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In memoria del Maresciallo Calogero Di Bona: torturato e ucciso dalla mafia il 28 agosto 1979


Polizia Penitenziaria - In memoria del Maresciallo Calogero Di Bona: torturato e ucciso dalla mafia il 28 agosto 1979

Notizia del 28/08/2016

in Memoria del Corpo

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Scritto da: Redazione

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Vice comandante del reparto della casa circondariale di Palermo, Calogero Di Bona era entrato a far parte del Corpo degli Agenti di Custodia come semplice Guardia nel 1964 fino a diventare maresciallo ordinario. Il 28 agosto 1979 scomparve misteriosamente da Palermo al termine di una giornata di lavoro. Il giorno dopo avrebbe compiuto trentacinque anni e la maggior parte della sua carriera l'aveva trascorsa lavorando presso il primo istituto penitenziario del capoluogo siciliano (Ucciardone).

 

LA SCOMPARSA

Le cronache di allora parlarono di lupara bianca, una modalità spesso usata da Cosa nostra per far sparire i corpi privi di vita senza lasciare alcuna traccia ma anche di un regolamento di conti. La moglie del maresciallo Di Bona disse che il marito quel giorno uscì per andare a prendere un caffè, dopo che aveva accompagnato lei e i figli dalla nonna, dicendo che sarebbe tornato presto: dal quel momento non lo vide più.

Le indagini furono affidate per quanto riguarda la magistratura al giudice Rocco Chinnici che in seguito disse che la misteriosa scomparsa di Di Bona era strettamente legata al lavoro che svolgeva all'interno del carcere Ucciardone, essendo egli un servitore fedele dello Stato, sempre ligio al proprio dovere, non riuscendo però il magistrato ad accertarne la causa precisa.

Con l'assassinio di Chinnici, avvenuta il 29 luglio 1983, con un'autobomba al tritolo e nella quale morirono insieme a lui i due carabinieri di scorta: il maresciallo Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile in cui abitava, Stefano Li Sacchi si perse anche la speranza da parte dei familiari di sapere come andarono realmente le cose e a distanza di tanto tempo non si è riusciti ancora a scoprire la verità.

 

LE MOTIVAZIONI DELL'OMICIDIO

Adesso, il collegio presieduto dal giudice Fabio Marino ha depositato le motivazioni della sentenza. E per la prima volta viene raccontata tutta la storia del maresciallo Di Bona, eroe antimafia suo malgrado in una città che guardava dall'altra parte.

In quei giorni, il boss Michele Micalizzi e altri cinque mafiosi avevano pestato a sangue uno degli agenti della squadra di Di Bona. Ma la direzione del carcere non aveva preso alcun provvedimento per i responsabili del raid. Accadde l'imprevisto: una lettera anonima scritta da alcuni agenti della penitenziaria denunciò l'accaduto non solo alla procura generale, ma anche al giornale L'Ora. «Se fosse stato un altro detenuto veniva subito isolato — accusavano — invece il bastardo, condannato a 20 anni per l'uccisione del nostro compianto collega Cappiello, viene trattato con i guanti bianchi». Scattò un'ispezione al Grand hotel Ucciardone dopo quella lettera. I mafiosi andarono su tutte le furie, rapirono Di Bona per tentare di conoscere i nomi degli autori dell'anonimo.

Fece una terribile fine il comandante della squadra degli onesti. «Quel giorno dovevamo strangolare anche due ladruncoli dello Zen», racconta il pentito Francesco Onorato, che non sa neanche il nome di quei ragazzi ribelli. «Tutto andò bene. Dei ladri dello Zen non se ne parlò, perché era una cosa di routine. Invece, Di Bona era una cosa eclatante, venne portato da Liga, poi strangolato e bruciato su una graticola». Onorato non tralascia alcun particolare: «Il cadavere si strangolava sopra una coperta, così se usciva, scusando l'espressione, un po' di pipì o un po' di sangue, rimaneva tutto lì. Non restava un capello. Poi portavamo i cadaveri a Liga, che li metteva anche dentro il forno del pane. Lui diceva sempre: non facciamo che li avete spogliati tutti, mi avete lasciato qualche cosa? Tipo collane, portafogli. Lui si prendeva queste cose. Era la sua ricompensa ».

repubblica.it

 

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LE INDAGINI DELLA DDA DI PALERMO

La Direzione investigativa antimafia di Palermo ha scoperto, dopo oltre trent'anni, i colpevoli dell'omicidio del maresciallo Calogero Di Bona, vice comandante, nel 1979, degli Agenti di Custodia del carcere Ucciardone di Palermo. L'attività investigativa, coordinata dalla Dda di Palermo, ha permesso di raccogliere elementi probatori nei confronti del capomafia Salvatore Lo Piccolo, 70 anni, ergastolano, e del boss Salvatore Liga, 81 anni, anch'egli all'ergastolo e attualmente agli arresti ospedalieri.

(aggiornamento 27 marzo 2013 - Omicidio Maresciallo Calogero Di Bona: rinviati a giudizio boss mafiosi, processo a giugno

Attirato in un tranello, strangolato e bruciato dentro un forno. La morte di Calogero Di Bona è agghiacciante. C'è tutta la crudeltà di cui sono capaci gli uomini di Cosa nostra. 

La recente inchiesta della Dia svela l'ennesimo orrore di Cosa nostra. L'esistenza di un forno che chissa' quanti corpi ha bruciato. Si trova in un terreno nella zona residenziale di Citta' Giardini.

 

 

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Di Bona, già riconosciuto fra le vittime del dovere, scomparve una sera di fine agosto del 1979. Aveva 35 anni e tre figli che non avrebbe visto crescere. Tre decenni dopo un avviso di conclusione delle indagini è stato notificato al capomafia di San Lorenzo, Salvatore Lo Piccolo, e all'ottantenne Salvatore Liga, anziano boss di Partanna Mondello, anche lui detenuto. Sarebbero loro gli autori del macabro delitto. Un risultato a cui si è giunti grazie all'ostinazione dei familiari della vittima, che mai hanno smesso di cercare la verità, al lavoro degli agenti della direzione investigativa antimafia di Palermo e della Procura che ha istituito uno speciale pool sui delitti irrisolti. Ne fanno parte i pubblici ministeri Lia Sava e Francesco del Bene, coordinati dall'aggiunto Vittorio Teresi subentrato a Ignazio De Francisci, oggi avvocato generale.

Sono stati i figli di Di Bona a chiedere la riapertura dell'inchiesta sulla morte del padre. Lo hanno fatto scovando su Internet, per caso, le dichiarazioni del pentito Gaspare Mutolo. Dalle pagine del mensile S i familiari lanciarono un invito a cercare fra atti giudiziari ormai polverosi, mentre gli avvocati Oriana ed Emanuele Limuti presentavano un'istanza in Procura. Gli accertamenti sono stati affidati agli agenti della Dia diretti dal capo centro di Palermo, Giuseppe D'Agata.

Mutolo, killer al soldo di Totò Rina e Saro Riccobono, il 7 giugno 1994, chiamò in causa Salvatore Lo Piccolo, che di Riccobono, boss di Partanna Mondello, era stato l'autista. Il capomafia di San Lorenzo, che allora iniziava la sua ascesa criminale, avrebbe avuto un ruolo nella lupara bianca che inghiottì Di Bona, vicecapo dei "secondini" dell'Ucciardone, come li chiamavano un tempo.

Cosa avvenne in quei giorni. Di Bona finisce il turno di lavoro. Ad aspettarlo a casa ci sono la moglie, Rosa Cracchiolo, e i suoi tre figli. Pranzano assieme. Poi, il padre, come sua abitudine, si ritira in camera per riposare. Nel pomeriggio accompagna la famiglia da alcuni parenti. “Passo a prendervi per cena”, dice alla moglie. E così quando la donna non lo vede rientrare si preoccupa. L'ansia diventa angoscia. Lo cercano a Sferracavallo, nei posti che era abituato frequentare. Niente. Di lui non c'è traccia. Alle sei del mattino successivo una pattuglia di militari trova la sua auto, una Fiat 500, parcheggiata in via dei Nebrodi, all'incrocio con via Alcide De Gasperi. Gli sportelli sono aperti. La Procura apre un'inchiesta contro ignoti. Due anni di indagini che a nulla approdano. E così, l'allora giudice istruttore Rocco Chinnici, il 5 marzo del 1981, è costretto a chiudere il caso, pur scrivendo che "la morte deve essere ricercata nei fatti strettamente collegati alla sua attività all'interno della casa circondariale. La riprova di ciò si ritrova nelle modalità di esecuzione del crimine, modalità tipicamente mafiose”.

Quali erano i fatti avvenuti all'Ucciardone? Qualche giorno dopo la scomparsa di Di Bona in Procura giunge un esposto firmato da un gruppo di agenti di Polizia Penitenziaria che descrivono un carcere dove i mafiosi fanno i loro comodi. Protetti dalla compiacenza di alcuni agenti. Sono anni in cui basta solo nominare un padrino per far tremare le celle. “Carcere di mafia” scrivono gli agenti che fanno un nome e cognome: Michele Micalizzi. Micalizzi, 30 anni, di Pallavicino, non è l'ultimo arrivato. Intanto è genero di Riccobono e sta pure scontando 24 anni per l'omicidio dell'agente Cappiello, ucciso il 2 luglio del 1975. Micalizzi, scrivono gli agenti, sarebbe l'autore del pestaggio di un collega, tale Angiullo, avvenuto all'interno del carcere. Un fatto gravissimo per il quale non è stato stilato neppure un rapporto. Perché? Forse perché Micalizzi attende che si concluda il processo d'appello per omicidio che lo vede imputato e i termini di custodia cautelare stanno per scadere. L'episodio del pestaggio avrebbe potuto “trattenerlo” in carcere. Nei giorni successivi, il sostituto procuratore Giuseppe Prinzivalli ascolta tutti coloro che sono coinvolti nella vicenda. Di Bona compreso. Le indagini, però, si chiudono con un nulla di fatto.

Nel giugno del 1994, nel carcere romano di Rebibbia, si celebra un'udienza del processo a Bruno Contrada, l'ex capo dei servizi segreti successivamente condannato. Il pubblico ministero Antonio Ingroia sta interrogando Gaspare Mutolo che a un certo punto dice: "Io so, nell'81, in un discorso che io c'ho con Riccobono per altri discorsi, di un omicidio di un certo Di Bona, il maresciallo degli Agenti di Custodia, che Salvatore Lo Piccolo se lo va a prendere”. L'appuntamento, racconta Mutolo, è all'interno di un notissimo ristorante a Sferracavallo.: .

I primi ad accorgersi del verbale di Mutolo sono stati i familiari di Di Bona. Il figlio Giuseppe ha scovato il verbale di Mutolo su internet. Assieme al fratello Ivan affidarono il loro sfogo alle colonne di S: “Se c'è una strada investigativa deve essere percorsa. Il vuoto investigativo, le tenebre come le chiamo io, sono mortificanti. Speriamo che si possa fare chiarezza. Trovare un colpevole per la morte di nostro padre sarebbe per noi un grande aiuto psicologico”. I fratelli Di Bona raccontarono anni difficili segnati dalla diffidenza di “parenti che ci tenevano lontano, ci facevano una colpa della scomparsa di papà. Per anni siamo stati i figghi di Lino, quello che spiriu”. Ed ancora "di colleghi che si sono via via allontanati, solo in pochi, si contano sulle dita di una mano, ci sono rimasti vicini". Sono quelli che gli hanno raccontato la storia di “un gentiluomo che indossava la divisa e pretendeva che i colleghi la rispettassero".

L'anno scorso sono stati sentiti diversi collaboratori di giustizia. Ai magistrati è toccato ascoltare l'agghiacciante ricostruzione di un delitto. “Lo Piccolo Salvatore, uomo d’onore della famiglia di Tommaso Natale, sapendo che Di Bona frequentava un bar ristorante sito nella piazza di Sferracavallo lo avvicinò e lo condusse con un pretesto presso il fondo di Tatuneddu, così era soprannominato Salvatore Liga. Erano presenti, oltre a Liga, Salvatore MIcalizzi e Lo Piccolo, anche Bartolomeo Spatola (anche lui sarebbe stato ammazzato), il fratello Antonino e Rosario Riccobono”. Tutta gente morta tranne Lo Piccolo e Liga.

Gaspare Mutolo ha aggiunto, sempre di recente, i particolari di quella riunione di morte in un casa di fondo De Castro, allo Zen: “Riccobono chiede a Di Bona notizie sulla situazione carceraria ed in particolare sugli autori delle lettere anonime con le quali si insultavano i mafiosi". Poi, “gli si pose una corda al collo”. Gaetano Grado ha concluso il racconto dell'orrore : “Quando l’indomani a noi andiamo allo Zen mi hanno raccontato solo che era tutto apposto e che il lavoro fatto da Tatuneddu Liga... quando c’era di bisogno di strangolare qualche persona... diciamo che quasi quasi si facevano sempre da Tatuneddu Liga, perché poi lui gli scioglieva nell'acido .. omissis... mi hanno detto che l’hanno messo dentro il forno di Tatuneddu Liga, il forno, un forno dov’è che si .. lui faceva il pane…”.

livesicilia.it

 

IL RICORDO DELLA MOGLIE (2006)

«Tutto accadde dopo una intensa giornata di lavoro all’Ucciardone, – ricorda la moglie –. Dopo averci accompagnato a casa della nonna uscì per prendere un caffè dicendo che sarebbe ritornato da lì a poco. Il mancato rientro di mio marito dopo un’ora, non mi preoccupò perché pensai che si fosse dovuto recare all’Ucciardone per qualche improvviso problema. Ma col passare del tempo capii che qualcosa doveva essere successo. Dopo aver chiamato alcuni colleghi al carcere e avendo saputo che lì non era andato, avvisai subito i carabinieri della zona. Le ricerche furono avviate subito e dopo un paio di giorni fu ritrovata l’auto, ma di mio marito nessuna traccia. Dell’istruttoria – continua a ricordare la signora Cracchiolo – se ne occupò il Giudice Rocco Chinnici, anch’egli valoroso servitore dello Stato, il quale appurò che le cause della scomparsa di mio marito dovevano essere ricercate nell’ambito del suo lavoro. Ma con la morte del Giudice Chinnici moriva anche la speranza mia e dei miei figli di conoscere il motivo per il quale mio marito perse la vita. Da allora – conclude Rosa Cracchiolo – sono trascorsi 27 anni e per la mia famiglia questi anni sono trascorsi con un dolore vivo al cuore per la perdita di un marito gentiluomo, di un padre meraviglioso per i nostri figli e per un uomo che ha creduto sempre nella Giustizia e per la quale ha indossato una divisa fino a perdere la vita. La mia famiglia ringrazia lo Stato, che con le misure a favore delle vittime del dovere ci è stato vicino, e i colleghi che ancora oggi lo ricordano con affetto».

 

Anche Di Bona, come numerose altre vittime, dopo essere stato strangolato è stato bruciato. Il mandante dell'efferato delitto fu il sanguinario capo mandamento di Tommaso Natale, Rosario Riccobono, scomparso per lupara bianca, che, oltre ai nuovi indagati, coinvolse altri mafiosi, oggi deceduti, nella progettazione ed esecuzione del delitto.

Rosario Riccobono, allora capo del mandamento mafioso di Tommaso Natale, ordinò il sequestro e l'omicidio del maresciallo Di Bona perchè lo riteneva responsabile di un ipotetico pestaggio subito in cella da Michele Micalizzi, uomo d'onore e nel '79 già legato da vincoli sentimentali a Margherita Riccobono, figlia del boss.

Micalizzi fu condannato, il 23 novembre '79 a otto mesi perchè riconosciuto colpevole del reato di lesioni in danno di un agente penitenziario, anche se non si fa menzione alcuna dell'episodio che avrebbe scatenato le ire di Riccobono. Ma le attuali indagini dimostrano che l'omicidio risulta comunque correlato alla vicenda Micalizzi, che risale al 6 agosto '79, quando Di Bona fu dirottato presso la famigerata IV sezione del carcere - che fungeva anche da infermeria - dove si trovavano i mafiosi più pericolosi. La giovane guardia, constatato che quei reclusi si muovevano troppo liberamente, aveva provato a far rientrare alcuni nelle loro celle, provocando una violenta reazione che costrinse Di Bona a recarsi al pronto soccorso. Sarebbe stato naturale denunciare l'accaduto, ma così non fu.

Ma le cose non andarono come auspicato dai boss mafiosi coinvolti nel fatto: una lettera di denuncia, scritta da anonimi agenti penitenziari, venne inviata alla procura, al ministero e a due quotidiani cittadini, che, però, la pubblicarono soltanto dopo l'avvenuta scomparsa del maresciallo Di Bona. Ed ebbe così inizio un escalation di episodi intimidatori, culminati nel sequestro e successivo omicidio del sottufficiale, portato al cospetto di Cosa nostra per indicare gli autori di quella missiva che oltraggiava Micalizzi. Per molti anni sulla vicenda calò il silenzio.

www.gds.it

 

Calogero Di Bona - Maresciallo del Corpo degli Agenti di Custodia - nato a Villarosa (EN) il 29/08/1944 in servizio presso la Casa Circondariale di Palermo.

Riconosciuto "Vittima del Dovere" ai sensi della Legge 466/1980 dal Ministero dell'Interno ed alla sua memoria sono intitolate la Caserma Agenti del Reparto di Polizia Penitenziaria dell'istituto palermitano "Pagliarelli" e, dal 28.08.2009 l'aula consiliare del Comune di Villarosa (EN) città natale del Caduto.

 

La morte del Maresciallo eroe che si oppose al "Grand hotel"

 

La lupara bianca di Di Bona: ergastolo per Lo Piccolo e Liga

 

Mafia, i pentiti svelano un delitto di 30 anni fa. Ecco il forno crematorio di Cosa nostra

 

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Scritto da: Redazione
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Commenti Commenti dei lettori

n. 4


Onore al M.llo Di Bona vittima della mafia, e per tutti i colleghi che come Lui hanno pagato con la loro vita per attaccamento al dovere e senzo di appartenenza. W gli ex A. di C. -- W la polizia penitenziaria.

Di  Anonimo 7  (inviato il 28/08/2016 @ 22:16:29)


n. 3


Onore e Gloria a questo collega. Altri tempi.
Oggi è cambiato tutto, anche il modo di affrontare alcuni temi.
Solo chiacchiere e scarsa politica. La gestione attuale dei carcerati è del tutto fallimentare. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Una volta ti ammazzavano, oggi ti sfottono perché capiscono che abbiamo le mani legate.
Schifo, schifo, schifo

Di  aninimo  (inviato il 28/08/2016 @ 12:12:05)


n. 2


Per non dimenticare gli uomini del glorioso Corpo del Agenti di Custodia.

Di  un vecchio AA.CC  (inviato il 28/08/2016 @ 11:33:29)


n. 1


onore al maresciallo DI BONA,affinchè sia fatta giustizia .
mike.

Di  Anonimo  (inviato il 14/12/2012 @ 17:10:41)




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