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In memoria di Giuseppe Montalto, Agente Scelto di Polizia Penitenziaria ucciso dalla mafia il 23 dicembre 1995


Polizia Penitenziaria - In memoria di Giuseppe Montalto, Agente Scelto di Polizia Penitenziaria ucciso dalla mafia il 23 dicembre 1995

Notizia del 23/12/2016

in Memoria del Corpo

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Scritto da: Redazione

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Giuseppe Montalto, Agente Scelto di Polizia Penitenziaria, nato a Trapani il 14 maggio 1965 e ucciso dalla mafia a Trapani il 23 dicembre 1995.

prestò prima servizio al carcere Le Vallette di Torino. Era in servizio da un paio d'anni al carcere dell'Ucciardone di Palermo, nella sezione di massima sicurezza, quella riservata ai boss mafiosi.

Ucciso l'antivigilia di Natale da due killer a Palma, una frazione di Trapani, davanti alla casa del suocero, presenti la moglie incinta e la figlia di 10 mesi[2]. Il delitto fu considerato un avvertimento dei vertici di Cosa Nostra nei confronti del trattamento dei boss nelle carceri. Anni dopo un pentito, Francesco Milazzo, rivelò che fu ucciso perché aveva sequestrato un bigliettino fatto arrivare in carcere ai boss Mariano Agate, Raffaele Ganci e Giuseppe Graviano.

Era il 23 dicembre del 1995 quando in contrada Palma, Giuseppe Montalto fu assassinato davanti gli occhi della moglie: erano in auto, fermi, sul sedile posteriore la loro figlioletta, Federica di 10 mesi. La moglie Liliana ancora non lo sapeva, ma in grembo stava crescendo un'altra loro figlia, Ilenia.

Giuseppe Montalto Giuseppe Montalto
Giuseppe Montalto Giuseppe Montalto
Giuseppe Montalto Giuseppe Montalto
Giuseppe Montalto Giuseppe Montalto

 

L’OMICIDIO DI GIUSEPPE MONTALTO

Giuseppe Montalto fu ammazzato l’antivigilia di Natale di 17 anni fa. Quando fu ucciso era in procinto di salire sulla sua auto, una Fiat Tipo targata Torino, dopo essersi fermato davanti alla casa dei suoceri, in contrada Palma, per portare loro delle bombole di gas. In auto era rimasta seduta sul sedile anteriore del passeggero la moglie, la giovanissima Liliana Riccobene, che ancora non sapeva di essere in attesa della seconda figlia, Ilenia, che mai conoscerà il padre; in braccio Liliana teneva la primogenita, Federica, di 10 mesi. Arrivarono i killer, due uomini, con giubbotti neri e passamontagna: uno di loro sparò, Giuseppe vide sicuramente quelle canne di fucile che minacciosamente gli venivano puntate contro, Liliana invece sentì solo uno, due colpi, dei botti che dapprima le sembrarono dei petardi, per poi vedere invece Giuseppe caderle addosso, come a proteggere lei e la bambina. Liliana chiese al marito cosa stesse accadendo mentre vedeva andare in frantumi il vetro dello sportello del lato guida, ma non ebbe risposta perché nel frattempo ci fu un altro colpo ancora, quello di grazia, alla testa.

Maria Gabriella Riccobene, sorella di Liliana, ha raccontato al processo di avere visto distintamente due uomini allontanarsi solo dopo che uno dei due si era proteso dentro l’auto come a volersi accertare dell’effettiva morte.

Il killer era Vito Mazzara, «capo famiglia» di Valderice, professionista che vestiva la divisa azzurra nei campionati nazionali di tiro a volo. Ma era un uomo della mafia e non dello sport. Il processo ha sentenziato che fu lui a uccidere, ma non era solo quella sera. A raccontare il delitto è stato il pentito Francesco Milazzo, ex uomo d’onore di Paceco, uomo d’onore che aveva allevato i suoi figli con i valori dell’onorata società, figli cresciuti tanto bene da rinnegare il padre quando questi decise di collaborare con la giustizia. Milazzo ha fatto i nomi di Vito Mazzara e Franco Orlando, consigliere comunale del Psi a Trapani, all’epoca segretario particolare del deputato regionale Bartolo Pellegrino, che in Corte di Assise andò a testimoniare a suo favore. La cosidetta “monochiamata” di Milazzo non servì alla condanna e Orlando fu assolto dal delitto, ma condannato per associazione mafiosa.

Con lui c'era un secondo killer rimasto senza volto. «Uno che è un pericolo con la "scupetta"» disse di Mazzara (ex campione di tiro a volo) l'ex uomo d'onore di Marsala Antonio Patti. Vito Mazzara era il killer di fiducia della cupola mafiosa trapanese. Omicidi commessi con eguale tecnica, fucile semiautomatico calibro 12, e sempre una Fiat Uno usata per arrivare e fuggire via. Come quell'antivigilia di Natale del 1995 a Palma, Montalto fu ucciso da due colpi di fucile calibro 12, l'auto usata dai killer, una Fiat Uno, rubata a Marsala, fu trovata bruciata il 25 dicembre sotto un cavalcavia a Bonacerami. Il delitto Montalto sarebbe stato solo uno degli omicidi che lui avrebbe commesso. E ricorda molto quello di Mauro Rostagno (settembre 1988).

Per il delitto sono stati condannati all'ergastolo Matteo Messina Denaro, Vincenzo Virga e Vito Mazzara e il palermitano Nicolò Di Trapani, boss di Resuttana.

 

IL MOVENTE DELL’OMICIDIO

In quei giorni i killer agli ordini del capo mafia di Trapani Vincenzo Virga si stavano preparando a commettere un altro omicidio. Il pentito Francesco Milazzo, che raccontò i retroscena dell’omicidio Montalto, raccontò che obiettivo della mafia erano due investigatori, il maresciallo dei carabinieri Bartolo Santomauro e uno dei poliziotti che aveva cominciato a dare filo da torcere alla cupola, il dirigente della Squadra Mobile Giuseppe Linares. In seguito arrivò una richiesta specifica da Palermo attraverso i mafiosi di Salemi. Milazzo ha ricostruito un colloquio avuto con Vito Mazzara al quale disse che era arrivato «l’ordine di fermarsi, bisognava fare altro, si doveva uccidere uno “sbirro” per fare un regalo di Natale a qualche amico che si trovava in carcere». C’era stata una riunione di mafia a Salemi, un summit, durante il quale un mafioso palermitano parlò per dire ai mafiosi trapanesi che era arrivato un messaggio da “Ninuccio”, ossia Nino Madonia, indiscusso capo mafia di Palermo. “Ninuccio manda a dire, dice, che vuole fatta una cortesia, voleva eliminata una guardia carceraria” perché “si comportava male”. Il pentito Giovanni Brusca, anche lui presente, in Corte di Assise ebbe a spiegare che “questa eliminazione aveva un valore simbolico di monito nei confronti delle altre guardie carcerarie in quanto in quel periodo circolava la voce che nelle carceri di Pianosa e dell’Asinara si verificavano maltrattamenti ai danni dei detenuti”. Proprio nei mesi precedenti, in carcere Nino Madonia aveva avuto modo di dire: “Non ci dimentichiamo quello che ci stanno facendo passare, dobbiamo, finché viviamo, non dimenticare tutte queste cose che ci stanno facendo”.

I capi mafia di Trapani, ebbero anche l'aiuto di una «gola profonda» dentro l''ufficio della Motorizzazione per individuare chi fosse quell'agente: dal carcere infatti avevano fatto sapere che quello da uccidere aveva una Fiat Tipo targato Torino. E così Giuseppe Montalto fu individuato.

Il passa parola tra i mafiosi trapanesi fu immediato: “Dobbiamo vedere di fare il più presto possibile, così per Natale ci facciamo un regalo a qualche amico che è in carcere…”. Con il delitto di Giuseppe Montalto i detenuti al 41 bis “si facevano il Natale più allegro”.

Un omicidio per il quale i boss si erano messi pure a gara per eseguirlo. L'alcamese Nino Melodia ebbe a lamentarsi del fatto che alla fine Giovanni Brusca, uomo d'onore di San Giuseppe Jato, che nel 1995 faceva il latitante tra le campagne di Trapani e Valderice, non gli disse più nulla. L'ordine di morte era arrivato dall'Ucciardone. Dai boss palermitani, dai Madonia: «Ninuccio manda a dire che vuole fatta una cortesia, vuole eliminata una guardia carceraria che "si comporta male"».

Anni dopo, nel 1999, un’intercettazione della squadra Mobile colse il colloquio tra due cugini di Virga, Franco e Baldassare: «A pecora mia “dammaggio” non ne fa, ma sempre pecora è», così, con questa frase tipicamente trapanisi, Vincenzo Virga spiegava a loro perché Giuseppe Montalto era stato ucciso, nell’immaginario crudele dei mafiosi la pecora era lui, lui era l’animale, perché faceva il suo lavoro onestamente, e aveva fatto tanto danno da meritare di essere ucciso, una frase calzante nello scenario di Trapani, dove l’illegalità è diventata sistema legale, e chi vuole essere onesto finisce per passare per disonesto. Montalto, perché onesto, aveva fatto e poteva fare ancora danno a Cosa nostra.

 

LE MINACCE AI POLIZIOTTI PENITENZIARI

I mesi precedenti al delitto erano stati ad alta tensione dentro il carcere dell’Ucciardone, circostanza che si apprenderà non durante le indagini sul delitto Montalto, ma durante il processo. Liliana Riccobene, sentita dai giudici, raccontò di quello che alcuni colleghi del marito andarono a dirle facendole visita per il lutto, anche se alcuni in seguito negarono, tanto che in Corte di Assise furono necessari imbarazzanti confronto tra qualcuno di loro e la vedova dell’agente. E così durante il dibattimento si apprese che “girava voce” dentro il IX braccio dell’Ucciardone, quello del 41 bis, che “era giunta l’ora di farla pagare a qualcuno”. Si apprese che due agenti penitenziari erano stati intimiditi, ad uno fecero trovare una foto dei giudici Falcone e Borsellino, ritagliata dai giornali, sul sedile della sua auto; ad un altro dapprima dei proiettili, poi falsi colleghi erano andati a cercarlo a casa della madre che però insospettita non aprì loro la porta dell’abitazione. Tutto questo era accaduto dopo una perquisizione nella cella di due “mammasantissima”, Salvatore Biondino (l’autista di Totò Riina, arrestato dai carabinieri del Ros il 15 gennaio 1993 assieme al capo dei capi di Cosa nostra) e Francesco Tagliavia (uno degli ultimi ad essere stato scoperto essere stato stragista mafioso di quel tragico 1993, l’anno della trattativa a suon di bombe). Agli atti del processo si continuerà a parlare di “voci dentro al carcere”, perché gli agenti penitenziari chiamati a testimoniare non ebbero il coraggio di parlare.

 

LA LETTERA DELLA FIGLIA ILENIA

"Caro Papà, mi manchi. Siamo stati insieme per pochi mesi e non mi ricordo niente di te. Ho imparato a conoscerti solo attraverso i racconti della mamma che mi diceva molte cose belle sulla nostra vita insieme. Mi sarebbe piaciuto conoscerti e trascorrere dei bei momenti con te, come tutti i papà fanno con i propri figli. Ma questo non ci è stato permesso perché ti hanno portato via da me quando ancora non potevo capire cosa stava succedendo. Non mi ricordo il momento in cui hanno detto che non c’eri più e sono cresciuta con il vuoto della tua assenza. Quella sera quando te ne sei andato, io la mamma e Ilenia, che era nella sua pancia, abbiamo corso un grande pericolo e tu sei morto per salvarci. Tante volte mi sono chiesta perché ti hanno portato via da me e a questa domanda non ho mai saputo rispondere. La mia vita con te sarebbe stata più facile perché è molto difficile crescere senza un padre. Ogni volta che ti penso, ti immagino felice e sorridente, come nelle poche foto che abbiamo insieme. Per quello che sei stato, ti voglio bene e sei il mio eroe".

 

DICHIARAZIONI DEI GIUDICI E PROCURATORI

«Eroe silenzioso di questa terra» disse nella sua requisitoria in primo grado del relativo processo (che si svolse nell’aula bunker del carcere di San Giuliano in territorio di Erice) uno dei due pm, Ignazio De Francisci; l’altro era Andrea Tarondo. Quel delitto era l’ultimo degli attacchi sferrati dalla mafia allo Stato, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio del 1992, dopo le bombe del 1993 a Roma, Firenze e Milano. Un omicidio da inserire nel contesto della strategia stragista di Cosa nostra. «Eppure – si legge nella sentenza che ha ripreso molti passaggi della requisitoria dei pm De Francisci e Tarondo – siamo in presenza di uno Stato che è pronto a piangere i suoi servitori uccisi dalla mafia, ma che spesso non fa nulla per evitare che la comunità finisca con il dimenticare». «La metà degli anni 90 – ha ricordato in diverse occasioni il pm Tarondo – furono anni di una guerra che Cosa nostra condusse anche nel trapanese, approfittando anche di uno Stato che si comportava in modo anomalo, diceva di combattere le mafie e invece cercava il dialogo, in centro come nelle periferie del Paese. Oggi la mafia è più pericolosa perché cela la sua presenza, è una mafia sommersa, non uccide perché segue in modo diverso i suoi affari». Ma questo non significa che gli omicidi non fanno più parte dei suoi piani, la mafia sparerà di nuovo, quando sarà il momento di sparare.

«L’evocazione del martirio di Montalto – ha scritto in un libro l’ex capo della Procura di Palermo, Gian Carlo Caselli, che all’epoca coordinò le indagini degli investigatori della squadra mobile di Trapani guidata allora dal vice questore Giuseppe Linares – ripropone poi l’interrogativo che sempre ci si deve porre di fronte a una vittima della violenza mafiosa. I tanti morti di mafia, sono forse morti anche perché noi non siamo stati abbastanza vivi? Perché tutti noi (noi cittadini, noi Stato) non ci siamo abbastanza indignati? Non abbiamo vigilato a dovere? Coloro che sono morti hanno visto la sopraffazione, l’illegalità, lo scialo della violenza, la ricchezza facile e ingiusta, la debolezza delle istituzioni. Questo hanno visto e per questo sono morti. Noi invece pur vedendo le stesse cose, quante volte ci siamo accontentati dell’ipocrisia? Quante volte abbiamo sentito e praticato, invece di spezzarlo, il giogo delle mediazioni e degli accomodamenti, magari solo per quieto vivere? La storia del servizio di Montalto nel carcere dell’Ucciardone è anche storia di isolamento e di solitudine e quindi di sovraesposizione alla rappresaglia criminale. Storia di una morte che deve costituire – per tutti noi – una condanna».

 

INTITOLAZIONI

Il carcere di Alba è stato intitolato alla memoria di Giuseppe Montalto e ha assunto la denominazione: Casa Circondariale Alba "Giuseppe Montalto"

A Giuseppe Montalto sono oggi intitolate le caserme degli agenti dei reparti di Palermo Ucciardone e Agrigento e la Sala Convegno del Reparto di Ragusa. A Trapani la piazza nella frazione di Palma.

 


VITTIMA DEL DOVERE

Riconosciuto ”Vittima del Dovere” ai sensi della legge 466/1980

 


MEDAGLIA D'ORO AL VALORE CIVILE

«Preposto al servizio di sorveglianza di esponenti del clan mafioso denominato "Cosa Nostra", nonché di criminali sottoposti al regime carcerario 41 bis, assolveva il proprio compito con fermezza, abnegazione e alto senso del dovere. Proditoriamente fatto segno a colpi d'arma da fuoco in un vile attentato tesogli con efferata ferocia da appartenenti all'organizzazione criminosa, sacrificava la vita a difesa dello Stato e delle istituzioni. Località Palma (TP), 23 dicembre 1995.».

Data del conferimento: 19/11/1997

 

Un’ampia parte del testo è tratto da www.narcomafie.it

 


Scritto da: Redazione
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Commenti Commenti dei lettori

n. 7


Onore a te Giuseppe.

Di  Paride  (inviato il 27/12/2016 @ 09:16:34)


n. 6


Onore a Te GIUSEPPE che hai sacrificato la TUA vita, per difendere la tua famiglia, il tuo lavoro la Tua VITA......
STORIE DI UOMNI E DI EROI

Di  referee  (inviato il 25/12/2016 @ 06:17:35)


n. 5


Nessuno parla del libro di Donato Placido e Antonio G. D'Errico prefazione del procuratore Giancarlo Caselli edito da Laterza...
Io l'ho letto e in grandi linee ripercorre la storia in sommi capi dalla testimonianze dei colleghi di Torino. All ' epoca la incalzo' l ' isp. Sunseri di scriverLa la storia di Montalto, che stava a Palermo con lui e poi a Torino... Anche il fratello dello scrittore D' Errico ispettore a Torino ora commissario credo ad Ancona si e' sempre battuto : Per Non Dimenticare Giuseppe... nonosta te tanti problemi si era una squadra l avvento dei nuovi commissari se za esperienza hanno inguaiato le patrie galere.Quando escono dal corso devono stare almeno due anni in prova ed affiqncamento.
Un sovrintendente di Torino

Di  Mauro  (inviato il 24/12/2016 @ 22:15:17)


n. 4


Onore al Collega.
Onore a tutte le persone che nella vita non si abbassano alle cose ingiuste.
Onore alle persone che denunciano,che combattono quei sistemi mal funzionanti e conviventi con le cose sbagliate.
Chi ha una divisa non deve mai usare omertà qualsiasi sia il prezzo.
Onore alle persone che nella vita hanno il coraggio di dire sempre la loro,di stare dalla parte del giusto ,anche se tante volte si resta da soli .
Onore alle persone che nonostante tante volte vengono lasciati soli non mollano,perchè continueranno sempre a credere nella legge e nella loro dignità.
Onore alla Legalità,onestà,trasparenza,equità.
La mafia non è solo quello che si sente e vede in tv e sui giornali compresi i libri ,la mafia è anche ostacolare il giusto,le cose legali ,nascondere la verità ,il sapere e non parlare,prendersela con chi dice le cose giuste e la verità.
La mafia è anche attaccare persone che alcune volte non accettano compormessi , e che non accettano le cose sbagliate .
La mafia è omertà perchè per chi porta la divisa la parola omertà non deve mai esistere , si deve sempre denunciare le cose ingiuste opponendosi come ha fatto il Grande Giuseppe Montalto.
Quando leggo la lettera della figlia del GRANDE collega mi vengono le lacrime,come si fa a non commuoversi.
Questo è un glorioso Corpo ,certo quello che si scrive è la verità è la pura realtà.
Questo è un corpo che ha bisogno di continuità .
Speriamo che un giorno non esistano più nella vita quei compromessi e convenienze ,in modo tale che chi porta una divisa possa avere quella serenità e tranquillità per onorare e svolgere il suo lavoro fino all'ultimo .
Tutto questo deve sempre servire di esempio.
Perchè queste sono cose che ti toccano,cose che ti fanno crescere.
Non posso che condividere tutte le parole del Sovrintendente Capo e gli altri commenti fatti in onore del Collega.
Buon Natale e buone feste alla famiglia di Giuseppe.
Un vero esempio .
Buone feste a tutto il Sappe che come vedo non si dimentica mai di nessuno ,lascia liberi tutti di scrivere .
Sperando che il 2017 possa eliminare quel male che continua ad ostacolare con l'ignoranza e il potere il bene nel mondo e che le persone riescano a vivere serene e tranquille .
Un saluto a tutti.
Caro collega sarai sempre un vero e Grande esempio .

Di  Attilio  (inviato il 24/12/2016 @ 14:17:33)


n. 3


Onore a te Grande Collega.

Di  La Vecchia Guardia  (inviato il 24/12/2016 @ 11:21:41)


n. 2


In un documento dell'associazione LIBERA che custodisco gelosamente, ritrovo questa frase scritta da Liliana Riccobene, moglie del collega Peppe.
«Ricordati di Giuseppe, uomo giusto, onesto, stroncato dalla mafia. Che il suo sacrificio possa essere d'esempio, a tutti noi e che ci induca a combatterla».
Unendomi non solo al pensiero finale del Sovrintendente Capo, voglio esprimere anch'io il mio profondo disprezzo per la mafia e tutti coloro che vivono all'ombra di questo immane cancro malefico.
Ricordare i nostri caduti è il minimo che possiamo fare.
Mi auguro che altri oggi lo abbiano fatto...oltre al solito SAPPE. Sul web non vedo nulla.

Buon Natale a tutto il SAPPE e tutti i colleghi del grande Corpo della Polizia Penitenziaria di cui mi pregio di far parte da 30 anni.

Di  Ora e sempre POL.PEN.  (inviato il 23/12/2016 @ 23:41:52)


n. 1


Fulgido esempio di coraggio e di Uomo incorruttibile.

Tre anni prima fui trasferito anch'io in Sicilia, unitamente a tantissimi altri, tutti proveniente dal nord, esattamente come Giuseppe.

Ricordo che nei reparti di massima sicurezza non si respirava un bel clima. Tutt'altro.
Ricordo alcuni importanti soggetti, definiti dai loro stessi simili ,uomini d'onore, il costante tentativo di intimidazione psicologica.
Atteggiamento per lo più, fatto di falsi sorrisi ed ipocriti inchini, classico del mafioso di razza che ti faceva credere di rispettare il tuo mestiere, ma che in verità nutriva profondo disprezzo per l'uniforme, la tua instransigenza, e la Istituzione che servivi.
Quello era un segnale preciso, inequivocabile. Se eri duro ed intransigente, loro si mostravano riverenti e sorridenti. Capivi subito che stavi facendo bene il tuo "servizio".
In realtà erano, e sono ancora oggi, (GLI UOMINI DEL DISONORE).

Ho sempre pensato e sostenuto, che i mafiosi non hanno alternative.
Essi vivono per lo più, tra l’angoscia di finire i loro giorni in carcere o di non essere nessuno nella vita.
Ecco perchè, avendo scelto quella strada (perchè la sceglie), si donano completamente alla esaltazione dell'onnipotenza del male.

Giuseppe è stato un Uomo coraggioso "l'Uomo del NO senza compromessi".
Così come lo è stato il collega LUIGI BODENZA a Catania Piazza Lanza l'anno prima (1994).
Tutti quelli che operavamo in quei reparti, respiravamo il vero potere mafioso del territorio di appartenenza.
In quegli anni ci voleva molto coraggio a fare fino in fondo il proprio Dovere, nelle sezioni speciali delle carceri siciliane o in quelle delle isole di Pianosa ed Asinara (che oggi molti di noi rimpiangiamo amaramente).

Se c'è un dato incontrovertibile che molti degli ULTIMI ARRIVATI SI OSTINANO A NON COMPRENDERE A PIENO è proprio questo.

ECCO PERCHE', LEGGENDO QUELLO CHE SCRIVETE CARI COLLEGHI, LO RITENGO UN GRIDO DI AIUTO ED UNO SGUARDO COSTANTE RIVOLTO AL PASSATO.
MOLTI DI VOI SCRIVONO SPESSO CHE, CI VORREBBE PIU' RISPETTO PER CHI E' APPRODATO IN QUESTO GLORIOSO CORPO TANTI ANNI FA. CONCORDO PIENAMENTE!!
RISPETTO PER CHI HA VISSUTO SULLA PROPRIA PELLE, TANTE EMERGENZE E TURNI DI SERVIZIO AL LIMITE DELLA SOPPORTAZIONE FISICA E MENTALE. EPPURE QUASI NESSUNO PENSAVA DI SUICIDARSI.
RISPETTO PER CHI HA FATTO ENORMI SACRIFICI IN TERMINI DI LONTANANZA DALLE MOGLI E DAI FIGLI CHE VEDEVI CRESCERE DI TRE MESI IN TRE MESI.

Infine, desidero rivolgere alla moglie Liliana, alle figlie Federica e Ilenia, i più sinceri ed affettuosi Auguri di Natale, confermando il mio profondo disprezzo per la mafia, i suoi componenti, e chi a vario titolo gravita intorno a questa montagna di mer.....lurida e puzzolente.
Buon Natale a tutti noi ragazzi.


Di  Sovrintendente Capo  (inviato il 23/12/2016 @ 19:48:30)




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