Novembre 2016
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Liberate la Polizia Penitenziaria: Una possibile via di fuga


Polizia Penitenziaria - Liberate la Polizia Penitenziaria: Una possibile via di fuga

Notizia del 16/04/2013

in Il Commento

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Scritto da: Daniele Papi

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Comprendo che la mia disamina può, a giusta ragione aver irritato qualcuno, non mi scuso in quanto chi mi conosce sa che dico unicamente ciò che penso, senza alcuna riserva mentale.

In fondo, non faccio altro che comportarmi di conseguenza, in altre parole porto acqua al mio mulino, come peraltro mi è stato insegnato da 28 anni di servizio.

La piccola disamina storica e normativa, ovviamente non poteva restare fine a se stessa, aspiro, che alimenti un confronto, uno scambio di opinioni, l’elaborazione di tesi anche contrastanti.

E’ ovvio che la dipendenza dal Ministero dell’Interno è una provocazione, che avrebbe modo di concretizzarsi solo nel caso in cui l’Italia si adeguasse alle direttive Europee, le quali visti i danni prodotti dalla moneta sono quantomeno opinabili.

Altrettanto ovvio è che nessun Poliziotto Penitenziario aspirerebbe a fare il figlio di un Dio minore presso un altro Dicastero, cosa che purtroppo, da sempre, è in ogni caso la realtà che viviamo anche dentro casa nostra.

Il mio ideale, è quello che il confronto germogli, anche con altre rappresentanze sindacali, che si arrivi come nel 1990 ad una riforma, questa volta reale, tangibile, che consegni, la meritata dignità soprattutto agli uomini e alle donne della Polizia Penitenziaria che lavorano negli Istituti di Pena.

Si parla sempre ed esclusivamente della grave situazione carceraria, solo per ciò che attiene alla popolazione detenuta.

Ora, non voglio fare demagogia ma, l’ambiente se, non è salubre per chi suo malgrado ci deve soggiornare, in virtù di provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria, è di conseguenza e, a maggior ragione poco accogliente per chi deve esercitare la propria professione.

Ambiente di lavoro non significa esclusivamente spazi, quali caserme, sezioni, ed ambienti affini, luogo di lavoro, significa soprattutto organizzazione e programmazione, atta a consentire la gestione di personale che deve rendere un servizio di vitale importanza alla comunità, in altre parole la gestione sotto il profilo esclusivo della sicurezza di soggetti, più o meno pericolosi, i quali, loro malgrado usufruiscono di vitto e alloggio a spese dello Stato.

Ora, se vogliamo dare una svolta epocale ed una vera innovazione è, necessario trovare soluzioni praticabili, non scendere a patti….. come qualcuno ha fatto in ambito Dipartimentale.

Il rispetto della legge, non prevede patti o accordi bilaterali, circa la sua esatta applicazione, mentre oggi, sulla materia “sicurezza” l’Amministrazione ha scelto di operare con una formula che definirei “patti in deroga”, in altre parole, l’abrogazione autonoma appunto di tutte le previsioni normative, senza però avere per se e, per il personale una adeguata copertura legislativa.

Per non scendere a patti e, indispensabile rivedere l’organizzazione, quella che manca appunto.

Argomenti sull'ordinamento
Dignità, organizzazione e funzionalità dell'Organismo.

1. Dignità dell'Organismo

Essa può essere assicurata:
Mediante il riconoscimento da parte del Governo non più sul piano meramente formale, ma su quello della concretezza, della valenza della Polizia Penitenziaria che per principio e per sostanza deve essere uguale a quella delle Forze di Polizia, se di tali Forze deve essere parte; con ciò intendendo non la parificazione, che non ha un senso diverso dall'accostamento più o meno prossimo in un momento successivo (quindi non originario), tanto meno la parità di trattamento, che di per sé è una concessione ad una forzata comunione, effettuata la selezione, ma la chiara attestazione ed il conforme comportamento sull'uguale valore istituzionale;
Allo scopo, ci si arriva, modificando l'articolo 16 della legge 1° aprile 1981, n. 121, il cui contenuto attuale, riguardo alla Polizia Penitenziaria, è alle soglie della discriminazione ed assicurando la partecipazione di diritto della Polizia Penitenziaria, con pari accoglienza e, pari valore, a tutte le sedute ufficiali delle Forze di Polizia ed a quelle d’altri organi alle quali tali Forze intervengono, indipendentemente dal coinvolgimento diretto di essa sulle questioni all'ordine del giorno.
E', altresì, necessario conferire alla Polizia Penitenziaria tutte le attribuzioni di spettanza per effetto della modifica dell'articolo 16 della citata legge n. 121 del 1981, con rigetto di qualsivoglia, pretestuosa riduzione di investitura;

- Mediante una azione forte nei confronti dei mezzi di informazione per agevolarne l'aggiornamento giuridico e di merito sulla autentica consistenza e sulle corrette denominazioni della Polizia Penitenziaria, anche impiegando fondi di bilancio per la diffusione dell'immagine;
- Mediante l'inflessibile pretesa del rispetto altrui, qualora l'intensità di esso, per scelta o per circostanza, corresse il rischio dell'affievolimento;
- Mediante il riconoscimento alla Polizia Penitenziaria del potere di coordinare, di iniziativa, altri organismi, se necessario per competenza o per ragioni contingenti;
- Mediante una struttura interna che qualifichi e, poi, consolidi, al confronto, l'Organismo.
Un’interpretazione in positivo della legge di riforma del 1990, consentirebbe senza oneri accessori già la formalizzazione circa il completamento del vertice piramidale del Corpo.

La legge 395/1990, all’Articolo 2 recita:

1. Il Corpo degli agenti di custodia è disciolto ed il ruolo delle vigilatrici
penitenziarie è soppresso.
2. Il personale del disciolto Corpo degli agenti di custodia e quello del soppresso ruolo delle vigilatrici penitenziarie entrano a far parte del Corpo di polizia Penitenziaria, secondo le modalità e in base alle norme di inquadramento indicate nella presente legge.

Ora, una attenta lettura del comma 2, non dovrebbe ingenerare dubbio alcuno che tutto il personale del Corpo degli Agenti di Custodia entri a far parte della Polizia Penitenziaria, quindi non esclude aprioristicamente l’ingresso della categoria degli Ufficiali.
Il medesimo comma due, indica poi, che tutto quel personale andava inquadrato in base alle norme di inquadramento indicate nella legge.

Partendo da tale assunto, fermo restando che l’articolo 25 colloca il personale degli Ufficiali in un ruolo ad esaurimento, una attenta ed onesta e sottolineo “onesta”, esegesi del disposto normativo, non dovrebbe rendere difficile comprendere che quel ruolo è un ruolo ad esaurimento della Polizia Penitenziaria.
Automaticamente, era obbligatorio istituire da subito un Ruolo Ordinario, Direttivo e Dirigenziale, assunto normativo concretizzato solo nel 2000.
E’ palese che, oltre alla cecità dolosa dell’epoca, si è operato con frode anche in seguito, non prevedendo alcun posto di Dirigenza Generale, nonostante un organico di oltre 40.000 unità.

2. Organizzazione

Decentramento

Un cenno introduttivo è dovuto sul decentramento, inteso quale trasferimento di attribuzioni ad organi periferici ritenuti perfettamente idonei a gestire la materia in sostituzione del centro. Trattasi di questione sovente dibattuta che sembra non trovare soverchi spazi nel presente contesto, probabilmente perché non ve ne sono.
La elevazione dei Provveditorati a sedi di Dirigenza Generale, ho prodotto esclusivamente l’ascesa al potere e alla elevata retribuzione di figure di vertice territoriale, nulla ha in effetti prodotto sulla gestione, a tal proposito è eloquente il fatto che il Dipartimento, non abbia dato una univoca linea di indirizzo sull’Organizzazione degli Uffici per la Sicurezza delle Traduzioni, (UST), se non in tempi recentissimi, la denominazione univoca, ad esempio è arrivata con grande ritardo rispetto alla creazione dei Provveditorati, ciò ha prodotto all’inizio eterogenee denominazioni, addirittura in alcuni casi il Provveditore nella sua veste di DEUS EX MACHINA territoriale, aveva declassato tali Uffici ad “Area”, in pratica la Sezione di un Ufficio, mantenendo, nonostante l’elevazione dei Provveditorati a sede di Dirigenza Generale, la denominazione originaria istituita dalla legge 395./1990.
Altro caso eloquente, è il Regolamento Interno degli Istituti, il quale, attualmente va poco oltre lo sviluppo dell’aspetto trattamentale, quando, le norme in vigore, indicano chiaramente anche l’organizzazione della sicurezza, la quale a priori, è rimessa alle decisioni del locale Direttore, in virtù di una normativa obsoleta, inopportuna e, non al passo con i tempi, mentre tale organizzazione, emanate stabili direttive Dipartimentali dovrebbe essere univoca e di esclusiva competenza della Polizia Penitenziaria, se la lingua Italiana conserva ancora il suo senso e la propria valenza.
Infatti, il sostantivo femminile Polizia, indica: “Opera, svolta da Corpi militari e civili dello Stato o Corpi di Polizia locali, volta a prevenire e a reprimere attività illegali”.
In tale locuzione, è ovvio che rientri inevitabilmente la competenza della Polizia Penitenziaria quale appartenente alle Forze di Polizia.
E, chi, meglio della Polizia Penitenziaria, deve e può, garantire e mantenere la “Sicurezza” dell’Istituto, e/o di tutti i servizi dell’Amministrazione.
Se vogliamo mantenerci in un profilo basso, ci accontentiamo di circoscrivere tale iniziativa nell’esclusivo ambito dell’Amministrazione Penitenziaria se, invece, secondo il mio modesto avviso, s’intendesse dare pari valenza all’Organismo, la Polizia Penitenziaria dovrebbe avere competenza in tal senso su tutte le strutture del Ministero della Giustizia.
A chiarimento, il sostantivo femminile Sicurezza, indica: Prevenzione o eliminazione totale dei rischi e tutela dell’ordine pubblico e dei diritti dei cittadini, attività svolta appunto dalle Forze di Polizia dello Stato.
Ora, appare ovvio, che non può, in alcun caso essere responsabile della Sicurezza, anche se circoscritta all’interno di un Istituto di Pena, un soggetto giuridico privo di quell’irrinunciabile caratteristica che è esclusiva proprietà degli appartenenti alle Forze dell’Ordine, in altre parole le qualifiche di Ufficiale e Sostituto Ufficiale di P.S. o, in sub-ordine quella di Agente di Pubblica Sicurezza.
Per quanto riguarda l’organizzazione;
Le ipotesi apprezzabili, in proposito, sembrerebbero due:
Quella del decentramento totale, nel senso che il centro mantiene esclusivamente i poteri di indirizzo e di controllo;
Quella del decentramento parziale, nel senso che il centro, nella delega, si riservi la facoltà di intervento diretto, discrezionalmente o quando obiettivamente indispensabile, in parallelo o in completa avocazione.
Ponderate entrambe le ipotesi, la conclusione sembrerebbe inequivoca, cioè che l'Amministrazione, a causa della propria essenza, rimanga insuperabilmente ancorata al centralismo.
Tenuto, infatti conto della conformazione complessiva della Istituzione e delle competenze che ad essa sono state storicamente riconosciute, secondo un catalogo assai meticoloso, l'operazione, sia sotto il profilo delle finalità che sotto quello eventualmente strategico, non risulta praticabile con successo.
Una analisi di dettaglio sarebbe eloquente:
Collocata nel giusto sito delle priorità l'esigenza irrinunciabile della omogeneità e della continuità della azione collettiva, il rischio di disorientamento organizzativo e di gestione potrebbero divenire di alta gradazione, in caso diverso.

 

Polizia Penitenziaria – Gestione Centrale

Nel 1999, il Decreto Legislativo 30 del Luglio n. 300, è stato il prodromo del D.P.R. 6 marzo 2001, n. 55, Regolamento di Organizzazione del Ministero della Giustizia.
Quel Regolamento, ha previsto l’Istituzione del Dipartimento della Giustizia Minorile, la quale era una Direzione Generale del Ministero della Giustizia.
Ora, aver previsto un Dipartimento, per amministrare circa 2000 unità di personale civile, e circa 1000 Poliziotti Penitenziari, più un esiguo ed irrilevante numero di detenuti minori e/o giovani adulti, è ovvio che si è trattato di una esclusiva operazione mediatica, volta a creare un posto di comando, più che la ricerca di una soluzione gestionale volta ad una organizzazione ponderata e pianificata ed economicamente conveniente.
E’ assurdo che esista un Dipartimento per gestire al massimo 5000 soggetti diversi, e non sia stata pensata neanche una Direzione Generale adeguata a gestire un Corpo di Polizia Militarmente organizzato che conta più di 40.000 unità.
Inoltre, ritengo, non onesto parlare di trattamento e riabilitazione, e poi impiegare personale con funzioni di Polizia, per gestire strutture che devono ospitare minori…

Sempre riguardo alla Organizzazione

La legge di riforma parla chiaro:

Art. 9
Doveri di subordinazione

1. Gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria hanno doveri di subordinazione gerarchica nei confronti:
a. del Ministro di grazia e giustizia;
b. dei Sottosegretari di Stato per la grazia e la giustizia quando esercitano, per delega del Ministro, attribuzioni in materia penitenziaria;
c. del direttore generale dell'Amministrazione penitenziaria;
d. del direttore dell'ufficio del personale del Corpo di Polizia Penitenziaria;
e. del provveditore regionale;
f. del direttore dell'istituto;
g. dei superiori gerarchici.

Una integra lettura dell’articolo, non dovrebbe far insorgere dubbio alcuno circa il contenuto alla lettera d) il dovere di subordinazione gerarchica nei confronti: del direttore dell'ufficio del personale del Corpo di Polizia Penitenziaria;

Ed è bene notare, che quel direttore di Ufficio, in ordine gerarchico, succede direttamente al Direttore Generale dell’epoca, ora Capo Dipartimento; quello Ufficio, nello spirito della Legge, non era altro che la trasformazione del Comando del Corpo, quindi dell’Ufficio Comando presente nell’Ordinamento Militare nell’Ufficio del nuovo Capo della Polizia Penitenziaria con status civile.
Si fosse dato corso ad una corretta applicazione della legge, in fase di emanazione dei Decreti Delegati, (qui, avrei da dire molto, visto che ho avuto la fortuna di partecipare, in qualità di mero dattilografo alla estensione della prima bozza e, nella stesura originaria l’Ufficio fu previsto), l’Ufficio in seguito sarebbe stato sicuramente elevato al rango di Direzione Generale.

Per sanare la situazione dovrebbe essere prevista l’abolizione del Dipartimento della Giustizia Minorile, ed Istituito un Dipartimento della Sicurezza Penitenziaria, con le varie Direzioni Generali competente, su tutte le materie, pertinenti, cioè, quelle strettamente tecnico-operative (con stralcio, quindi, delle cosiddette "materie amministrative"). Circa la scelta, non dovrebbero emergere tendenze preferenziali a valle di una disciplina chiara.
Non dovrebbe essere prevista alcuna alternativa, e tuttavia, dovrebbe essere riconosciuta la prerogativa di intervento analitico, critico, di indirizzo e propositivo sugli aspetti definiti amministrativi anche con forza vincolante, laddove necessario alla stabilità se trattasi di questioni direttamente collegate alla sicurezza.
Ovvio è, che automaticamente andrebbe svuotato di competenze e contenuti anche il DAP. il quale diverrebbe fine a se stesso, nella gestione della Polizia Penitenziaria, mentre una riorganizzazione dello stesso avrebbe un sicuro impulso positivo, finalmente alla realizzazione di politiche volte al recupero e al reinserimento, quale organo sovraordinato anche a quelle organizzazioni di volontariato, che operano in un campo delicato senza il benché minimo controllo da parte dello Stato, fatto salvo quello di facciata.
Un Dipartimento pensato con tali fini, sarebbe dimostrazione, oltre che di civiltà, della vera volontà dello Stato di creare scelte diverse alla detenzione, la quale ora è, azione fine a se stessa.
Una sinergia tra un nuovo Dipartimento per la Sicurezza Penitenziaria, e un Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria riorganizzato e integralmente proiettato alla realizzazione di politiche di reinserimento, tramite strutture che diano lavoro e prospettive potrebbero essere la chiave di volta per l’eventuale futura soluzione al cronico sovraffollamento.
In un tale contesto, avrebbe anche ragion d’essere la Direzione Generale per l’Esecuzione Penale Esterna, la quale ora non ha ragion d’essere.

Polizia Penitenziaria – Gestione Regionale

Potrebbe essere esaminata l'opportunità di sopprimere gli uffici periferici intermedi supponendo la situazione che verrebbe ad insorgere, se tale ipotesi trovasse concretezza, mediante una indagine con procedimento inverso al consueto.
Per prassi, per abitudine, per inerzia o per qualsiasi altro similare credito causale è d'uso dare l'avvio formale ai nuovi organi e alle relative qualifiche, anche molto elevate, per poi motivarne in qualche modo il vigore attraverso spazi e competenze, abbastanza oscuri al momento iniziale.
In altri termini, v'è la tendenza ad affermare la necessità di un ente rinviando successivamente al vaglio della esigenza e della sostanza.
Una sorta di retaggio di una visione organizzativa conservatrice, mai posta in discussione.
Assai significativo e probante della efficacia della supposizione è il contenuto dell'articolo 32 della legge n. 395 del 1990, in cui, praticamente, non è detto alcunché, se non sulla discrezionalità del Centro e, appunto, di certe elevate qualifiche. A fronte dunque, delle realtà locali, concretamente autarchiche in quanto a gestione e appena simili per indirizzo, - l'una e l'altra contigue, tale è il microcosmo penitenziario -, l'opzione sulla soppressione di tali enti intermedi non dovrebbe apparire né troppo aggressiva né troppo distante dall'utile.
La visione è quella di un quadro sinottico, rimesso a figure centrali coordinanti e capaci di intervento, mobile e sollecito.
Chiaro è che una soluzione del genere produrrebbe l'effetto di un non trascurabile recupero numerico atto al reimpiego altrove, senza alcun rischio di carriera, beninteso.
Inevitabilmente sarebbe uno stravolgimento, ma se una sperimentazione ne provasse il vantaggio, la resistenza diverrebbe a malapena pretestuosa. Di contro, qualora il mantenimento non vacillasse, si dovrebbe, pur sempre, concordare sulla improcastinabilità della rivitalizzazione, previo ammodernamento, di vecchi modelli stanziali (i soppressi comandi o uffici regionali del Corpo disciolto) in armonia con il Dipartimento indicato.

 

Polizia Penitenziaria – Istituti

A livello locale dovrebbe essere considerata una struttura piramidale, di governo, tecnica, operativa e disciplinare (quest'ultimo aspetto assicurato da organi di garanzia) compatibilmente autonoma nei campi della organizzazione, della gestione e della esecuzione - salvi l'indirizzo e il controllo amministrativo e trattamentale propri del direttore dell'istituto - incentrati su poche figure di vertice e su un adeguato numero di figure di raccordo a turno, esse stesse operanti: vale a dire una o più figure autorizzate a decidere (acquisito ogni parere utile) e la rimanente compagine destinata all'impiego attivo, quand'anche differenziato.
Anche in tale caso non v'è dubbio che verrebbe ad essere sconvolta la storica composizione gerarchica su molti livelli, ma la minima attenzione sulla praticabilità dell'assunto non dovrebbe essere economizzata.
Nell'ambito della struttura locale dovrebbe, ovviamente, trovare sistemazione una sorta di organo consiliare composto, presieduto di diritto, dal VERTICE DELLA POLIZIA PENITENZIARIA in sede e, di volta in volta, da figure locali indispensabili alla valutazione degli eventi.


Scritto da: Daniele Papi
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Commenti Commenti dei lettori

n. 5


lottiamo insieme per unire i corpi di polizia è ora....!!!!

Di  veebee  (inviato il 25/04/2013 @ 14:29:44)


n. 4


Dr Capece..... ascolti Nemo.....
Mi sembra un commento proprio attinente all'argomento trattato...

Certo che se questo è il nostro futuro, non mi sembra che le prospettive siano più floride di quelle passate.
Esprimo massima solidarietà ai colleghi che tutti i giorni incrociano cotanto "funzionario".
Nel frattempo spero che le indicazioni della Presidenza del Consiglio dei Ministri divetino operative da subito, al Primo Consiglio del nuovo governo.
cioè il trattamento economico Dirigenziale riservato ai funzionari di qualsiasi grado e qualifica delle Forze di Polizia, spettante dopo i tredici anni di anzianità assoluta nel ruolo sia abrogato.
Così vedemo a chi scrivi.....
ciao

Di  Harlock  (inviato il 17/04/2013 @ 13:22:57)


n. 3


quali appartenenti chi sono i nostri vertici gerarchici i commissar,i un commissario capo del corpo?

Di  beng  (inviato il 16/04/2013 @ 16:34:48)


n. 2


potremmo raggiungere l'obbiettivo, solo ed esclusivamente se tutte le sigle sindacali ragionassero nello stesso modo.... purtroppo, non è così...... spero, un giorno, si arrivi a questa conclusione.......... DIREZIONE GENERALE DEL CORPO DI POLIZIA PENITENZIARIA"
amministrata "ovviamente dagli appartenenti al Corpo".
cordialmente.....

Di  luigi  (inviato il 16/04/2013 @ 14:40:25)


n. 1


Sarebbe opportuno che i sindacati si occupassero della mancata promozione a commissario del 2 corso RDO. Ancora non hanno neanche richiesto i titoli! Dr. Capece faccia una nota sindacale... grazie

Di  Nemo  (inviato il 16/04/2013 @ 12:07:29)




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