Maggio 2018
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L’elogio funebre di Nicolò Amato a Giuseppe Falcone


Polizia Penitenziaria - L’elogio funebre di Nicolò Amato a Giuseppe Falcone

Notizia del 05/06/2018

in Memoria del Corpo

(Letto 569 volte)

Scritto da: Redazione

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Lo scorso 28 marzo, nella cappella della scuola della Polizia Penitenziaria di Roma, si è tenuta una cerimonia funebre in commemorazione del compianto Presidente Giuseppe Falcone, prematuramente scomparso il primo marzo 2018.

La cerimonia, organizzata ufficiosamente dalle persone più vicine al magistrato, ha voluto essere una sorta di “riparazione” all’inspiegabile assenza dell’amministrazione penitenziaria ai funerali. Ciò nonostante, di nuovo assenti i vertici del Dap...

ma, almeno stavolta, si sono viste le uniformi della Polizia Penitenziaria a rendere omaggio a colui che è stato Capo del Personale del Corpo.

Pur tuttavia, presenti numerose Autorità al fianco della moglie e della figlia del Presidente Falcone, tra le quali Nicolò Amato, per dieci anni capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

E proprio l’elogio funebre del Presidente Amato al collega, abbiamo voluto pubblicare a ricordo e memoria di Giuseppe Falcone che ha sempre avuto nel cuore la Polizia Penitenziaria e che è rimasto nel cuore di tutti i baschi azzurri che hanno avuto l’onore e il piacere di conoscerlo.  

 

GBdB

 

 

 

L’elogio funebre di Nicolò Amato a Giuseppe Falcone

 

 

Io avverto oggi naturalmente una grande tristezza.

Devo ringraziare il Dipartimento che mi ha dato questa opportunità, questo compito, alto, di rivolgere un ultimo saluto ad un Amico carissimo come Giuseppe Falcone. 

Una persona a cui tutti abbiamo voluto bene, voi, io, tanti altri che non sono qui con noi, lo abbiamo stimato profondamente e naturalmente oggi siamo profondamente tristi di dovergli rivolgere questo ultimo saluto.

Per ogni uomo che muore,  dicono, muore una parte di noi, una parte dell’umanità, per cui la campana ogni volta suona un sospiro di gloria.

Ma soprattutto quando scompare un amico carissimo come Giuseppe Falcone, perché l'amicizia è uno scambio continuo di doni da una parte e dall’altra, si dà e si riceve da un amico e c'è un patrimonio che è un tesoro di ricordi comuni, di speranze condivise, di sogni che sono stati fatti insieme, di confidenze, di delusioni a volte anche, di tristezze, di cadute e di risalite. E, quindi, quando un amico muore, questo tesoro importante che è dentro di noi nel nostro ricordo, ci viene in qualche modo strappato via dolorosamente, e quindi il dolore della perdita si raddoppia per quello che abbiamo perso, per quello che non abbiamo più.

Profondo dolore per la perdita di Giuseppe, lo rivolgo innanzitutto naturalmente alla moglie Lucia, alla figlia Chiara, alla cognata Alba a cui lui era così profondamente legato.

Non era un uomo molto espansivo, Giuseppe, soleva tenere i suoi sentimenti profondi sinceri dentro di se, eppure io ricordo che a volte capitava, in momenti in cui stavamo insieme, si parlava, c’era sempre una parola che veniva fuori, un sorriso, un accenno,  qualcosa che mi mostrava, e io  ho sempre come dire apprezzato e quasi invidiato questo suo patrimonio di affetti verso la famiglia, questo culto, questo legame profondo che lui avvertiva con  la famiglia e con tutti coloro con i quali collaborava e lavorava, perché era un uomo generoso, era un uomo che dava senza risparmiarsi, non chiedeva molto, ma dava molto, ed io avverto questo dolore  perché è scomparso un grande Magistrato, grande Magistrato, scomparso un uomo che ha onorato la Magistratura in tutte le fasi in cui l’ha servita in tutta la sua vita.

Lo ricordo nella sua ultima nomina come Procuratore Generale de L’Aquila, ma consentitemi che io lo ricordi soprattutto come Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma. Perché? Perché poteva sembrare strano che Giuseppe Falcone che a molti appariva, a volte poteva apparire, come un uomo severo, come un uomo in qualche misura inflessibile, potesse invece incarnare, come lui ha incarnato in maniera mirabile la funzione di Presidente del Tribunale di Sorveglianza.

Giuseppe Falcone aveva una sua grande intelligenza: nella sua profonda cultura umana, nella sua profonda umanità, nella sua preparazione professionale, gli strumenti che gli hanno consentito di trovare il giusto ma non facile equilibrio tra la severità e la comprensione umana, perché la severità senza la compressione umana diventa una durezza ingiustificata, ma la comprensione umana senza un minimo di severità e di serietà diventa una forma di debolezza che chi serve lo Stato non si può permettere. Giuseppe Falcone aveva trovato, e questo io ho molto apprezzato, questo difficile equilibrio nato dalla sua umanità, dalla sua cultura e dalla sua intelligenza, tra severità e    comprensione umana, stava in quella zona alta, cui stanno gli spiriti  superiori, che gli consentiva di essere allo stesso tempo l’inflessibile tutore della legge che rappresentava e dell’umanità che vibrava nel suo cuore, che palpitava nelle sue azioni, che era nei suoi sentimenti, che era parte del suo carattere e del suo modo di essere e di porsi con gli altri uomini. 

E quindi io lo ricordo come mio amico e come mio principale collaboratore con cui ho avuto l’onore di dirigere il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Devo dire che oggi io rivolgo al Dipartimento, al Presidente Santi Consolo, al consigliere Turrini Vita le mie condoglianze per questa perdita, per questo dolore che io credo loro avvertono, anche se da tempo egli era occupato in altre attività professionali, ma io lo ricordo come mio principale collaboratore.

Io direi che con Giuseppe Falcone abbiamo condiviso un sogno insieme, non mi sembra  retorica quella che io vi dico se vi parlo di sogno, ma Giuseppe Falcone nel realismo della sua attività sapeva sognare, sapeva porsi obbiettivi alti e io lo ricordo come direttore del personale civile, ma soprattutto lo ricordo come direttore dell’Ufficio detenuti, perché come direttore dell’Ufficio detenuti lui ha saputo esprimere quello che poi esprimerà come Presidente del Tribunale di Sorveglianza, quell’equilibrio straordinario tra serenità e amore, ed è stato il sogno che ci ha accomunato, quello che chiamavamo insieme a volte  “il carcere della speranza”, che non voleva essere un’utopia, che non ha mai voluto essere una utopia, noi cercavamo sempre di stare saldamente con i piedi per terra, e tuttavia capivamo che un mondo così difficile, così tormentato, così drammatico come il mondo del carcere, il mondo della sofferenza, il mondo delle contraddizioni, il mondo altro il mondo delle rivoluzioni non poteva essere affrontato se non con una misura di sogno, con una misura di un progetto che sapesse si stare dentro le vicende dei detenuti, che sapesse  si coltivare e custodire, proteggere le istanze di sicurezza che giustamente la società affida al mondo del carcere, ma sapesse anche in qualche misura aprire le grate di quelle celle per fare entrare  un po’ d'aria, per fare entrare un po’ di vita, per fare entrare un po’ di speranza. E lui capiva questo e come direttore dell’Ufficio detenuti è stato un interprete veramente ammirevole.

Dicevamo che bisognava non togliere la speranza a nessuno, perché se il carcere è il mondo della disperazione e del dolore, allora esso può in qualche modo riscattarsi, risollevarsi se si riesce a reintrodurre una piccola misura di speranza, perché l’uomo disperato è l’uomo che non ha più nulla da perdere, è dunque un uomo che non può esprimere altro che violenza e disperazione e negatività e anti socializzazione.

E con Falcone abbiamo condiviso un altro sogno: era quello di fare dell’amministrazione penitenziaria, del personale dell’amministrazione penitenziaria, una specie di grande famiglia, perché le carceri sono situate ciascuna in una città lontana dalle altre e alcune volte esse non comunicano fra di loro, noi volevamo ci fosse una comunicazione possibile, volevamo che tutto il personale dell’amministrazione penitenziaria, i direttori, gli agenti della Polizia Penitenziaria, gli educatori, gli assistenti sociali, i ragionieri, quanti lavoravano e lavorano nell’amministrazione si sentissero parte di una famiglia che condivideva un progetto, che condivideva una responsabilità, che condivideva una speranza. E questo abbiamo fatto in tante circostanze, ma soprattutto in quell’anno bellissimo che è stato il 1990 quando finalmente attraverso quella riforma siamo riusciti, e Falcone ha un grande merito di questo, siamo  riusciti, per merito di tutto il personale dell’amministrazione penitenziaria, di tutti. Io qui vedo tanti volti che mi erano familiari, che mi sono stati vicini, a cui mi hanno legato stima ed affetto, vorrei nominarli tutti ma naturalmente non posso, perché sono troppi, perché se ne nominassi alcuni farei torto a quelli che dimentico involontariamente, ma siamo stati davvero con Giuseppe Falcone parte di una grande famiglia che si è innalzata professionalmente, che si è innalzata sul piano della dignità personale e professionale fino a raggiungere quella riforma del 1990 che ha posto per la prima volta il mondo dell’amministrazione penitenziaria sullo stesso piano di dignità professionale della Polizia di Stato, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, delle altre Forze dell’Ordine della società italiana.  E rivolgo adesso,  che io ricordo  è il bicentenario della Polizia Penitenziaria, e penso ai progressi infiniti che questo Corpo meritevole, che questo Corpo che ha onorato la sua bandiera, che ha onorato lo Stato che ha servito,   rivolgo nel bicentenario, malgrado la tristezza del momento, un augurio che credo potrei fare a nome di Giuseppe Falcone, Giuseppe Falcone per anni ha diretto il Corpo della Polizia Penitenziaria e credo che sarebbe oggi, se potesse, felice di poter rivolgere Lui stesso questo augurio a tutti gli agenti, a tutti gli ufficiali, a tutti i rappresentanti del Corpo della Polizia Penitenziaria italiana.

C’è tristezza quindi si, io forse un po’ mi sono lasciato trasportare dai ricordi, dalle emozioni, dai sentimenti, ma il sentimento che rimane è un sentimento di grande tristezza, anche se devo dire, siamo qui in chiesa, siamo nel luogo delle grandi speranze, delle speranze più alte, nel luogo dove la morte, la scomparsa, non è la fine ma è solo il principio, ci auguriamo, di una vita nuova, perché se non avessimo questa speranza, se davvero la morte fisica fosse la fine di tutto, ci sarebbe da chiedersi che cosa dobbiamo fare noi allora?

Perché le speranze di questo mondo per quanto forti, per quanto nobili, per quanto si possano riscaldare, sono speranze fragili, speranze effimere, speranze che vanno e vengono, speranze a cui molto spesso si accompagnano delusioni altrettanto forti, ma ci sono speranze più alte, le speranze di un mondo che è al di là di questo mondo, di un mondo che è un mondo dello spirito, è un mondo dei valori che non periscono, dei valori che non conoscono tramonto, valori di un mondo in cui il sole splende sempre.

E io credo che le parole del Vangelo, le parole di Gesù, “beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché di loro è il regno dei cieli”

ed io credo che se qualcuno ha avuto fame e sete di giustizia questo è stato Giuseppe Falcone, e quindi io credo che nel dolore del saluto ci sia, come dire, questa gioia che va al di là di noi stessi, nella consapevolezza che una più alta e eterna felicità ormai egli, che conosce il mistero, ha raggiunto.

E con questo segno di speranza, che io vorrei sinceramente abbracciare ognuno di voi, tutti voi, nel segno di un valore che Giuseppe ha rappresentato al meglio e che non finirà mai.

Grazie.       

 

Nicolò Amato

 

 


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