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Lavoro in carcere... una regola di buon senso: Le esperienze di Bollate e Pozzuoli


Polizia Penitenziaria - Lavoro in carcere... una regola di buon senso: Le esperienze di Bollate  e Pozzuoli

Notizia del 23/06/2010

in Il Commento

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Scritto da: Roberto Martinelli

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In più occasioni ho avuto modo di scrivere come sia incomprensibile che in questo Paese non si sia ancora arrivati all’obbligatorietà del lavoro per i detenuti. Niente lavori forzati, sia chiaro!
Parlo di un coinvolgimento consapevole e responsabile dei soggetti in espiazione di pena in attività lavorative, sempre ovviamente con il controllo della Polizia Penitenziaria, volte all’integrazione e al reinserimento nella comunità sociale. Un coinvolgimento, specie se in progetti di recupero del patrimonio ambientale e in lavori di pubblica utilità, utile a dare un senso concreto alla pena perché ripagherebbe la comunità dal crimine commesso, perché metterebbe in condizione i detenuti di disporre del denaro per pagarsi i costi della detenzione ma anche perché permetterebbe di acquisire un’esperienza lavorativa certamente utile una volta in libertà.
Tutto questo, lo abbiamo detto e ridetto, nella convinzione che il lavoro è uno degli elementi determinanti su cui fondare percorsi di inclusione sociale non aleatori. Come tutte le soluzioni di buon senso, però, anche quella  del lavoro obbligatorio dei detenuti trova consensi tra la gente ma non tra la nostra classe politica – ennesimo esempio della distanza quasi siderale tra Paese reale e Paese legale -, classe politica distratta dalle polemiche e dai litigi su tutto e tutti piuttosto che attenta ai bisogni reali del Paese.
Lo dimostrano anche i dati: il rilevamento al 31 dicembre 2009 attestava che a lavorare, in carcere, erano 14.271 detenuti, il 22% degli (allora) 64.791 detenuti presenti. In questo contesto, è apprezzabile quanto presentato nelle scorse settimane a Milano.
Sarà infatti realizzato nel carcere di Bollate, comune alle porte di Milano, il primo impianto per rifiuti elettronici. E’ quanto prevede il progetto Raee (acronimo di rifiuti apparecchiature ed elettroniche) presentato il 31 maggio scorso nel capoluogo meneghino dall’assessore regionale all’Ambiente, Energia e Reti, Marcello Raimondi che, su delega del presidente Roberto Formigoni, ha illustrato i contenuti del Protocollo d’Intesa sottoscritto con il Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria e l’Amsa, Azienda milanese servizi ambientali. Erano presenti anche il sindaco di Milano, Letizia Moratti, il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, il provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria, Luigi Pagano e il presidente Amsa, Sergio Galimberti. In pratica, Regione Lombardia finanzia con 2 milioni di euro la realizzazione del capannone dove i detenuti (a regime saranno circa 120) avranno la possibilità di lavorare al recupero di tali apparecchiature. L’Amsa da parte sua finanzia il progetto con 800mila euro e si occuperà della gestione delle parti importanti recuperate e dell’attività di formazione.
«Finanziamo questo progetto - ha detto Raimondi -  riconoscendone la funzione sociale e ambientale che lo caratterizza. Regione Lombardia, che tra l’altro ha una propria legge a favore del reinserimento lavorativo, riconosce la preziosità dell’attività che svolgeranno queste persone».  
L’Unione europea prevede uno smaltimento annuo pro capite di tali rifiuti di circa 4 chili, numeri che saranno raggiunti più facilmente anche grazie a questo intervento.
«E’ il primo caso in Italia - ha sottolineato ancora Raimondi - e forse anche in Europa e per questo ne siamo ancora più orgogliosi. Inoltre questo e’ un trattamento che richiede competenze non indifferenti, chi le acquisirà sarà, dunque anche facilitato nel trovare un impiego una volta scontata la pena».
I rifiuti elettronici derivano dalla dismissione di attrezzature di comune uso, sia in ambito domestico che professionale, come personal computer, cellulari ed elettrodomestici che, se non opportunamente trattati, possono essere molto pericolosi per l’ambiente a causa delle sostanze che contengono, quali mercurio e piombo. Gli stessi rifiuti sono invece composti anche da materiali preziosi, quali ad esempio argento, oro, rame, nichel e platino, che costituiscono una risorsa se recuperati.
L’iniziativa intende favorire un’alternativa più efficace, più economica e socialmente utile come integrazione ai tradizionali metodi di raccolta. L’esperienza di Bollate servirà, inoltre, a valutare l’opportunità di estendere l’attività di agevolazione della raccolta e recupero ad ulteriori tipi di rifiuti, nonchè la possibilità di replicarne l’efficacia in altri istituiti penitenziari della Lombardia.
«Questa esperienza progettuale - ha concluso l’assessore Raimondi - rappresenta dunque un’importante opportunità di reinserimento sociale, coniugata a un’occasione concreta di tutela dell’ambiente nel rispetto delle logiche di welfare sociale della politica regionale lombarda, e conferma il primato della Lombardia come Regione più ‘riciclona’ in Italia».
«Puntare sulle competenze professionali e sulla formazione e’ il modo migliore per rendere il carcere non solo un’esperienza punitiva, ma una occasione di riscatto. Milano crede nel recupero di chi ha sbagliato e si rende disponibile a un percorso di reinserimento».
Così il sindaco di Milano Letizia Moratti intervenuta alla presentazione del progetto sperimentale regionale RAEE nelle Carceri (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche).
«La formazione che gli operatori acquisiranno sarà spendibile anche fuori dal carcere nel mondo del lavoro - ha proseguito il sindaco - Inoltre questo progetto connette direttamente il mondo carcerario ai temi della sostenibilità ambientale e fa compiere alla nostra collaborazione con gli istituti di reclusione un passo avanti».
E il Comune di Milano è particolarmente attivo in questo importante settore: ogni anno, infatti, circa un centinaio di detenuti partecipano ai percorsi di inserimento lavorativo attivati dall’ufficio di mediazione al lavoro, attraverso l’attivazione di tirocini formativi e di orientamento e con l’incentivo di una borsa lavoro. Fra le iniziative sostenute dal Comune: il contratto sottoscritto con Milano Ristorazione per l’acquisto quotidiano del pane prodotto dal forno nel carcere di Opera, il progetto che per un anno coinvolge detenuti per la pulizia e la cura del verde dei cimiteri e altri che si prendono cura dei parchi cittadini. A questi si aggiungono i detenuti che dal 2007 sono stati incaricati, sempre attraverso Amsa, del servizio rimozione graffiti e altri detenuti volontari impiegati come spalatori nei giorni dell’emergenza neve.
Non dimentichiamo che, sempre con la stessa attenzione alle problematiche del reinserimento sociale, il 15 dicembre scorso è stato siglato a Milano un importante protocollo d’intesa tra il Comune, il Ministero della Giustizia e la Società di gestione Expo Milano 2015 S.p.A. che ha ufficializzato l’impegno delle parti all’assunzione di un consistente numero di soggetti in espiazione di pena negli istituti penitenziari della Lombardia per l’impiego in tutte le attività lavorative connesse all’organizzazione dell’imponente manifestazione fieristica.
Sul fronte lavoro dei detenuti, segnalo una curiosità: è approdato il 16 giugno scorso, alla buvette del Senato della Repubblica, il caffè  ‘Lazzarelle’, prodotto dalle donne detenute del carcere di Pozzuoli (Napoli).
La direzione della Casa circondariale, la cooperativa Lazzarelle  (Federazione In-

ternazionale Città Sociale di Napoli) e tre donne detenute sono state infatti invitate a pranzo alla buvette di Palazzo Madama. L’incontro conviviale si è chiuso con la degustazione del caffè, che sarà offerto a tutti i senatori presenti.
L’attività della cooperativa ‘Lazzarelle’ è stata presentata dalla senatrice Anna Maria Carloni (Pd).
Il caffè è prodotto dall’attività di torrefazione avviata all’interno del carcere campano e la lavorazione è coordinata dalla cooperativa femminile.
Il prodotto è in vendita nella rete campana del commercio equo e solidale e negli spacci di molti istituti penitenziari. Come si può vedere da queste esperienze, che sono solamente alcune delle attività sul territorio nazionale, l’utilità del lavoro in carcere è fondamentale. Semprechè a lavorare siano tutti i detenuti presenti, non solo una minima percentuale...


Scritto da: Roberto Martinelli
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