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Le parole che Luigi Pagano non ha detto nella sua intervista: Roberto Martinelli scrive al Giornale d'Italia


Polizia Penitenziaria - Le parole che Luigi Pagano non ha detto nella sua intervista: Roberto Martinelli scrive al Giornale d'Italia

Notizia del 05/11/2012

in Mondo Penitenziario

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Scritto da: Redazione

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Sul Giornale d'Italia del 3 novembre scorso è stata pubblicata un'intervista a Luigi Pagano, Vice Capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria. Il nostro Segretario Generale aggiunto Roberto Martinelli ha scritto questa lettera al quotidiano per commentare le dichiarazioni di Pagano rilasciate nell'intervista.
 
 
 
Spettabile Redazione,
 
si parla ciclicamente dell’emergenza carceri del nostro Paese. Se n’è occupato anche Il Giornale d’Italia, con l’intervista al vice Capo Dipartimento Amministrazione Penitenziaria Luigi Pagano (edizione del 3 novembre 2012).
 
A un anno dall’insediamento del Governo Monti, è possibile sostenere che anche questo Esecutivo in carica ha ottenuto ben pochi risultati per contrastare questa grave criticità. Tanto per capirci: i detenuti presenti nelle nostre carceri nei giorni della nascita del Governo tecnico erano 68.047 (alla data del 30.11.2012); pochi giorni fa, il 31 ottobre 2012, erano 66.811: un decremento di soli 1.236 soggetti, una flessione pressochè impercettibile se si considera che i posti letto regolamentari detentivi sono poco più di 45mila.
 
Certo, probabilmente senza la legge fortemente voluta dalla Ministro Guardasigilli Severino finalizzata a ridurre la tensione detentiva determinata dal numero di persone che transitano per le strutture carcerarie per periodi brevissimi, evitando cioè il meccanismo delle''porte girevoli'' (gli ingressi e le uscite dal carcere per pochi giorni che, è stato stimato, si aggirano attorno alle oltre 20 mila persone che ogni anno entrano ed escono dagli istituti nell'arco di tre giorni) avrebbero potuto essere anche di più ma, di fatto, le strategie di contrasto al sovraffollamento penitenziario si sono rilevate inefficaci.
 
Da addetto ai lavori, da fiero ed orgoglioso appartenente al Corpo di Polizia Penitenziaria, dico che quel che serve sono processi più rapidi (oltre il 40% dei detenuti oggi presenti nelle carceri italiane sono in attesa di un giudizio definitivo); l’espulsione degli oltre 23.500 detenuti stranieri presenti oggi in Italia; la detenzione nelle Comunità terapeutiche dei detenuti tossicodipendenti, che sono oggi 1 su 4 dei presenti.
 
Non solo: il fatto che i detenuti non siano impiegati in attività lavorative o comunque utili alla società (come i lavori di pubblica utilità) favorisce l’ozio in carcere e l’acuirsi delle tensioni. Ricordo a me stesso che, secondo le leggi ed il regolamento penitenziario, il lavoro è elemento cardine del trattamento penitenziario e «strumento privilegiato» diretto a rieducare il detenuto e a reinserirlo nella società.
 
In realtà, su questo argomento c’è profonda ipocrisia. Tutti, politici in testa, sostengono che i detenuti devono lavorare: ma poi, di fatto, a lavorare nelle carceri oggi è una percentuale davvero irrisoria di detenuti, con ciò alimentandosi una tensione detentiva nelle sovraffollate celle italiane fatta di risse, aggressioni, suicidi e tentativi suicidi, rivolte ed evasioni che genera condizioni di lavoro dure, difficili e stressanti per le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria, sotto organico di ben 7mila unità. Altro che vigilanza dinamicapatti di responsabilità dei detenuti come il Dap pensa di risolvere i problemi!
 
I poliziotti e le poliziotte penitenziari italiani hanno salvato negli ultimi vent’anni decine di migliaia di vite umane in carcere, intervenendo tempestivamente e salvando la vita a chi ha tentato di suicidarsi (impiccandosi alle sbarre della finestra, inalando gas da bombolette di butano che si continuano a far detenere nonostante la loro pericolosità, avvelenandosi con farmaci, droghe o detersivi, soffocandosi con un sacco infilato in testa) e impedendo che atti di autolesionismo potessero degenerare ed ulteriori avere gravi conseguenze. Nel solo 2011 ci sono stati ben 1.003 tentativi di suicidio di detenuti e 5.639 atti di autolesionismo. E nei soli primi sei mesi del 2012 ci sono stati 3.617 atti di autolesionismo, 637 tentati suicidi, 541 ferimenti e 2.322 colluttazioni. Peccato (e grave!) che non abbia ritenuto opportuno ricordarlo Luigi Pagano nella sua intervista a Il Giornale d’Italia...
 
E’ importante per il Paese conoscere il lavoro svolto dai poliziotti penitenziari, è importante che la Società riconosca e sostenga l'attività risocializzante della Polizia Penitenziaria e ne comprenda i sacrifici sostenuti per svolgere tale attività, garantendo al contempo la sicurezza all'interno e all'esterno degli Istituti. Il nostro Corpo è costituito da persone che nonostante l’insostenibile, pericoloso e stressante sovraffollamento credono nel proprio lavoro, che hanno valori radicati e un forte senso d’identità e d’orgoglio. Persone che lavorano ogni giorno, nel silenzio e tra mille difficoltà ma con professionalità, umanità, competenza e passione nel dramma delle sezioni detentive italiane.
 
Ricordarlo, ogni tanto, è a mio avviso doveroso. Ai lettori ma soprattutto a coloro che hanno il potere e l’autorità di assumere decisioni significative e concrete sui temi del carcere.
 
Vi ringrazio per l’attenzione che mi vorrete riservare e porgo un cordiale saluto.
 
Roberto Martinelli, Sovrintendente di Polizia Penitenziaria e Segretario Generale aggiunto SAPPE

 


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