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Liberate la Polizia Penitenziaria – Parte III


Polizia Penitenziaria - Liberate la Polizia Penitenziaria – Parte III

Notizia del 10/04/2013

in Il Commento

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Scritto da: Daniele Papi

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Questa è una sintesi di quanto accaduto e di quanto permane a causa di una classe Dirigente inadeguata, inconsistente ed esclusivamente orientata al perseguimento degli interessi personali:

Il Corpo degli Agenti di Custodia ha avuto un ordinamento civile fino al 1945, per effetto del regio decreto 30 dicembre 1945, n. 2584. Nel 1945, per effetto del decreto legislativo luogotenenziale 21 agosto 1945, n. 508, poi integrato con decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 5 maggio 1937, n. 381, l'ordinamento fu militarizzato e l'Organismo trovò sistemazione tra le Forze armate e le Forze di Polizia.

Dal 1991, per effetto della legge 15 dicembre 1990, n. 395, l'ordinamento è stato ancora demilitarizzato in funzione del nuovo Organismo, appunto la Polizia Penitenziaria.

Non verrà dato rilievo alla organizzazione antecedente al 1945 (anche se qualche significativo richiamo si renderà indispensabile, nonostante i circa settanta anni trascorsi), apparendo preminente, ancorché per sintesi, l'evoluzione delle vicende giuridiche e sostanziali dell'Organismo, sotto i profili organizzativi, gerarchici, strutturali, tecnici ed operativi dopo il 1945 e dopo il 1990, vale a dire dall'origine dei due ordinamenti, militare e civile, rispettivamente, per verificare, in comparazione, la plausibilità e la portata dello sforzo innovativo.

Il Corpo degli Agenti di Custodia, (tanto cari alla Ministro SEVERINO), militare, aveva la seguente configurazione:

era inserito nella Direzione Generale per gli Istituti di Prevenzione e Pena (II.PP.), del Ministero di Grazia e Giustizia;

era amministrato da un Ufficio Centrale di tale Direzione Generale entro cui era collocato il Comandante del Corpo titolare di un Ufficio di Comando, entrambi di valenza meramente nominale (residuale la sostanza);

A livello periferico regionale l'Organismo si avvaleva di ufficiali trasformati, pomposamente, in comandanti di Comandi Regionali di cui non v'era traccia di fonte normativa;

A livello periferico Regionale, per effetto di competenze legislativamente attribuite, l'Organismo supponeva la figura dell'Ispettore Distrettuale, provvista di una certa superiorità funzionale, non anche gerarchica;

A livello periferico locale l'Organismo era distinto nei reparti degli istituti penitenziari, posti al comando, nominale, di un maresciallo e, di fatto, del direttore dell'istituto, capo assoluto del personale militare in sede, riconosciuto, altresì, unico titolare del potere di richiesta di procedimento penale per reati militari, in quanto considerato comandante di Corpo;
Disponeva di scuole di addestramento e di formazione, di un servizio di trasporto automobilistico militare, di un servizio navale militare e di alcuni poligoni di tiro (strutture confiscate dall’Amministrazione Penitenziaria);
Era equipaggiato ed armato secondo i livelli, quasi sempre minimi, delle previsioni relative alle Forze di Polizia.
Ex lege, il Corpo dipendeva Gerarchicamente dal Direttore Generale, dal Comandante del Corpo, dagli altri superiori, appunto, gerarchici e, malgrado il silenzio normativo, per tacita tolleranza di un potere di AUTOINVESTITURA, anche dal Direttore dell'Ufficio Centrale (chi si è arruolato negli Agenti di Custodia ricorderà il famoso Ufficio II), preposto alla amministrazione complessiva del personale del Corpo, il quale esercitava ogni pertinente potere di superiorità e di comando senza limitazioni di sorta. Fatta, pertanto, salva la figura del Direttore Generale, in quanto Capo dell'Amministrazione e, quindi, Capo del personale tutto, le altre figure appena individuate, variamente apicali, pur destinate, di massima, al governo amministrativo e d’intervento degli Agenti di Custodia, secondo la legge, nella lettura e nella conseguente interpretazione, adattata alle circostanze, si appropriavano di investiture e di discendenti poteri assai controversi, a volte contraddittori.

Ed infatti: 

il Direttore dell'Ufficio del personale del Corpo, come appena accennato, era privo di poteri gerarchici intesi in senso militare, tant'è che non gli era dovuto nemmeno il saluto militare, e ciononostante li esercitava;

Il Comandante del Corpo e gli altri Ufficiali, pur privi di codificati poteri di intervento autonomo, fatta eccezione di quelli di principio ad essi riconosciuti dalla legge istitutiva (mai oggetto di regolamento, ancorché di obbligo) potevano esercitare il sancito potere gerarchico e, per conseguenza, pretendere comportamenti di subordinazione senza limitazioni personali e territoriali ma privi, tuttavia, di retroterra sostanziale;

l'Ispettore Distrettuale, (diciamo l’attuale Provveditore), pur essendo normalmente incaricato della supervisione degli istituti, a rigore, nessuna pretesa gerarchica poteva avanzare nei confronti del personale militare perché sprovvisto di titolarità, tant'è che nemmeno a questa figura era dovuto il saluto militare; anche ad esso, tuttavia, era consentito di operare quale figura gerarchica;

Il direttore dell'istituto penitenziario, di contro, nonostante l'assolutezza della sua superiorità, poteva godere e fare esercizio dei diritti e dei poteri riconosciutigli soltanto nell'ambito del proprio carcere e nei confronti del proprio personale, essendo irrilevante la sua qualifica altrove.

Chiaro è che queste figure, nel loro complesso, a seconda del tacito o espresso consenso, indirizzavano e condizionavano l'andamento amministrativo ed operativo del Corpo. Ciò posto, dalla non numerosa legislazione ma, soprattutto, dal tipo di attuazione che ad essa è stata data per oltre mezzo secolo (fino al 1991 e per i successivi 20 anni nulla è cambiato sulla gestione pressappochista), all'esegeta del tempo, interessato ad una indagine approfondita, motivata, comparata, in breve serena ed obiettiva, finalizzata al sapere, sarebbe venuta in luce una insospettabile situazione giuridica e tecnica cristallizzata nella precarietà, nella confusione, nella condiscendenza alla approssimazione e nella indifferenza (sempre nulla è cambiato).

In un siffatto stato di cose era, pertanto, inevitabile che venissero ad insorgere fermenti riformatori (come oggi), vieppiù insistiti, suscitati ed alimentati da uomini in condizioni professionali a dir poco disagiate, pressoché abbandonati a se stessi, sottoposti a turni di lavoro massacranti, mal pagati, senza tutela, psicologicamente provati dal quotidiano rischio della incolumità personale - segnatamente nei tormentati anni del terrorismo -, disillusi e sfiduciati. Ecco, allora, prendere connotazione la spinta riformista diretta ad ottenere, al fine, il riconoscimento di sacrosanti princìpi e l'attuazione di misure concrete atte a superare la pericolosa e non più sostenibile situazione generale incredibilmente difesa da molti fino al limite della possibilità estrema.

Nell'essenziale, quella spinta era, allora, finalizzata:

Al cambiamento di status, non apparendo quello militare ancora compatibile con la funzione penitenziaria divenuta non più meramente custodiale (ditelo alla Severino);
All’adeguamento delle piante organiche (non con le porcherie recenti);
All’acquisizione di una forte e profonda qualificazione professionale, incentrata su una solida cultura di base, giuridica e tecnica (la Formazione è praticamente inconsistente);
Al formale inserimento del personale nei procedimenti e nelle attività del trattamento penitenziario (la stronzata più grossa da quanno l’omo ha inventato er cavallo cit. Febbre da Cavallo);
Alla chiara determinazione dell'orario di lavoro e alla equa distribuzione dei carichi (utopia pura);
Alla modernizzazione di una struttura amministrativa complessivamente obsoleta (tale è rimasta, cambiate solo le denominazioni, nulla nella sostanza);
Alla efficace rappresentatività (rappresentati da piccoli uomini che non conoscono neanche la differenza tra le varie Uniformi);
Alla reale equiparazione alle altre Forze di Polizia (altra pura utopia);
Al potenziamento dell'equipaggiamento, dei mezzi e degli strumenti (infatti, sono stati così bravi che non abbiamo più accesso ai fondi speciali destinati al potenziamento delle Forze di Polizia);
Alla vivibilità dell'ambiente professionale (la situazione carceri parla chiaro, non è cambiato un c…..

Questi i principi, queste le attese che, invero, la legge di riforma n. 395 del 1990 ha integralmente recepito e tradotto in norme (e li sono rimaste). Entrata, pertanto, tale legge in vigore, si sarebbe dovuto provvedere alla sollecita e puntuale attuazione di essa per avviare, dopo tanto peregrinare tra difficoltà ed ostacoli, una lunga stagione di certezze, di produttività e di adeguato benessere collettivo. Ciò non è stato o, almeno, non è stato del tutto, in relazione alla aspettativa, come dimostrato dalla costanza della rivendicazione sindacale che, fin dall'inizio, non ha dato tregua, sia sotto l'aspetto propositivo sia sotto quello della pressione incalzante contro Ministri, Direttori Generali, Dirigenti di vario livello e mediante manifestazioni anche eclatanti, senza però ottenere risultati definitivi. Ciò, palesemente, perché la tanto inseguita panacea, per diverse ragioni, fors'anche di natura strategica, non riusciva a produrre gli effetti auspicati.

Ferma, infatti, la legge, nulla o poco dell'antico modo di gestione era cambiato nonostante la buona volontà di alcune delle nuove figure professionali di vertice introdotte, di modo che la rammentata abitudine all'esercizio personalizzato del potere, gravato dalla mancanza di un programma, oltreché esasperare la stasi, per un verso non consentiva di contrastare, con attendibilità, l'urto sindacale quando infondato o strumentale e, per altro verso, non consentiva di realizzare quanto richiesto, se corretto e condivisibile.

Dunque, sotto il profilo analitico, vi sono alcuni aspetti da considerare nell'immediato e in prospettiva:
a) i quadri dell'Amministrazione a livello centrale;
b) la gestione centrale della Polizia Penitenziaria;
c) la situazione normativa attuale in raffronto con quella antecedente alla riforma;
d) la situazione oggettiva attuale;
e) alcune ipotesi di sostegno;
f) ipotesi di un nuovo ordinamento.

I quadri dell'Amministrazione a livello centrale.

Sulla materia, al centro, la prassi, raramente disattesa, si articola con chiara linearità:
La remissione al Direttore generale sia delle decisioni di interesse generale, che pure troverebbero non abusivo domicilio presso le competenze attribuite al Direttore dell'Ufficio, sia di quelle su questioni particolari comportanti qualche esposizione al rischio se autonomamente assunte da quest'ultimo;

La avocazione a sé da parte del Direttore dell'Ufficio delle decisioni sulle questioni ordinarie per una deliberazione diretta, se a conoscenza, della materia ovvero, se non a conoscenza, per una deliberazione mediata dal parere, sovente vincolante, di dipendenti dirigenti o funzionari settoriali;

L’adeguamento e la conformità dei dirigenti o dei funzionari con gli impiegati dipendenti, anche essi, non di rado, vincolanti sulla formulazione.

Per effetto di tale sistema trova, quindi, concretezza un passaggio di carte impostato su formule radicate di differimento e, dunque, su lunghissimi momenti di istruttoria e di aggiornamento, di assai discutibile attendibilità.
La descritta procedura immutata negli anni, è tollerata, senza controlli e senza interventi.

Nello specifico dei quadri, l'Amministrazione non ha mai realmente formato i propri dirigenti, i propri funzionari e i propri impiegati da adibire ad una attività di governo centrale. L'Amministrazione ha invece dato luogo, nel tempo, ad assunzioni centrali poco meditate facendo occupare, d'autorità, caselle di ogni grandezza senza preoccuparsi troppo della qualità degli occupanti. Ciò anche perché i metodi di gestione apicale che si sono alternati, a seconda della qualità dei capi dell'Amministrazione succedutisi, vale dire quello della concentrazione dell'intero potere decisionale in una o due autorità appunto di vertice - pressoché ininfluenti gli uffici -, e quello dell'esercizio agnostico o riluttante del potere attraverso il rinvio alla responsabilità subordinata, non sono mai stati oggetto di discussione, essendo stati, invece, accettati o subiti da tutti. Se, allora, secondo ripetute, qualificate dichiarazioni, è avvertita l'esigenza di realizzare o di migliorare la selezione, il reclutamento, la formazione professionale e manageriale, la valutazione e la gestione, la definizione di compiti e ruoli, la comunicazione ed il cambiamento culturale dei dirigenti e del personale, diviene risultanza non trascurabile che le carenze che discendono dagli elencati penalizzati e penalizzanti processi non solo sono, in varia misura, più che attuali, ma che alcuni di tali processi, se non tutti, non sono mai stati avviati.

La gestione centrale della Polizia Penitenziaria.

Al centro, sulla gestione della Polizia Penitenziaria, appena approfondendo l'analisi, si viene al cospetto:
Di molti cosiddetti "addetti ai lavori" che poco hanno appreso o potuto apprendere delle materie rimesse alla loro competenza, pur continuando a curarne gli aspetti con molta disinvoltura, senza rischi;
Di una consolidata mancanza di coordinamento non solo tra uffici, anche superiori, ma tra le divisioni dello stesso ufficio e i reparti della stessa divisione;
Di un singolare, molto personalizzato modo di interpretare, e, quindi, di applicare la legge;
Di una incredibile assuefazione professionale alla sciatteria (sono ancora in uso stampati e formule tanto vetusti e tanto inattendibili che il solo proporli dovrebbe stupire);
Di archivi disorganizzati e con enorme arretrato;
Di un mediocre impiego del personale;
Di piccoli centri di potere, ciascuno dei quali sopravvive, per condiscendenza o per tolleranza;
Di tanta incertezza, sicché il ricorso ad altri è sistematico;
Del settore pensionistico che è gestito con grande approssimazione;
Del settore assistenziale che è vagamente inteso;
Del contenzioso che è ad indirizzo unilaterale;
Dei tempi tecnici che sono lunghissimi;
Della ambiguità circa l'impiego degli ufficiali in servizio (qui potrei scrivere altrettante pagine).

Alcune ipotesi di sostegno

Preso atto di tali problemi che incombono sulla situazione generale, non è possibile limitarsi a porre quesiti o a reiterare riflessioni in proiezione di mera organizzazione o di decentramento di competenze o di funzioni.
Le cause, come tutte le cause, sono, storicamente, a monte, nel senso che non v'è stata preparazione alcuna alla realizzazione delle poche innovazioni introdotte dalla riforma del 1990, sicché, un sistema già debole, parzialmente innovato, è stato esasperato negli anni da vicende troppo complesse. Il progetto, dunque, potrebbe avere duplice indirizzo: con urgenza, nell'attuale e verso una costruzione futura, entrambi in chiave programmatica ed organizzativa stabile.
Al riguardo, dovrebbero essere considerati:

La possibilità di istituire idoneo organo sovraordinato di verifica e di controllo a termine;
Il ricorso sollecito ad un robusto sostegno tecnico esterno, non necessariamente a termine (accertata ormai negli anni l’inconsistenza interna);
La concreta formazione dei quadri, segnatamente quelli centrali;
L’avviamento contestuale di iniziative dirette alla organizzazione di ogni livello;
La revisione della struttura, al fine di una gestione snella, agevole e produttiva.
In tale ultima ipotesi indispensabile e sollecito dovrebbe essere lo svincolo della Polizia Penitenziaria dalla attuale collocazione. L'Organismo, infatti, non può resistere a lungo mantenendo la struttura che oggi lo identifica, che è, poi, esattamente, in una mediocre continuità cristallizzata, quella anteriore alla riforma, cioè quella degli anni trenta, mutati soltanto alcuni numeri, se hanno avuto un senso la legge n. 121 del 1981, questa con non poche riserve, e la legge n. 395 del 1990, in ordine, rispettivamente, alla identificazione comune ed all'ordinamento.
Né esso può continuare ad essere amministrato da una Direzione Generale cosiddetta "unica del personale". (già Ufficio Centrale del Personale)
Posto il più che ragionevole dubbio sull'intendimento del legislatore verso la conclusione adottata (l'attenta lettura della legge n. 395 del 1990, articoli 9 e 14, non può non suscitare almeno perplessità in proposito), ragioni di opportunità tecnica, di governo, di impiego, dunque di amministrazione, dovrebbero consigliare di non escludere l'apertura verso una forma di controllata autonomia dell'Organismo, innovatane, appunto, la struttura. Da ultimo, non dovrebbe essere pretermessa una riflessione organica circa la opportunità del mantenimento della attuale giurisdizione sia per completezza di indagine sia per accertare, senza dubbio alcuno, la improponibilità di qualsiasi alternativa, tenuto conto del momento politico in cui, da più parti, si sostiene la necessità del rinnovamento della Pubblica Amministrazione.

Nel 2000, arriva il contentino… quadri direttivi e dirigenziali, nuovamente acefali… mancano i posti da Dirigente Generale.

In tutta questa incertezza dettata dal pressappochismo per ciò che riguarda programmazione e pianificazione, regna la certezza che il fine unico della attuale Dirigenza, come per quelle passate è una limitazione dell’operatività della Polizia Penitenziaria e l’appiattimento morale e professionale dei suoi appartenenti, unito al perseguimento di interessi di casta.

Una Direzione Generale alle dirette dipendenze del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, come specialità della Polizia di Stato…. Non siamo nostalgici, ci portiamo la storia ed il sangue versato dai nostri colleghi nel cuore, chiediamo solo una cosa:

DIGNITA’
Che ci è dovuta, ancorché pretesa.
 

 


Scritto da: Daniele Papi
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Commenti Commenti dei lettori

n. 7


@ napoleone:Il fatto di dire avere un comandante del corpo in divisa è soltanto un modo di dire,è ovvio che il nostro corpo ad ordinamento civile non può avere un capo della polizia penitenziaria in divisa,ma che almeno sia un vero poliziotto come lo era "Manganelli" per la polizia di stato!!!

Di  Frank  (inviato il 17/04/2013 @ 13:09:52)


n. 6


complimenti Daniele! Ci sono alcuni passaggi che meritano di essere sviluppati in altre sedi. Fra questi, solo per stare alle vicende degli ultimi tempi, ne sottolineo un paio: del personalizzato, non si comprende come (o forse si comprende bene) interpretato modo di applicare la legge e delle "recenti" piante organiche, autentica opera di plagio (mal partorita) di lavoro svolto pochi anni fa con assoluto rigore scientifico in seno a specifico PEA.

Di  andrea tosoni  (inviato il 15/04/2013 @ 20:46:27)


n. 5


@Napoleone
Potrei sapere dove c'è scritto che dovremmo tornare militari?

Di  PASQUINO  (inviato il 12/04/2013 @ 11:24:54)


n. 4


........si è visto con i commissari il salto in avanti che abbiamo fatto immaginiamoci con un un comandante del corpo in divisa .Questo poi significherebbe essere militari perchè ce l'hanno carabinieri e guardia di finanza e non la polizia di stato ..........è questo che vogliamo??

Di  napoleone  (inviato il 12/04/2013 @ 07:52:26)


n. 3


Grande Daniele, d'accordissimo! Solo così potremo ritrovare stimoli nuovi, restituendo dignità ai tanti colleghi che se la sono vista calpestare!

Di  Francesco  (inviato il 11/04/2013 @ 20:22:07)


n. 2


Si continuate a sognare.

Di  pepe.  (inviato il 10/04/2013 @ 16:01:27)


n. 1


BRAVO DANIELE VOGLIAMO UN COMANDANTE GENERALE DEL CORPO IN DIVISA......... "VIVA LA POLIZIA PENITENZIARIA" !!!!!!!!
Paolo

Di  Paolo  (inviato il 10/04/2013 @ 14:34:57)




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