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Liberazione anticipata boss mafioso: interrogazione parlamentare sulle motivazioni


Polizia Penitenziaria - Liberazione anticipata boss mafioso: interrogazione parlamentare sulle motivazioni

Notizia del 08/09/2015

in Interrogazioni parlamentari

(Letto 420 volte)

Scritto da: Redazione

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Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-10255
presentato da
DI LELLO Marco
testo di
Martedì 8 settembre 2015, seduta n. 477

DI LELLO. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che: 
verso la fine del mese di agosto, dalla denuncia del massmediologo Klaus Davi e da alcuni quotidiani si è appresa notizia della scarcerazione del boss Paolo Rosario De Stefano che, prima di essere arrestato, nel 2009, era stato inserito nell'elenco dei trenta latitanti più pericolosi d'Italia; 
oggi, dopo quattro anni di latitanza e soli sei di carcere, Paolo Rosario De Stefano, considerato reggente dell'omonimo e potentissimo clan di `ndrangheta di Reggio Calabria, torna a casa a seguito dell'ottenimento di due anni di sconto di pena per meriti universitari; 
ricordiamo che il boss De Stefano, 39 anni appartiene alla famiglia del padrino storico e suo omonimo Paolo, ucciso durante la sanguinosa faida reggina degli anni Ottanta. Dopo l'arresto e la condanna di suo cugino Peppe a 27 anni di carcere, gli inquirenti hanno ritenuto che fosse diventato lui il punto di riferimento delle attività criminali del clan. L'arresto avviene il 18 agosto 2009 e, da allora, era detenuto in regime di 41-bis a seguito di condanna per associazione mafiosa estorsione ed altri reati; 
nel corso della sua detenzione si è iscritto alla facoltà di giurisprudenza dell'università mediterranea di Reggio Calabria ottenendo risultati brillanti che, secondo quanto riportato dai giornali, lo hanno fatto beneficiare della liberazione anticipata, prevista dall'ordinamento penitenziario per «il condannato a pena detentiva che abbia dato prova di partecipazione all'opera di rieducazione»; 
è pur vero che, nel nostro ordinamento, l'articolo 27 della Costituzione enuncia che: «Le pene (...) devono tendere alla rieducazione del condannato», così sancendo il principio del finalismo rieducativo della pena, la cui giustificazione etica e logica, evidentemente, non può non fare riferimento alle specifiche esigenze risocializzative del condannato. In particolare, la funzione della prevenzione speciale è quella di eliminare o ridurre il pericolo che il soggetto ricada in futuro nel reato; essa fa riferimento ad un concetto di relazione, presupponendo la necessità del reinserimento del reo nella comunità dalla quale si era estraniato, mediante l'azione sugli stessi fattori che avevano determinato il perpetrarsi del delitto; 
la rieducazione si traduce, pertanto, in una solidaristica offerta di opportunità, affinché al soggetto sia data la possibilità di un progressivo reinserimento sociale, correggendo la propria antisocialità e adeguando il proprio comportamento alle regole giuridiche. Ma, in tal caso, sembra essere passati da un «regime duro» come previsto dal 41-bis alla scarcerazione; 
si ricorda che ai sensi dell'articolo 41-bis, comma 2-bis, della legge 26 luglio del 1975, n. 354, così come modificato da ultimo dall'articolo 2, comma 27, lettera d), legge 15 luglio 2009, n. 94: «Il provvedimento ...è adottato con decreto motivato del Ministro della giustizia, anche su richiesta del Ministro dell'interno, sentito l'ufficio del pubblico ministero che procede alle indagini preliminari ovvero quello presso il giudice procedente e acquisita ogni altra necessaria informazione presso la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, gli organi di polizia centrali e quelli specializzati nell'azione di contrasto alla criminalità organizzata, terroristica o eversiva, nell'ambito delle rispettive competenze. Il provvedimento medesimo ha durata pari a quattro anni ed è prorogabile nelle stesse forme per successivi periodi, ciascuno pari a due anni. La proroga è disposta quando risulta che la capacità di mantenere collegamenti con l'associazione criminale, terroristica o eversiva non è venuta meno, tenuto conto anche del profilo originale e della posizione rivestita dal soggetto in seno all'associazione, della perdurante operatività del sodalizio criminale, della sopravvenienza di nuove incriminazioni non precedentemente valutate, degli esiti del trattamento penitenziario e del tenore di vita dei familiari del sottoposto. Il mero decorso del tempo non costituisce, di per sé, elemento sufficiente per escludere la capacità di mantenere i collegamenti con l'associazione o dimostrare il venir meno dell'operatività della stessa»; 
è pur vero che il successivo comma 2-ter, inserito dall'articolo 2, comma 1, legge 23 dicembre 2002, n. 279, recita testualmente che: «Se anche prima della scadenza risultano venute meno le condizioni che hanno determinato l'adozione o la proroga del provvedimento di cui al comma 2, il Ministro della giustizia procede, anche d'ufficio, alla revoca con decreto motivato» ma, in tal caso, se la valutazione riguarda solo la buona condotta per meriti scolastici questo non sembra contemplare una rieducazione ai sensi dell'articolo 27 della costituzione –: 
di quali notizie, per le parti di competenza, il Ministro interrogato sia a conoscenza rispetto ai fatti esposti in premessa; 
se corrisponda al vero che la liberazione anticipata sia stata disposta in relazione al curriculum universitario; 
se e quali azioni intenda adottare al fine di verificare il rispetto dei principi del nostro ordinamento sia con riferimento alle finalità di detenzione in regime di 41-bis ordinamento penitenziario, per il soggetto in questione, sia con riferimento alla rieducazione della pena sempre comunque nell'ottica della salvaguardia dell'incolumità dei cittadini. (4-10255)


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