pensi che la pertinente Commissione dipartimentale, presieduta dal Capo del Dipartimento, ha conferito nel 2008 e nel 2009 ben 292 ricompense (1 encomio solenne, 36 encomi, 252 lodi e 2 premi in denaro)  a donne e uomini della Polizia Penitenziaria che si sono contraddistinti per atti di coraggio ed altruismo, come – moltissimi - il salvare la vita a detenuti che stavano tentando di ammazzarsi in cella! 
Questo è un aspetto importante della realtà quotidiana della professione del poliziotto penitenziario, che andrebbe anche mediaticamente messo in particolare evidenza. 
Credo che il numero dei suicidi e delle morti in carcere potrebbero ridursi per effetto di una revisione complessiva ed organica del sistema penitenziario. 
E’ allora auspicabile che il Piano carceri del Governo trovi una prima urgente applicazione nelle parti in cui si prevedono interventi normativi finalizzati ad assumere 2mila Agenti di Polizia Penitenziaria e a introdurre la possibilità di detenzione domiciliare per chi deve scontare solo un anno di pena residua e di messa alla prova (eventualmente avvalendosi anche di procedure di controllo come il braccialetto elettronico, che ha finora fornito in molti Paesi europei una prova indubbiamente positiva) delle persone imputabili per reati fino a tre anni, che potranno così svolgere lavori di pubblica utilità. 

In questo contesto di elevate criticità, è ora che la Politica (quella con la “P” maiuscola, se ancora esiste) metta da parte le polemiche e si impegni per una nuova politica della pena, necessaria e non più differibile, che ripensi organicamente il carcere e l’Istituzione penitenziaria, varando una legislazione penitenziaria che preveda un maggiore ricorso alla misure alternative alla detenzione, delineando nel contempo per la Polizia Penitenziaria un nuovo impiego ed un futuro operativo, al di là delle mura del carcere, parallelamente all’affermarsi del suo ruolo quale quello di vera e propria polizia dell’esecuzione penale. 


Scritto da: Roberto Martinelli
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