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Le fonti del diritto penitenziario: la legge ordinaria


Polizia Penitenziaria - Le fonti del diritto penitenziario: la legge ordinaria

Notizia del 05/12/2017

in Diritto e Diritti

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Scritto da: Giovanni Passaro

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Il diritto penitenziario è una disciplina giuridica autonoma del diritto pubblico interno, in quanto volto alla tutela di beni giuridici che, seppure di diretta pertinenza dei singoli, assumono sempre rilevanza in funzione di un interesse pubblico.

Le norme che lo costituiscono, sebbene contenute in sedi diverse, sono legate dal fine dell'esecuzione delle pene e delle misure di sicurezza nel loro contenuto di restrizione dei beni giuridici del condannato e dell'internato, e nel loro fine di retribuzione, di difesa sociale e di rieducazione.

La normativa attuale fa riferimento essenzialmente ad un compatto corpus di norme, in primis la grande “Riforma Penitenziaria” rappresentata dalla Legge del 26 luglio 1975, n. 354 contenente le ”Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure preventive e limitative della libertà”; norme che sebbene oggetto di ripetute modifiche e integrazioni dettate dall’evoluzione storica e da allarmismi di carattere emergenziali, continuano a rappresentare il pilastro su cui l’ordinamento penitenziario si poggia ancora oggi.

Dapprima composto di 91 articoli che si distinguevano in norme sul trattamento penitenziario e in norme riguardanti l’organizzazione penitenziaria. Concretamente la normativa d’attuazione della disciplina generale stabilita da questa legge, fu adottata con il D.P.R. 29 aprile 1976, n.431 “Regolamento di esecuzione”; regolamento importante poiché stabiliva nel dettaglio quali erano le infrazioni disciplinari sanzionabili e quali le procedure d’irrogazione e di esecuzione delle sanzioni.

La modifica più significativa posta come risposta a un allarme sociale prodotto da nuovi fenomeni di criminalità particolarmente gravi, quali il terrorismo politico e la criminalità mafiosa, è rappresentata dalla Legge del 10 ottobre 1986, n. 663 “Modifiche alla legge sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà” (conosciuta anche come “Legge Gozzini” dal nome del senatore proponente), nota per l’intento di raggiungere un giusto equilibrio tra due diverse esigenze; da un lato ricercare un trattamento individualizzato secondo la personalità di ciascun soggetto e  dall’altro rispondere alla più frequente esigenza di sicurezza.

Il primo obiettivo si posò sulla logica del “meno carcere”, allargando le opportunità di uscita temporanea dal carcere (attraverso lavoro all’esterno e permessi premio) o del non ingresso nello stesso, estendendo l’applicabilità dell’affidamento in prova, semilibertà o detenzione domiciliare.

Il secondo obiettivo venne costruito sulla base di una strategia di trattamento differenziato, e seguendo la logica dell’art.27 comma 3 Cost., introdusse un regime di sorveglianza particolare, sostituendo all’art.90 ord. Pen., l’art.41-bis sulle situazioni di emergenza, e traducendosi nella realizzazione di un circuito penitenziario di “massima sicurezza”.

Si è creato per la prima volta un solco tra regime normale e regime differenziato che si riflette sulla stessa edilizia penitenziaria oltre che a nuovi istituti caricati da nuovi significati.

Sulla stessa scia fu emanato il d.l. 13 maggio 1991 n. 152, convertito in legge il 12 luglio 1991 n. 203, recante “provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata”, che tra i principi direttivi in tema di trattamento penitenziario, introduce l’art. 4 bis “sull’accertamento della pericolosità sociale dei condannati per taluni delitti” confermando l’idea secondo la quale il regime differenziato non costituisce un’eccezione alla regola, ma un’altra regola.

Altra grande modifica è rappresentata dalla Legge 27 maggio 1998, n. 165 “Modifiche all’art.656 del codice di procedura penale e alla legge 26 luglio 1975 n. 354, e successive modificazioni”, detta Legge Simeone-Saraceni, che ridisegna la fase esecutiva della pena sia in riferimento agli adempimenti successivi alla sentenza di condanna sia dall’accesso alle misure alternative alla detenzione.

Inoltre, numerosi sono gli interventi settoriali succedutesi quali la Legge 22 giugno 2000 n. 193, recante “Norme per favorire l’attività lavorativa dei detenuti” e la Legge 8 marzo 2000 n. 40 recante “Misure alternative alla detenzione a tutela del rapporto tra detenute e figli minori” e la Legge 19 dicembre 2002 n. 277, recante “Modifiche alla legge 26 luglio 1975 n. 354, in materia di liberazione anticipata” che ha spostato la competenza a decidere sulla riduzione di pena per la liberazione anticipata dal tribunale al magistrato di sorveglianza.

Si segnala, infine, la Legge 5 dicembre 2005, n. 251(nota anche come Legge ex Cirielli), che ha ritoccato diversi istituti e delineato un diverso e più ristretto regime nei confronti dei detenuti e condannati recidivi reiterati, ridisegnando un percorso rieducativo differenziato tra i soggetti che per la prima volta si rendono autori di un reato, dai soggetti dichiarati recidivi dal giudice.

L’excursus normativo delineato finora porta a concludere che, oggetto del diritto penitenziario è quell’insieme di norme che disciplinano le modalità di espiazione della pena costituenti nella privazione o limitazione della libertà personale del soggetto attraverso gli strumenti specificamente predisposti dall’ordinamento.


Scritto da: Giovanni Passaro
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