Aprile 2018
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Lavoro di Stato


Polizia Penitenziaria - Lavoro di Stato

Notizia del 07/05/2018

in Houston abbiamo un problema

(Letto 2858 volte)

Scritto da: Andrea Sciarrini

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Maggio, un mese con due ricorrenze rilevanti. Ad iniziare con la Festa del lavoro, una data importante da celebrare che, tra meno di 20 giorni, proseguirà con una cerimonia evocativa e capace di richiamare alla memoria l’impegno dello Stato nella lotta alla criminalità. Un momento di raccoglimento sulle note del “Silenzio di ordinanza” e la commemorazione al ricordo delle 17,58 di quel disgraziato sabato del 23 maggio 1992, in quel luogo disgiunto dal resto dal mondo e in cui una carica di cinque quintali di tritolo posizionata in un attraversamento idraulico sotto la sede autostradale che darà l’innesco alla più efferata follia umana: è l’attacco al “Lavoro di Stato”.

Sarà l’inizio di un lungo periodo emergenziale. Commemorazione che si concluderà con il deposito di una corona d’alloro presso lo svincolo di Capaci (Palermo) e dove oggi si erige il mastodontico monumento dedicato alla memoria di grandi lavoratori ammazzati per mano malavitosa. In tema di lavoro, non si può non rammentare questo periodo storico, percorrendo un percorso concomitante a quel tempo e che non si discosti da quello che fu la dura legislazione di Stato, in specie nell’ambito penitenziario, all’indomani di quelle maledette stragi e annoverando i suoi lavoratori caduti. Quel c.d. “doppio binario”, ovvero, quella parte dell’ordinamento giuridico italiano, dedicata ai reati di criminalità organizzata. Nella storia delle associazioni, sotto un profilo normativo, si giungerà solo con la c.d. Rognoni-La Torre all’introduzione dell'art. 416-bis, con la legge n. 646/1982. Fino al 1982 infatti, per far fronte ai delitti di criminalità organizzata, si faceva ricorso al reato di associazione per delinquere, fattispecie che risultò inadatto a fronteggiare fenomeno agl’addetti ai lavori. L’esigenza di norme speciali e specifiche. Tant’è che solo con il decreto legge n. 306 del 1992 (convertito nella legge dello Stato n. 356 del 1992) e l’introduzione alle modifiche urgenti, non solo il legislatore mirò a modificare il nuovo codice di procedura penale, ma ad inasprire la normativa in vigore al regime penitenziario (art. 4 bis e art 41 bis), e la disciplina sulla protezione dei collaboratori di giustizia. Fuori dalle mura detentive, intorno alle stesse istituzioni, sta crescendo una società nuova. Gente onesta formata da studenti e lavoratori che, stanca delle angherie di pochi, nutre una forte necessità di ribellarsi al muro dell’omertà.  Agli interventi normativi di quegli anni segui la nascita di associazioni di ogni forma e tipo, favorite dallo Stato allo scopo anche di accrescere nei cittadini onesti e lavoratori, quel senso d’impegno alla legalità. Chi non lavora nel meridione, è preda facile della organizzazioni criminali. Pertanto la coscienza che il crimine originasse non solo dalla volontà di pochi disgraziati, ma dalla progettazione effettuata da una associazione delinquenziale complessa che si faceva gioco della mancanza d'impiego, specialmente quello giovanile. L’obbiettivo della giustizia rimarrà pertanto la tutela della sicurezza pubblica, con la consapevolezza che questa potrà essere conquistato unicamente ostacolando la formazione criminale, attraverso l’impegno comune e sensibilizzando in questa lotta le giovani generazioni e l’impegno politico allo sviluppo del mezzogiorno. Malgrado ciò, cinquantasette giorni dopo, seguirà la strage di via D’Amelio. Con il decreto legge 20 giugno 1994, n. 399 la lotta alla criminalità continua con i suoi lavoratori di Stato: provvedimenti urgenti in materia di confisca di valori ingiustificati, volti a colpire in maniera più efficace i patrimoni accumulati dalla criminalità organizzata. Pensiamo all’istituto della cosiddetta confisca allargata, che permise di intervenire sui patrimoni illeciti del condannato. L’elenco delle vittime dei lavoratori di Stato è destinato tuttavia ad aumentare. Il 7 agosto del 1992 viene assassinato l’agente di Polizia Penitenziaria Michele GAGLIONE, in servizio al Centro Penitenziario di Napoli Secondigliano, vittima di un vile attentato per mano mafiosa e mentre rientrava a casa a bordo della propria autovettura. Non basta, il 13 ottobre 1992, a Porto Empeclode, fu ucciso dalla mafia Pasquale Di Lorenzo Sovrintendente di Polizia Penitenziaria, rientrando dal lavoro. E ancora, la sera dell’8 febbraio 1993 venne barbaramente freddato anche l’agente di Polizia Penitenziaria Pasquale Campanello da un commando di quattro killer con quindici colpi di pistola a distanza ravvicinata e in un agguato sotto la sua abitazione di via Nazionale a Mercogliano, in provincia di Avellino, tornando dal lavoro. Lo Stato, che vedeva in questa battaglia l’impegno di tutte le forze migliori delle istituzioni, affidava al Direttore Generale dell’Amministrazione Penitenziaria e a tutta risposta del grave periodo emergenziale, l’Ordine di Servizio n° 610 del 6 Luglio del 1993 con cui si istituiva una particolare sezione all’interno della Segreteria Generale, deputata alla gestione dello S.C.O.P.P. (Servizio Coordinamento Operativo della Polizia Penitenziaria). Una Struttura di contrasto al fenomeno della criminalità inframuraria e alle dirette dipendenze di un Colonnello del disciolto Corpo degli Agenti di Custodia, composta da unità appartenenti ai vari ruoli della Polizia Penitenziaria. Organismo, lo S.C.O.P.P., nato a fronte dell’insorgere e del radicarsi di fenomeni delle organizzazioni criminali all’interno degli Istituti di Pena e con funzioni proprie. Intanto nella notte del 25 marzo 1994, muore un altro lavoratore di Stato. L’Agente di Polizia Penitenziaria Luigi Bodenza viene ucciso in un agguato malavitoso a Gravina di Catania, tornando dal lavoro. Seguirono altri delitti: il 18 novembre del 1994 un agguato malavitoso l’Agente di Polizia Penitenziaria Carmelo MAGLI e il 23 dicembre del 1995 l’imboscata è tesa all’Agente Scelto di Polizia Penitenziaria Giuseppe MONTALTO. Il 41 bis (ex art 90 O.P.) fa vacillare le bande malavitose e sulla base di quanto contenuto in questo articolo dell’Ordinamento Penitenziario, al personale di Polizia Penitenziaria il delicato lavoro di assicurare una gestione della vita detentiva che garantisse nel modo più efficace la recisone di ogni legame tra esponenti delle cosche mafiose, ovvero di altre associazioni criminali organizzate anche internazionali, operanti all’estero e personaggi tutt’ora in grado, dalla condizione di detenzione, di ispirare, guidare, governare attività criminose o determinare in qualsiasi modo la commissione di reati, con pregiudizio per l’ordine e la sicurezza pubblica. Tale regime diversificato costituì e costituisce ancora oggi una misura di prevenzione atta ad impedire i suddetti pregiudizi e non va intesa con la funzione di aggravamento della pena. Dopo l’omicidio del collega, Ag.te Sc. Giuseppe MONTALTO in servizio presso l’Istituto Ucciardone di Palermo, il 27 maggio del 1997, verrà istituito il Gruppo Operativo Mobile (G.O.M.), posto alle dirette dipendenze del Direttore Generale dell’Amministrazione penitenziaria che ne dispone l’impiego. Il radicamento sul territorio del fenomeno mafioso e delle associazioni in genere che si propongono di porre in essere delitti in forma associativa, a richiesto il ricorso alle misure di prevenzione e alla nascita di una nuova struttura di contrasto alle cosche. Tra il 1994 e il 1996 l’innesco di nuovi interventi normativi. Il decreto legislativo n. 490 del 1994 introduceva nel corpo della legislazione, le comunicazioni e le certificazioni previste dalla normativa antimafia, imponendo da parte delle pubbliche amministrazioni di verificare l’esistenza di fattori ostativi alla stipula di contratti, appalti, concessioni e quanto meglio contenuto nella stessa. Con La legge n. 109 del 1996 si introdussero disposizioni in materia di gestione di beni sequestrati e confiscati alla mafia, prevedendo il loro riutilizzo a fini sociali, attraverso l’assegnazione al patrimonio dello Stato per finalità di giustizia e ordine pubblico. L’amministrazione Penitenziaria, in crescita esponenziale nella lotta alla criminalità organizzata e al contrasto alla radicalizzazione violenta di natura confessionale all’interno delle carceri, nel 2007 costituirà il Nucleo Investigativo Centrale, quale principale organo di investigazione della Polizia Penitenziaria che, con professionalità lavorativa svolge indagini in ambito di vaste operazioni investigative tese a contrastare la criminalità. Dal 2013, questo grande gruppo di lavoratori denominato Polizia Penitenziaria, entrerà negl’organici della D.I.A. (Direzione Distrettuale antimafia) e dell’INTERPOL grazie al d.lgs. 15 novembre 2012, n. 218. Le maturate esperienze lavorative consentirono già all’epoca delle stragi di affermare che spesso il silenzio era il frutto di una strategia finalizzata a determinare cali di tensione nell’attività di contrasto istituzionale al fine di promuovere il rilancio delle attività criminose. La necessità quindi di collegamento con gli uffici e le strutture delle Forze di Polizia che fornissero ogni possibile cooperazione lavorativa. Conoscenza maturata sulla base di quanto accertato nei principali processi che hanno stabilito come i vincoli di appoggio tra gli stessi membri non cedano in continuità di reclusione.  Auspicando una evoluzione normativa sempre più efficace ed efficiente alle attività di un corpo come quello che orgogliosamente rappresento, l’augurio di buon servizio a tutti i colleghi in servizio all’interno delle sezioni detentive, non omettendo l’impegno profuso da ogni operatore di polizia nel cooperare al mantenimento della sicurezza penitenziaria e del paese.

Ispettore Andrea SCIARRINI

         Ad Maiora Semper

 

“È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.” PAOLO BORSELLINO

 

 


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