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La fabbrica dei Girolimoni


Polizia Penitenziaria - La fabbrica dei Girolimoni

Notizia del 04/11/2014

in Il Commento

(Letto 2909 volte)

Scritto da: Cesare Cantelli

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Da Wikipedia: “Gino Girolimoni (Roma, 1 ottobre 1889 – Roma, 19 novembre 1961) è stato un fotografo e mediatore  italiano. Accusato di gravi delitti, fu additato come mostro dalla stampa. Successivamente scagionato, ne ebbe comunque la vita sconvolta. La sua vicenda rappresenta un caso emblematico degli effetti perversi sulla pubblica opinione di una campagna giornalistica pilotata e aprioristicamente accusatoria.

La notizia del suo arresto fu pubblicata dai giornali con grande rilievo: finalmente era stato catturato il "mostro di Roma". L'Agenzia Stefani, il 9 maggio 1927, scrisse che, dopo "laboriose indagini", erano state raccolte "prove irrefutabili" contro di lui. Anche il criminologo Samuele Ottolenghi, seguace delle teorie lombrosiane, pretese di ravvisare nei tratti somatici dell'arrestato i segni caratteristici del criminale.

Il proscioglimento di Girolimoni passò però sotto silenzio: la notizia, per ragioni di convenienza politica, venne relegata dai giornali, con scarsa evidenza, nelle pagine interne: il giornale romano La tribuna ne diede notizia in un trafiletto a pagina quattro. La sua vita, nonostante l'assoluzione, fu irrimediabilmente sconvolta.”

La vicenda di Gino Girolimoni è  l’esempio più eclatante di come le campagne mediatiche possano orientare l’opinione pubblica.

Infatti, la maggior parte delle persone non approfondisce le notizie e si limita ai titoli dei giornali e alle voci che sente in televisione. Prova ne è che a Roma, ancora oggi, il nome di Girolimoni si usa per indicare un mostro o un pedofilo.

Analogamente, nel caso Cucchi non solo c’è stata una campagna mediatica senza precedenti, ma questa è stata usata sistematicamente nella strategia processuale della famiglia Cucchi.

Si pensi, ad  esempio, all’uso strumentale delle fotografie del corpo martoriato del povero Stefano; fotografie scattate parecchio tempo dopo la morte, che mostrano segni post mortem che, più o meno, sarebbero riscontrabili su qualsiasi cadavere.

(vedi lettera aperta medico)

Nell’ambito della stessa strategia, centinaia e centinaia di pagine di perizie mediche di diversi professionisti sono state oscurate (e occultate) all’opinione pubblica a beneficio delle tesi accusatorie.

Alcune perizie sostenevano non ci fossero segni di traumi recenti sul corpo di Stefano e che alcune fratture si potevano far risalire a molto tempo prima.

Ovviamente, alla campagna stampa si sono uniti tutti quelli che fanno gli opinionisti per mestiere, soprattutto quelli che sono perennemente alla ricerca del mostro da sbattere in prima pagina.

In buona sostanza, anche per il caso Cucchi si è creato un partito di colpevolisti che hanno abbracciato la causa giusta (lo Stato non può abbandonare o maltrattare i cittadini che ha in custodia) però nel caso sbagliato (la morte di Stefano Cucchi è stata determinata da una lunga serie di circostanze senza un preciso nesso di causalità).

Alla fine la vita di Girolimoni , nonostante l'assoluzione, fu irrimediabilmente sconvolta: non ebbe alcun indennizzo per l'ingiusta accusa. Non riuscendo più a proseguire il suo lavoro, perse ben presto il suo discreto patrimonio. Cercò di sopravvivere riparando biciclette o facendo il ciabattino nei popolari quartieri di San Lorenzo e Testaccio. Morì, poverissimo, nel 1961.

E adesso uno dei colleghi coinvolti nella vicenda ha di recente dichiarato: «Tutte le angherie subite, le telefonate minatorie, le accuse di essere dei mostri! Riesce a immaginare lo stato d’animo mio e della mia famiglia? È da un anno che sono fuori servizio e in cura psichiatrica. Sono distrutto. Ho avuto vicino i miei colleghi e la mia famiglia, altrimenti chissà come sarebbe finita»

(Leggi l’intervista integrale: http://www.poliziapenitenziaria.it/public/post/caso-cucchi-parla-uno-dei-poliziotti-penitenziari-mi-vogliono-mostro-a-tutti-i-costi-4185.asp )

Non c’è che dire, la legge è uguale per tutti, ma per qualcuno è un po’ più uguale.

E sono davvero tanti gli azionisti di questa fabbrica di Girolimoni che più che la giustizia con la G maiuscola vuole la giustizia giustizialista, quella che deve trovare un colpevole a qualsiasi costo.

 


Scritto da: Cesare Cantelli
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n. 2


Si confessiamolo, siamo colpevoli di lavorare nelle carceri così come sono colpevoli i poliziotti antisommossa che per difendersi sono costretti a usare i mezzi di cui dispongono, ma se danno una manganellata a chi tira loro le pietre allora sono brutali. Si siamo colpevoli di aiutare il tossico, dicendogli una buona parola quando all'interno degli istituti penitenziari non c'è un educatore nemmeno a cercarlo con il radar e lo facciamo noi. Si siamo colpevoli per aver aiutato chi si è autolesionato, e colpevoli spesso di aver sventato un suicidio. Forse siamo colpevoli per aver scelto questo lavoro, che io dopo 32 anni faccio ancora con passione(sarà la vecchiaia), siamo colpevoli, perché nemmeno dal nostro Dipartimento (lo stato) a parte il Dott. Pagano dopo la sentenza di assoluzione ci difende, siamo colpevoli per fare oggi 4 o 5 posti di servizio come gli schiavi. Io che porto la divisa come voi che leggete, mi indigno tutte le volte che ci calpestano i giornalisti e altri, raccontando verità di comodo, e facendoci apparire come mostri, anzi dicendolo proprio. Allora condannateci tutti, siamo tutti assassini, ma assassini che salvano.

Di  mario64  (inviato il 04/11/2014 @ 16:30:46)


n. 1


Che la giustizia in Italia abbia dei problemi e vada riformata siamo tutti d'accordo, ma credo che anche il mondo dell'informazione sia gravamente malato. Un informazione che ha consentito ad una parte processuale di poter dire la propria teoria escludendo contemporaneamente tutte le altre parti coinvolte non é informazione. Io la definirei informazione di parte. In Italia vi sono due tipi di processi che si celebrano per ogni fatto di cronaca. Quello che si svolge nelle aule di giustizia e quello che si svolge nei salotti televisivi e nei notiziari di TV e giornali. Purtroppo negli ultimi periodi il processo mediatico ha preso il sopravvento sul processo che si svolge nelle aule di giustizia e nel momento in cui non collima con il processo mediatico si grida allo scandalo. Paradossalmente per i poliziotti penitenziari assolti forse sarebbe stato meglio una condanna dei giudici, pur in assenza di prove evidenti, che non una condanna di tutta l'opinione pubblica. Purtroppo il processo mediatico non ha condannato solo i poliziotti penitenziari, medici e infermieri coinvolti, ma anche tutta una categoria. Per l'opinione pubblica tutta la polizia penitenziaria é colpevole. E questa non é giustizia.

Di  Pasquale  (inviato il 04/11/2014 @ 11:10:33)




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