Novembre 2016
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Intervista a Carmelo Sardo, lo scrittore-giornalista del TG5 che è stato Agente di Custodia


Polizia Penitenziaria - Intervista a Carmelo Sardo, lo scrittore-giornalista del TG5 che è stato Agente di Custodia

Notizia del 02/08/2016

in L''intervista

(Letto 2083 volte)

Scritto da: Roberto Martinelli

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E' uno dei giornalisti ‘di punta’ di Mediaset, vice capo redattore cronache del TG5. I suoi servizi spesso ‘aprono’ il telegiornale delle 20, sempre al centro delle cronache e dell’attualità. Siciliano di Agrigento, vive e lavora a Roma e, oltre all’attività giornalistica, ha all’attivo una prestigiosa carriera di scrittore. Ha esordito nella narrativa con Vento di tramontana (Mondadori, 2010). Malerba (Mondadori, 2014), scritto insieme al detenuto ergastolano Giuseppe Grassonelli, ha vinto il prestigioso premio Leonardo Sciascia ed è stato pubblicato in Francia, Germania, Spagna e Giappone. Dal libro è stato tratto il docufilm Ero Malerba, con la regia di Toni Trupia, ed è stato avviato il progetto per la trasposizione cinematografica.

Ho incontrato Carmelo, che ha assolto gli obblighi di leva come Agente di Custodia tra il 1982 ed il 1983 nel carcere di Favignana, in occasione dell’uscita della sua ultima fatica letteraria, il romanzo “Per una madre”. Ma non abbiamo parlato solamente del suo romanzo...

D. Il tuo precedente libro “Malerba”, che parla di mafia attraverso la voce di un mafioso non pentito ma diventato detenuto modello, ha vinto il prestigioso premio “Leonardo Sciascia”, è stato pubblicato anche in Francia, Germania, Spagna e Giappone, e presto diventerà un film. Immaginavi questo dirompente successo editoriale? E quali sono, secondo te, le ragioni per le quali riscuote tanto interesse nei lettori l'ebbrezza dell'illegalità e l'orrore indicibile di un intero sistema di relazioni nel quale la vita umana e la dignità individuale non hanno alcun valore?

R. Il successo di Malerba è andato ben oltre ogni mia aspettativa. Sapevo di avere tra le mani una storia strepitosa, ma non così potente da vincere il premio Sciascia. Ed è stato questo il trampolino di lancio per il successo planetario che ha avuto il libro. Devo ammettere che il risalto è dovuto anche alle polemiche innescate da un membro della giuria che si era dimesso perché non condivideva come un libro scritto con un ex killer mafioso potesse partecipare a un concorso letterario. Lui è stato sepolto dalla critiche, il libro-votato dalla giuria popolare, dai lettori cioè – ha vinto e ne hanno parlato tutti i giornali del mondo, letteralmente tutti. E abbiamo venduto i diritti in dieci paesi. Al di là di questo, credo che il successo di Malerba sia dovuto alla parabola criminale di un uomo che ha compiuto un viaggio d’andata all’inferno e di ritorno nella legalità. Affascina il male, è vero, ma conquista poi la resipiscenza, il riscatto che ha compiuto quest’uomo che, ricordiamolo, sta pagando con la condanna a vita, ripeto a vita, gli errori che ha fatto.

D. In “Per una madre”, la tua ultima fatica letteraria anch’essa edita per Mondadori, racconti un’altra storia di violenza nella quale si intrecciano mafia, amore, carcere e redenzione. Da cosa nasce l’idea del romanzo e qual è la trama?

R. “Per una madre” muove dal mio romanzo d’esordio “Vento di tramontana” (Mondadori 2010) in cui raccontavo la mia sconvolgente esperienza come militare negli Agenti di Custodia nel carcere di Favignana. Nove mesi di servizio che mi hanno svezzato come uomo, a vent’anni. In quel periodo conobbi fra gli altri un detenuto ergastolano, un mafioso, con cui entrammo in confidenza e durante le mie notti di servizio, mi raccontò tutta la sua vita. Poi un giorno mi svelò del suo desiderio di generare un figlio maschio: aveva bisogno che si accoppiasse con la moglie durante i colloqui e che io, quando fossi stato di turno, avrei dovuto chiudere un occhio. Ecco, quell’esperienza mi sconvolse, e un quarto di secolo dopo la esorcizzai in “Vento di tramontana” dove, in bilico tra realtà e finzione, ho immaginato che quel figlio nascesse e che la madre venisse uccisa in un agguato sotto ai suoi occhi. Quella storia, quei personaggi mi sono rimasti appiccicati addosso e un giorno mi sono chiesto: chissà che fine avrà fatto il figlio maschio di don Carmelo (così si chiamava quel boss). E così è nato “Per una madre”. Ho immaginato che quel figlio, una volta grande, volesse fare l’avvocato e volesse scoprire chi realmente aveva ucciso la madre: era stata davvero la mafia. Si intesta un’indagine personale che sconvolgerà la sua stessa esistenza in una Sicilia dove luce e lutto si intrecciano. E’ una storia che duetta col destino, un thriller esistenziale, un romanzo di forti passioni, un giallo, un noir: si può leggere da diverse angolature.

D. Nel scriverlo, quanto hanno influito (e in quali proporzioni) la tua sicilianità agrigentina, il tuo essere giornalista “di razza” e l’essere stato, nel servizio di leva, Agente di Custodia?

R. Sono stati determinanti tutti questi fattori. Direi che principalmente, visti gli sviluppi delle storie che racconto, è stato fondamentale aver svolto il servizio di leva nel Corpo degli Agenti di Custodia. Non riesco a immaginarmi scrittore se non avessi fatto quelle esperienze. O perlomeno non ho idea cosa avrei scritto. Poi è chiaro che ha influito molto la mia sicilianitudine. E aver fatto il giornalista in Sicilia per tanto tempo negli anni bui delle guerre di mafia mi ha permesso di fare esperienza e di imparare certe tecniche di scrittura.

D. Giovanni, uno dei personaggi centrali di “Per una madre”, è un giornalista che è stato, per gli obblighi di leva, Agente di Custodia: singolari analogie… E’ un caso?

R. No, chiaro che non è un caso. Giovanni coincide con la mia esperienza di Agente di Custodia e di giornalista, ma quello che gli succede nel romanzo è solo frutto della mia fantasia. In ogni storia che si racconta ci sono pezzi di vita dell’autore. E’ inevitabile.

D. In un colloquio tra Giovanni e il Comandante della Polizia Penitenziaria dell’immaginario carcere di Favonia, fai dire al comandante: “Lei sa bene che anche i poliziotti penitenziari sono considerati dei reclusi. Certo, non è la stessa cosa, ma qui la vita è opprimente per tutti”. Ed è vero; con quanti drammi sociali e umani conviviamo ogni giorno… Eppure sul carcere c’è chi ha ancora un pregiudizio segregazionista e vede i poliziotti penitenziari come torturatori? Perché, a tuo avviso?

R. Purtroppo, come tutte le cose della vita, bisogna viverle direttamente per poterne parlare con cognizione di causa. Io non ho solo fatto l’Agente di Custodia, ma continuo a frequentare le carceri, vado a parlare di cultura della legalità, dei miei libri sia a detenuti che a poliziotti penitenziari. Dovunque trovo una grande umanità. Ho amici tra i detenuti così come tra i poliziotti. Ho conosciuto e conosco poliziotti penitenziari che si sono intestati questo lavoro come una missione, operando con l’obiettivo di contribuire al recupero del detenuto. Certo, ci sono casi limiti, eccezioni. Ma bisogna considerare che psicologicamente questo lavoro è molto logorante. Non a caso i suicidi nelle carceri non riguardano solo detenuti, ma anche poliziotti penitenziari, e questo la dice lunga.

D. L’impegno del primo Sindacato della Polizia Penitenziaria, il SAPPE, è sempre stato ed è quello di rendere il carcere una “casa di vetro”, cioè un luogo trasparente dove la società civile può e deve vederci “chiaro”, perché nulla abbiamo da nascondere ed anzi questo permetterà di far apprezzare il prezioso e fondamentale – ma ancora sconosciuto - lavoro svolto quotidianamente con professionalità, abnegazione e umanità dalle donne e dagli uomini della Polizia Penitenziaria. Ma perché del carcere, a tuo avviso, si parla solo quando accadono suicidi ed eventi critici? E perché, a tuo avviso, non ha l’evidenza che meriterebbe la notizia che, solamente nel 2015, i poliziotti penitenziari in Italia hanno sventato 956 tentati suicidi.

R. Queste legittime considerazioni vanno a toccare un tasto dolente, e lo dico con tanto di mea culpa da giornalista. E cioè: il carcere difficilmente fa notizia. Viene ancora visto dall’opinione pubblica come un luogo a sé, da evitare, come se non ci appartenesse. Però devo ammettere che noi del tg5, grazie a una certa sensibilità del direttore, Clemente Mimun, abbiamo spesso raccontato storie di carcere, e non solo quando offre spunti di cronaca nera. Ma anche per documentare percorsi di recupero straordinari, di detenuti modello, e non parlo soltanto di Giuseppe Grassonelli, con cui ho scritto Malerba, ma di tanti altri come Carmelo Musumeci, Alfredo Sole, Salvatore Torre. Nelle nostre carceri sono reclusi uomini che hanno sbagliato, stanno pagando, ma si sono resi protagonisti di un riscatto e di un recupero strepitosi grazie alla cultura.

D. Morte di Stefano Cucchi. La Polizia Penitenziaria è stata fatta a pezzi, il mostro è stato sbattuto in prima pagina su giornali e tv, ma i tre poliziotti coinvolti sono stati assolti definitivamente nei gradi di giudizio. Cosa ne pensi dei processi mediatici che si sostituiscono a quelli nelle aule di giustizia, che di fatto creano pregiudizi nella pubblica opinione.

R. Anche questo è un argomento che affronto non senza imbarazzo. Purtroppo viviamo in un paese dove un semplice e innocuo avviso di garanzia, che dovrebbe essere uno strumento giuridico a tutela dell’indagato, finisce per trasformarsi in un atto d’accusa senza appello. Spesso la vita di un uomo è rovinata. Ma bisogna pure ammettere che le notizie non se le inventano i giornalisti. Se c’è un pubblico ministero che mette in piedi un’accusa terrificante nei confronti di qualcuno, il giornalista non può non darne conto: tutto dipende da come la scrive. Se il PM sostiene che i poliziotti penitenziari del caso Cucchi siano responsabili della sua morte, il giornalista deve riportarlo chiarendo che lo sostiene il PM. Così avrà fatto un buon lavoro. E se poi quei poliziotti vengono assolti, un giornale, un telegiornale corretti, devono dare la notizia con lo stesso risalto con cui hanno parlato delle accuse 

D. L’Ordine dei giornalisti ha prodotto un documento, la Carta di Milano, per regolamentare gli argomenti carcere e diritto di cronaca. Eppure, quando si parla di tematiche penitenziarie, c’è ancora molta approssimazione. Cosa si potrebbe fare?

R. Bisognerebbe che le carceri venissero aperte più spesso ai giornalisti coinvolgendoli in incontri, dibattiti, confronti. Bisognerebbe che i vertici del DAP dove lavorano professionisti con la P maiuscola, continuassero nell’opera di “rinnovamento” dell’immagine distorta che all’esterno si ha del carcere. E in questa direzione molto è stato fatto. Parlarne, parlarne sempre, e confrontarsi con chi col carcere ci lavora ogni giorno. Io lo faccio e non mi capita mai di affrontare la materia con approssimazione. 

D. La tua esperienza negli Agenti di Custodia: come, dove, quando. E’ stata un’esperienza utile? E cosa ti ha insegnato?

R. A posteriori posso dire che quell’esperienza è stata decisiva per la mia formazione umana. Ho fatto il servizio di leva tra l’82 e l’83 nel carcere di Favignana e ho “affrontato” un omicidio in una cella; un detenuto che si è dato fuoco per protesta; un tentativo di corruzione che ho subito. A quel tempo, acerbo 20enne, mi sembrava tutto così assurdo. Poi ho capito che quello è stato uno svezzamento di vita strepitoso. Mi ha insegnato a non comportarmi secondo vecchi e beceri pregiudizi. Ho capito che un detenuto, nel rispetto supremo dell’articolo 27 della costituzione, debba essere trattato con riguardo, umanamente direi senza annegare nella retorica, per favorire il suo recupero e il reinserimento nella società.

D. “Per una madre” tiene incollato il lettore fino all’ultima pagina. Può aiutare a sfatare l’immagine distorta che taluni hanno del carcere?

R. Sono felice che si legga, come mi dicono molti, così agilmente e che lasci dentro tanto. Il carcere, se “capito” e “vissuto” senza gli stereotipi dei luoghi comuni, è una straordinaria scuola di vita. “Per una madre” è innanzi tutto un inno alla vita, all’amore. Emerge una descrizione del carcere come metafora del riscatto, piuttosto che dell’oblio.

D. Un messaggio ai lettori di “Polizia Penitenziaria”.

R. Bè, intanto mi farebbe molto piacere se trovassero voglia e tempo di leggere “Per una madre” perché ci sono dentro quegli elementi che aiutano a guardare il carcere da un’altra prospettiva. E poi, e soprattutto, visto che mi sento nell’animo ancora uno di loro, mi permetto, in punta di piedi, a esortare tutti i poliziotti penitenziari a leggere, a leggere tanto, non tanto e non solo per documentarsi, ma per accrescere il proprio bagaglio di conoscenze che ci permette, in qualunque ambito si operi, ad affrontare la vita con un approccio più “impegnato”. E il messaggio vale in particolare per chi fa questo lavoro così usurante e delicato: i poliziotti penitenziari hanno nelle mani il destino del recupero di un condannato e ogni piccolo gesto quotidiano aiuta in questo senso.

 


Scritto da: Roberto Martinelli
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