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La sentenza non è di proprio gradimento? Allora è una "vergogna" (articolo di Piero Sansonetti su Il Garantista)


Polizia Penitenziaria -  La sentenza non è di proprio gradimento? Allora è una

Notizia del 13/11/2014

in I Mulini a Vento

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Scritto da: Redazione

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Le sentenze sono di due tipi. Quelle di condanna e quelle di assoluzione. Se sono di condanna vanno bene, e sanciscono il fatto che il condannato è colpevole. Su tutti i giornali si dichiara in modo solenne e devoto: le sentenze (di condanna) si eseguono, non si commentano. E soprattutto non di discutono, non si criticano, non si protesta contro di loro, non le si dichiara ingiuste. Una condanna vale la verità.

Il secondo tipo di sentenze sono le sentenze di assoluzione. Queste sentenze sono una vergogna. Per definizione sono una vergogna. E infatti, in genere, in aula c'è un bel gruppetto di persone che grida: "vergogna, vergogna". E se non c'è, il giorno dopo molti giornali titoleranno così: "Vergogna". Oppure, in modo più efficace, titoleranno: "delitto tal dei tali, non lo ha commesso nessuno". O: "Nessun colpevole".

Negando la possibilità che qualcuno abbia commesso il delitto ma non sia stato scoperto, cosa che ogni tanto succede. Le sentenze di condanna, per definizione, non si discutono. Le sentenze di assoluzione, per definizione, sono una vergogna. Come mai? Semplice. Il processo penale, da qualche anno, non si celebra più nelle aule dei tribunali ma molto prima.

Quando un Pm emette un avviso di garanzia, il processo è già svolto, di fatto, e l'avvisato, o l'indagato, è - di prassi - considerato colpevole del delitto del quale è accusato. Non c'è bisogno di nessunissima sentenza. Da quel momento si inizia a eseguire la prima parte della condanna che talvolta è il carcere preventivo, il quale può durare anche molti anni, altre volte è la gogna realizzata attraverso giornali e Tv, altre volte è tutte e due le cose.

In più c'è spesso la perdita del lavoro, gigantesche spese per pagare gli avvocati, problemi di salute, di tenuta nervosa, eccetera. Poi, molti anni dopo, la magistratura giudicante emette la sentenza, ma è chiaro che la sentenza deve essere di condanna, visto che l'imputato è colpevole, altrimenti non sarebbe stato indagato.

E se invece la sentenza è di assoluzione, e dunque nega l'evidenza che l'imputato, in quanto imputato, è colpevole, allora è chiaro che è una sentenza vergognosa. Perché è una vergogna mandare assolti i colpevoli, per di più dopo che comunque hanno già scontato (col carcere e con il letame) gran parte della condanna. E i giudici che mandano assolto un imputato sono corrivi, anzi fetenti. A quel punto conta poco anche il capo di imputazione.

Ieri, per esempio, "Il Fatto" ha spiegato che l'assoluzione degli scienziati che erano stati messi sotto accusa (come poteva succedere solo in Corea del Nord) per non aver previsto un terremoto, equivale alla sentenza di assoluzione degli agenti che erano accusati di avere ucciso a botte Stefano Cucchi. Naturalmente, in parte, questo è vero: se non esistono prove della colpevolezza di quegli agenti - lo abbiamo già scritto - è sacrosanto che siano stati assolti. Perché - a occhio - l'assoluzione non dovrebbe dipendere dalla gravità della colpa ma dalle prove raccolte contro l'imputato.

Così dicono, almeno, i vecchi libri, polverosissimi, di diritto. E però per giungere ad accostare il reato di omicidio al reato di mancata previsione di un terremoto, bisogna metterci un bel po' di faziosità e pregiudizio. Credo. Ma forse mi sbaglio, non è faziosità: quelli del "Fatto" credono davvero che gli scienziati dovrebbero prevedere i terremoti, e conoscere gli oroscopi, e indovinare il futuro (almeno il futuro prossimo) e altre cose così.

Anche a Salem (Massachusetts) nel seicento, molti credevano che le donne poco "timorate di Dio" fossero streghe, avessero poteri soprannaturali e fossero al servizio del diavolo. E dunque, saggiamente, le bruciavano vive, perché ritenevano che quello fosse l'unico modo per cancellarle per sempre. Ciascuno è bene che sia fedele ai propri principi. Anche Travaglio. Anche Kim il Sung, o come diavolo si chiama suo nipote.

Piero Sansonetti - Il Garantista, 12 novembre 2014

Ma giustizia non vuol dire sempre condanna (articolo di Piero Sansonetti su Il Garantista) 


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